MAURIZIO DE GIOVANNI.

IL GIORNO DEI MORTI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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A Giovanni e Roberto, per avermi regalato la pi meravigliosa delle paure.
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1.
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Quando l'alba tir fuori dalla notte e dalla pioggia i contorni delle cose, se qualcuno fosse passato avrebbe visto il cane e il bambino ai piedi dello scalone monumentale che portava a Capodimonte. Ma sarebbe stata necessaria grande attenzione: a stento si distinguevano, nella luce incerta del primo mattino.
Se ne stavano l, fermi, indifferenti alle grosse gocce fredde che cadevano incessanti dal cielo. Erano seduti su uno scalino di pietra, una sorta di panca nella rientranza ornamentale dopo i primi gradini. Le scale erano un torrente in piena che trasportava rami e foglie dal bosco della reggia.
Se qualcuno fosse passato e si fosse fermato a guardare, si sarebbe forse chiesto come mai il flusso dell'acqua e dei detriti che cadeva incessante a valle sembrasse rispettare il cane e il bambino, passando loro accanto senza toccarli se non per qualche schizzo occasionale. La rientranza offriva un po' di riparo, anche dalla pioggia: solo il pelo sul dorso del cane ogni tanto aveva un fremito, come un brivido di vento.
Qualcuno avrebbe potuto chiedersi che cosa facessero l il cane e il bambino, fermi nella fredda alba di un autunno pieno di pioggia.
Il bambino era grigio, le mani in grembo, i piedi sospesi a pochi centimetri dal suolo, la testa lievemente reclinata, gli occhi persi come dietro un sogno o un pensiero. Il cane sembrava dormire, la testa appoggiata sulle zampe, il mantello a macchie marroni zuppo, un orecchio sollevato, la coda ferma lungo il fianco.

Qualcuno si sarebbe chiesto se stessero aspettando un arrivo, una venuta. O se stessero ripensando a qualcosa che era accaduto, e che aveva lasciato il segno nella memoria. O ancora se stessero ascoltando un suono, una musica lieve.
Ora la pioggia rinforza, uno scroscio potente come una ribellione al sorgere del sole; il cane e il bambino non reagiscono, la furia dell'acqua li lascia indifferenti. Dal naso dell'uno e dall'orecchio sollevato dell'altro scorrono rivoli freddi.
Il cane sta aspettando.
Il bambino non ha pi sogni.


2.

Luned, 26 ottobre 1931, nono.

La chiamata arriv alle sei e mezzo, un'ora prima della fine del turno di notte.
A Ricciardi non dispiaceva rimanere in questura, quando gli toccava: erano per lo pi ore tranquille, da dedicare alla lettura o a un piacevole dormiveglia sul divano della stanza di fianco al suo ufficio. Ed era piuttosto raro che il riposo o le riflessioni fossero disturbati da una guardia che bussava alla porta, richiedendo un intervento.
I delitti accadono di notte, ma vengono scoperti di mattina; l'ora pericolosa era appunto quella, quando la luce del giorno alzava il velo dalle turpitudini del buio.
Ricciardi si era appena lavato all'acquaio in fondo al corridoio, quando vide arrancare il brigadiere Maione lungo la rampa di scale.
- Commissa', e figuratevi se aspettavano la fine del turno nostro. E' arrivata una telefonata, un signore dal Tondo di Capodimonte. Dice che ci sta una lattaia con una capra che piange.
Ricciardi consider la questione, asciugandosi le mani.
- E adesso ci chiamano pure quando piangono le lattaie? E poi, chi piange, lei o la capra?
Maione allarg le braccia, ancora ansimando per la corsa sulle scale.
- Commissa', voi scherzate: intanto qua piove a dirotto, e siccome abbiamo un'altra ora per finire, ci tocca arrivare fino a Capodimonte sotto all'acqua. Il fatto  serio, pare che ci sta un bambino morto sullo scalone monumentale. L'ha trovato proprio la donna, che scendeva da una masseria con la capretta per vendere il latte, dice che  la zona sua, e l'ha visto l fermo, l'ha scosso ma quello non si muoveva. Allora ha chiesto aiuto nel palazzo pi vicino, e questo signore che ci ha chiamato era l'unico che teneva il telefono. Mo' dico io, non poteva succedere tra un paio d'ore, cos lo scarpinetto sotto alla pioggia se lo faceva Cozzolino che  giovane e solerte, che io appena piglio un po' di umidit mi viene un dolore alla schiena che devo camminare storto?
Ricciardi aveva gi l'impermeabile addosso.
- Insomma, ti stai facendo vecchio veramente. Di, andiamo a vedere di che si tratta: magari  solo uno scherzo, lo sai che alla gente piacciono i poliziotti che vanno su e gi di corsa sotto la pioggia. Poi vai a casa e ti asciughi.
La strada dalla questura a Capodimonte corrispondeva a quella che faceva Ricciardi per tornare a casa. Un cammino lungo, che a un certo punto cominciava a salire e tagliava il fiato. Bisognava percorrere via Toledo, coi suoi imponenti palazzi nobiliari, attraversare largo della Carit e lo Spirito Santo, fiancheggiare il Museo Nazionale; una linea di confine, a monte e a valle gli impenetrabili vicoli dei Quartieri Spagnoli, del porto e della Sanit, ribollenti di vita e dolore, di allegria e povert.
Ricciardi ci pensava sempre, ogni mattina e ogni sera, sentendo sulla pelle gli occhi diffidenti di chi aveva da nascondere il modo in cui si procurava da vivere: quella strada diceva tanto, della citt. Diceva tutto.
E cambiava sempre, stagione dopo stagione, offrendo una torrida immagine estiva in cui lo sporco macerava sotto il sole; o un profumato quadro primaverile, coi venditori di frutta e fiori che esponevano la merce al passeggio dei ricchi; o un finto deserto invernale, coi loschi affari che si trasferivano nei bassi adiacenti la strada, al riparo dal vento gelido che soffiava senza sosta.
Ora, in quell'autunno umido, la lunga via era attraversata da tanti ruscelli quanti erano i vicoli che la intersecavano, portando verso un mare irraggiungibile rifiuti e sporcizia dalla collina lontana.
Maione saltellava per evitare le pozzanghere pi profonde, nel vano tentativo di preservare gli stivali.
- Mi uccide. Sicuro. Mia moglie mi uccide. Voi non avete idea, commissa', della belva che diventa quando deve pulire gli stivali dal fango e dallo sporco. Io ci dico: lascia, ch me li pulisco io. E lei: ma non dire sciocchezze, mi dice, io sono la moglie di un brigadiere e gli stivali li devo pulire io. E allora, ci dico, perch fai tutte queste storie? E lei dice: io li pulisco, ma tu ti potresti pure stare un poco pi attento, no?
Camminando, cercava di proteggere s stesso e il commissario dalla pioggia reggendo un grande ombrello nero. Ricciardi, al solito, non portava cappello n sembrava curarsi del clima. Maione cambi facilmente argomento.
- Io a voi non vi capisco, commissa'. Non dico l'ombrello, che pure sarebbe il caso dato che piove da tre giorni, per uno si pu scocciare di portarselo e va bene; ma almeno un cappello, perch non ve lo mettete? Voi siete giovane, ma credetemi, quando poi avrete l'et mia, ogni singola goccia di pioggia si trasformer in una fitta alla testa.
Ricciardi procedeva svelto, le mani immerse nelle tasche dell'impermeabile.
- Lo sai, il cappello non lo sopporto: mi fa venire l'emicrania. Io poi sono di montagna, il freddo e l'umido non mi dnno fastidio. Non ti preoccupare; pensa ai dolori tuoi, e a non sporcarti gli stivali.
Erano arrivati nel punto del percorso che a Ricciardi pesava di pi. Si trattava del ponte che i Borboni avevano costruito per arrivare a Palazzo Reale senza dover attraversare la Sanit, da sempre uno dei quartieri pi pericolosi. Per qualche strano e inspiegabile motivo, da allora quell'alto viadotto, quel ponte senza fiume che affondava i propri pilastri nei vicoli sottostanti, era il luogo dei suicidi.
Quello che Ricciardi chiamava tra s "il Fatto", la sua dolorosa condanna a percepire l'ultimo pensiero dei morti con violenza, diventava nei pressi del ponte un peso insopportabile. C'era sempre almeno un'immagine sospesa, pronta ad alzare lo sguardo al suo passaggio per comunicargli le parole con cui era stata costretta ad abbandonare l'esistenza di carne, ossa e sangue. Un biglietto d'addio con un solo destinatario: lui.
In quella mattina di pioggia, perfettamente visibili agli occhi della sua anima, in bilico sul parapetto distingueva due adolescenti che si tenevano per mano. Il giovane aveva il collo spezzato, e rivolgeva il viso all'indietro come se la testa gli fosse stata montata al contrario; mormorava: Senza te no, senza te mai.
La ragazza aveva il torace schiacciato e la faccia quasi cancellata dall'impatto. Dall'ammasso sanguinolento che era diventato il suo viso, arrivava un pensiero: Non voglio morire, sono giovane, non voglio.
Ricciardi pens che forse aveva fatto pi vittime l'amore che la guerra. Anzi, senza forse.
Pi in l, sullo stesso parapetto, un vecchio grasso dal cranio sfondato diceva: Non posso restituirveli, non posso. Debiti, riflett il commissario accelerando il passo e lasciandosi dietro l'affannato Maione. Un'altra malattia inguaribile. Dio, quant'era stanco. Sempre uguale, sempre le stesse cose.
Arrivarono finalmente al Tondo di Capodimonte, da cui partiva lo scalone monumentale. Giunsero con qualche difficolt, perch l'ultimo tratto della strada era un fiume impetuoso di rami e foglie, da percorrere controcorrente. Maione aveva rinunciato a salvaguardare gli stivali, e aveva assunto un'espressione cupa. Ricciardi aveva in corpo l'immagine dei suicidi ed era ancora pi triste.
Una piccola folla si era radunata ai piedi dello scalone, dopo la prima rampa. La fungaia di ombrelli impediva di vedere cosa ci fosse oltre. L'arrivo di Maione e Ricciardi, accompagnati da due guardie, disperse all'istante l'assembramento. Maione sogghign:
- Al solito. L'unica cosa pi forte della curiosit  la paura di essere coinvolti in un guaio, appena arriva la polizia.
Ricciardi vide subito il bambino, seduto su una sorta di panca di pietra, sotto il contrafforte di sinistra. Era di bassa statura - i piedi non toccavano terra - e fradicio di pioggia. L'acqua inzuppava i vestiti, scadenti, da scugnizzo. Calzava un paio di zoccoli che non nascondevano i segni dei geloni. Le labbra erano violacee, gli occhi semiaperti nel vuoto.
Rimase impressionato dalle mani, abbandonate in grembo come due uccellini morti. Bianche, molto pi chiare della carnagione delle gambe resa livida dal freddo, sembrarono al commissario un segno di resa e di sfiducia. Attorno, non vide traccia di immagini: il bambino doveva essere morto senza violenza, forse per il freddo o la fame, forse per una malattia. Lasciato solo a s stesso, pens: alle intemperie, alla violenza, alla solitudine. Senza poter scegliere.
Se c'era una cosa che odiava erano i bambini morti. La sensazione di spreco, di rinuncia, di occasioni perdute. Un popolo, una civilt si qualifica dalla cura per la propria infanzia, aveva letto in un libro. Non ne usciva certo bene, quella citt.
Maione lo riscosse dai pensieri.
- Prima di lasciare la questura ho disposto di chiamare l'ospedale, sia il medico legale che il carro per la rimozione del corpo, a momenti saranno qua. L in fondo c' la lattaia, quella con la capra al guinzaglio, ci volete parlare? Vicino c' il proprietario del telefono, quel signore con l'ombrello. Gliel'ho detto che non ci serve e che se ne pu andare, ma non si muove. Ve li faccio venire qua?
Alla lattaia tremavano le labbra sotto il fazzoletto stretto sulla testa. Era giovane, poco pi che una bambina; con una mano teneva la capra legata a una corda, con l'altra un recipiente di metallo per il latte. A spizzichi e bocconi, balbettando per il freddo, la paura e l'imbarazzo, raccont che stava scendendo lo scalone per andare a fare il suo giro di vendita del latte, attenta a non cadere, quando la capra aveva fatto uno scarto di lato. C'era un cane, accucciato di fianco all'inizio dell'ultima rampa di gradini, che ringhiava.
- Eccolo l, lo vedete? Si  spostato quando sono tornata da casa del signore, qua, per chiamarvi, e poi non si e mosso piu.
Ricciardi vide, a una ventina di metri di distanza, un cane accucciato sulle zampe posteriori, fermo come una statua, che li osservava attento. Era un bastardino come se ne vedono a decine, il manto bianco sporco chiazzato di marrone, il muso aguzzo e un orecchio sollevato.
La donna riprese raccontando di come, dopo aver cercato di capire se il bambino fosse addormentato o stesse male, era andata di corsa nel palazzo pi vicino, dove aveva chiamato il ragioniere Caputo, suo cliente. L'uomo, un azzimato signore di mezza et, di bassa statura e con le lenti cerchiate d'oro, avanz di un passo e sollev il cappello.
- Commissa', se permettete, io sono il ragioniere Caputo Ferdinando, al vostro servizio. La ragazza, qua, che si chiama Caterina, viene ogni due giorni. Io digerisco solo il latte di capra, quello di vacca mi rimane sullo stomaco e sto male per tutta la giornata. E insomma, stamattina la ragazza, qua, Caterina, arriva nel cortile del palazzo e comincia a strillare: correte, correte, aiuto, ci sta un bambino sullo scalone che non risponde. Io mi ero appena svegliato, stavo ancora con la camicia da notte, mi sono buttato dal letto alla finestra...
Maione sbuff, infastidito:
- Vabbe', ragionie', veniamo al punto, per cortesia, a noi con tutto il rispetto di come dormite vestito voi non  che ci interessa. E allora, che cosa  successo, siete sceso?
- No, brigadie', e che scendevo, con la camicia da notte e la papalina in testa? No, ho detto alla ragazza, qua, che si chiama...
- ... Caterina, abbiamo capito, e lo ha scritto a verbale pure la guardia, qua, che si chiama Antonelli...
Il ragioniere si risent.
- Ma che , brigadie', mi pigliate in giro? Io volevo essere preciso, nel vostro interesse. Insomma, la ragazza  venuta su e io ho telefonato in questura. Questo  tutto.
Ricciardi agit la mano.
- Va bene, va bene, grazie a tutti e due. La guardia ha preso i nomi e gli indirizzi, se abbiamo bisogno vi mandiamo a chiamare. Ma non credo, comunque. Potete andare.
Rimasti soli, si avvicinarono al cadavere. Ricciardi si chiese come mai, a quell'ora, ancora non ci fosse un famigliare o un conoscente alla ricerca di un bambino cos piccolo che non si era ritirato a casa. Maione, accovacciato, osservava il morto con interesse.
- Commissa', bisogna pure vedere se ce l'ha, una famiglia, questo bambino. I vestiti mi sembrano presi dalla munnezza, i pantaloni sono cos larghi che lo spago in vita deve fare due giri, per tenerli su. E la camicia  di tela di sacco. Guardate gli zoccoli, i piedi da fuori con questo freddo. Questo  uno scugnizzo, di quelli senza casa, credete a me. Senza amici e senza famiglia.
Ricciardi si gir verso il cane, fermo a pochi metri, che non perdeva una mossa dei due.
- Famiglia, forse. Ma un amico almeno ce l'aveva; peccato che non ci possa dire nulla. Ah, ecco che finalmente arriva la pubblica sanit. Adesso magari sapremo qualcosa di pi sulla morte del nostro piccolo solitario.

3.

La pubblica sanit nella fattispecie era rappresentata dal dottor Bruno Modo, che sgambettava nell'acqua cimentandosi nel difficile compito di non bagnarsi troppo e di tenere in mano nel contempo un ombrello, la borsa di cuoio e un foglio di carta. Appena vide Ricciardi e Maione si avvicin bellicoso.
- Voi, eh? E che dubbio c'era? Una chiamata di prima mattina, che ti sei appena asciugato i pantaloni dall'acqua che hai preso per arrivare in ospedale, due chilometri da fare controcorrente in questo maledetto fiume che chiamate via Nuova Capodimonte, e chi poteva essere? L'allegro Ricciardi e il suo magro scudiero, il nobile brigadiere Maione. Ma la vogliamo finire, brigadie', con queste chiamate nominative? Leggete qua: "  richiesta la presenza immediata del dottore Modo Bruno". Ma dico io, un medico qualsiasi non va bene? Per forza a me, mi dovete chiamare?
Maione si produsse in un sorriso sardonico:
- No, dotto', quello il fatto  che il commissario, qua,  contento solo quando ci siete voi. Solo di voi, si fida. Quando viene quell'altro, il dottorino giovane, non lo so, pare che non ci d soddisfazione. Come li maneggiate voi, i cadaveri, non li maneggia nessuno, e allora vi mandiamo a chiamare. Ma perch, non siete contento di vederci?
Modo si volt verso Ricciardi, agitando il fonogramma di convocazione con fare fintamente minaccioso.
- Io aspetto quando mi arriver quello su di voi, di fonogramma. Quello che dice: ritrovati due poliziotti fatti a pezzi dai fascisti. Magari! E' la volta che mi iscrivo pure io al partito, mi iscrivo!
Ricciardi non aveva cambiato espressione, ma si capiva che era divertito.
- Non avete mai pensato di darvi all'avanspettacolo, voi due? Una bella macchietta del Salone Margherita, il dottore e il brigadiere, zumpap. Insomma, lo vogliamo fare quest'esame, cos ci togliamo dall'acqua? Tanto, a prima vista, io non vedo segni di violenza, su questo cadavere.
Modo fece l'espressione offesa:
- E gi, mo' lo decidi tu quando ci sono i segni di violenza e quando non ci sono. Ormai mi avete fatto venire qua, e ho le mutande bagnate fino alle ginocchia; tanto vale che lo facciamo bene, quest'esame. Dov' il cadavere? Ah, ecco qua. Un ragazzino. Molto giovane, avr sette, otto anni. Che peccato.
Gir attorno al bambino, sollevando con cautela i vestiti, toccando con tenerezza le mani e le gambe. Ricciardi osserv che il cane, da lontano, si era alzato in piedi e adesso aveva tutte e due le orecchie dritte, come se stesse aspettando un richiamo; tuttavia parve intuire la delicatezza di Modo, e pur restando vigile non si mosse da dov'era.
Il dottore controll la posizione del cadavere, si accovacci per tastare i piedi, ispezion il viso. Prendeva appunti sul retro del fonogramma di convocazione. Maione teneva l'ombrello su di lui, cercando di intuirne i rapidi movimenti.
Alla fine Modo si accost a Ricciardi, asciugandosi le mani nel fazzoletto.
- Dunque: il cadavere  rigido e freddo, secondo me  morto ieri sera o nelle prime ore della notte. Hai ragione, non ci sono segni di violenza sul corpo, almeno non mortali: vecchi lividi, qualche abrasione, ma niente di contestuale alla morte;  seduto perch  appoggiato al muro, altrimenti sarebbe caduto. Secondo me ha sette anni, ma potrebbe averne pure di pi: questi bambini mangiano pochissimo e rimangono rachitici, di un paio di taglie inferiori a quella della loro et reale. Magari ne ha dieci o dodici, di anni. Questo lo dovrai scoprire tu.
Ricciardi chiese:
- Sull'orario della morte, sei sicuro?
Modo si strinse nelle spalle.
- Non si pu essere sicuri, con freddo e pioggia. Le cornee sono gi opache, velate, e mi pare di vedere del nero ai lati delle pupille. Le ipostasi, cio le macchie rosse date dal deposito del sangue per la gravit, puoi vederle sul lato destro del collo, sul padiglione auricolare destro, sotto le cosce e sulle gambe, come calze. Vedi? Se premo sulla pelle con le dita, non sbiancano. Il cadavere  rimasto nella posizione a lungo.
- E la causa della morte? Niente violenza, d'accordo. Allora com' morto?
- Non ti so dire. Mi pare un semplice arresto cardiaco. Te l'ho detto, questi bambini sono deboli, denutriti; ogni raffreddore diventa polmonite. Non prendono medicine, nessuno se ne cura. E' il terzo, questo mese. Uno l'hanno trovato alla stazione, aveva costole cos sporgenti che si poteva studiare lo scheletro senza nemmeno aprirlo. Un'altra era cos affamata, a Sant'Eframo, che  caduta in mezzo alla strada e una macchina ci  passata sopra, come a un fagotto di stracci. E una pena, lo so. Ma  solo uno degli effetti della povert di questa citt in attesa del sol dell'avvenire.
Maione ascoltava contrito.
- Io provo una tristezza enorme per queste creature, dotto'. Prima ogni famiglia se ne pigliava uno, li chiamavano i figli della Madonna. E venivano trattati pure meglio degli altri, dicevano che portavano fortuna. Ma mo', con la miseria che c', e chi se la pu permettere un'altra bocca da sfamare?
Modo non perse l'occasione per scivolare nel suo argomento preferito:
- Eppure non dicono tutti che viviamo in un paese perfetto? Leggete i giornali, brigadie', e leggerete di feste, ricevimenti, inaugurazioni, vari di navi e parate militari. Di principi e re stranieri in visita, di folle felici e plaudenti. Invece voi, io e il nostro amico Ricciardi, qui, lo sappiamo bene che  tutto diverso. Che i bambini come questo sconosciuto vengono lasciati morire di fame, all'angolo di una strada.
Ricciardi alz la mano:
- Piet, Bruno. Ti prego, non stamattina, con la politica. Non ce la faccio. Ho passato il turno di notte a compilare verbali e ce l'ho pi di te con l'apparato e la burocrazia; ma credo che tu, con questa fissazione di Mussolini e dei fascisti, prima o poi ti metterai nei guai seri.
Modo si pass la mano nei folti capelli bianchi e si rimise il cappello.
- E allora? Credi che alla mia et io possa avere paura di esprimere quello che penso? Con quello che ho fatto in guerra, per il mio paese? Ti rispondo come rispondono loro: me ne frego!
- Non capisci. Anzi, fai finta di non capire. Quelli come te fanno molto per la loro gente. Sei il miglior medico che conosca, e non solo perch sei competente e sei bravo, ma soprattutto perch hai piet. Ti guardavo prima, mentre esaminavi questo povero cadavere; ne avevi rispetto, come fosse ancora vivo. Pensi che sarebbe meglio per loro, per noi, se quelli come te, che sono pochissimi, venissero tolti dalla circolazione, per una frase o addirittura una sola parola detta nel posto sbagliato e al momento sbagliato? Non  meglio cercare di cambiare le cose giorno per giorno?
Maione aggiunse, da sotto l'ombrello:
- Tiene ragione il commissario, dotto'. Io comunque devo fare il dovere mio di spia, e tra cinque minuti vado e vi denuncio, cos vi mandano al confino in un posto caldo e asciutto e vi faccio pure una cortesia.
Modo scoppi a ridere, e fece un cenno ai due inservienti dell'obitorio che lo avevano accompagnato.
- Non c' niente da fare, e stupido io che ci provo, a fare un discorso serio coi poliziotti. E come parlare a una pariglia di buoi, con la differenza che quelli almeno farebbero finta di starmi a sentire, senza battute sceme. Vabbe', va', me ne vado in ospedale, ch almeno i morti non fanno gli spiritosi. E mando questa povera creatura al camposanto, perch trovi pace, almeno lui.

La pioggia si era fatta sottile, sembrava nebbia. Gli inservienti sollevarono il cadavere, stendendo con qualche difficolt le articolazioni irrigidite. Ricciardi li vide avviarsi verso il carro, trainato da un vecchio cavallo nero, lucido d'acqua. La testa del bambino penzol e un rivolo scese lungo il collo. Un meccanismo involontario della memoria port alla mente di Ricciardi l'immagine di un agnellino con cui giocava da piccolo, sacrificato dal fattore per la tavola di Pasqua: la stessa testa penzolante, la stessa nuca tenera. Due animaletti indifesi. Due vittime.
Nell'atmosfera spettrale di morte e di nebbia, il cane lanci un unico, breve ululato. Ricciardi sent un brivido lungo la schiena.
D'impulso chiam Modo, che si stava allontanando con i becchini.
- Bruno, ascoltami, devi farmi una cortesia: non mandarlo al cimitero. Fallo portare in ospedale, fagli l'autopsia. Voglio sapere con esattezza di che cosa  morto.
- Come sarebbe, di che cosa  morto? Te l'ho detto, arresto cardiaco. Questi bambini praticamente non hanno sistema immunitario, pu essere morto di qualsiasi cosa. Perch lo vuoi straziare ancora? E poi, non hai idea di quanto io abbia da fare in ospedale! Con questo tempo due colleghi su cinque sono ammalati, e arriva gente in continuazione con bronchiti, polmoniti e contusioni da cadute e incidenti.
Ricciardi gli mise una mano sul braccio.
- Ti prego, Bruno. Non ti chiedo mai niente. Fallo per me: un favore personale. Modo brontol:
- Non  vero, che non mi chiedi mai niente. Per essere precisi, sei un rompiscatole inverosimile. Va bene, allora. Ti voglio fare questo favore. Ma ricorda che me ne devi uno.
- D'accordo, ti devo un favore. Quando mi arriver sul tavolo il mandato di cattura col tuo nome far il giro largo della citt per venirti a prendere, cos avrai il tempo per un'ultima visita al casino.
Il dottore si mise a ridere.
-1o sai che le puttane di questa citt senza di me non possono vivere, eh? Guagliu', fermatevi, si cambia destinazione. Portatemelo all'ospedale, il bambino. E' cliente mio.
Quando il carro fu partito, Maione si avvicin a Ricciardi.
- Commissa', non vi ho capito, stavolta. Non aveva subito abbastanza, 'sta creatura? Valeva la pena di farlo seviziare pure da morto, se non teneva nessun segno sul corpo?
Ricciardi rimase in silenzio; osservava il cane, che non aveva tolto gli occhi di dosso al gruppo ed era rimasto fermo, anche quando il carro col cadavere se ne era andato. Si strinse nelle spalle.
- Che ti devo dire, Maione? Mi pareva sbagliato mandarlo sottoterra senza nemmeno sapere com' morto. Vieni, torniamocene in questura, cos finalmente lo chiudiamo, questo turno di notte.

4.

Contrariamente alle sue abitudini, alle otto e un quarto il vicequestore Angelo Garzo era gi in ufficio. La cosa aveva messo in crisi Ponte, la guardia scelta che era stata promossa assistente personale del funzionario.
Promossa? Ponte aveva forti dubbi che si trattasse di un avanzamento. Certo, lo stipendio era aumentato di qualche liretta, il che faceva comodo per arrivare a fine mese; e non doveva pi uscire di pattuglia, cosa che aveva risolto la scomodit di esporsi alle intemperie, con tutti i dolori e i malesseri che gliene derivavano, specialmente in giornate umide come le ultime. Infine la nuova funzione gli aveva fatto guadagnare un livoroso rispetto da parte dei colleghi, che riconoscendo nella sua inclinazione alla delazione la principale causa della nuova posizione, si tenevano alla larga da lui.
In cambio, per, doveva sopportare l'umore del superiore, l'elemento pi variabile che esistesse in natura: a momenti di euforia immotivata seguivano depressioni nere, durante le quali il povero Ponte doveva intuire quello che Garzo voleva dalle espressioni del suo volto. A supponenti benevolenze, successive ad esempio a un encomio del questore, si alternavano malumori adirati, in corrispondenza dei quali conveniva sparire perch il vicequestore invariabilmente si rifaceva su di lui con rimproveri memorabili.
Quello, poi, era il periodo peggiore che riuscisse a ricordare. Le cose stavano cos: un mese prima era giunto un dispaccio telegrafico dal ministero dell'Interno, che annunciava la decisione del Duce di tenere proprio da Napoli il discorso alla nazione. La visita del primo ministro, accompagnato dai pi alti funzionari, sarebbe avvenuta nei giorni 3 e 4 di novembre. Ci si aspettava la massima collaborazione da parte delle strutture di governo locali, questura e prefettura in primis, naturalmente.
Ponte era stato il primo a leggere il dispaccio, consegnatogli dall'addetto al telegrafo della questura perch lo portasse al signor questore; ma siccome sapeva che Garzo lo avrebbe scuoiato vivo se di una cosa di tale importanza non avesse informato innanzitutto lui e solo poi chiunque altro, era andato di corsa nel suo ufficio.
Non avrebbe dimenticato facilmente la reazione del superiore. Era sbiancato, dopo era diventato paonazzo, infine era impallidito di nuovo, non senza il formarsi di larghe chiazze rosse sul collo e sulla fronte. Era balzato in piedi e il foglio gli era caduto dalle mani tremanti. Aveva mormorato qualcosa di inintelligibile, poi era caduto sulla sedia facendo a Ponte un vago cenno di portare il documento al questore.
Da allora Garzo era diventato sempre pi intrattabile. Si chiudeva per ore nel suo ufficio, controllando e ricontrollando verbali vecchi di mesi, terrorizzato da una possibile ispezione; altre volte irrompeva nel posto di guardia, urlando in falsetto che la sciatteria con cui veniva tenuto il locale era inconcepibile. E ora addirittura arrivava in questura poco dopo l'alba, quando il povero Ponte voleva solo farsi un surrogato e fumare in pace il suo sigaro. Controll il calendario: altri otto giorni cos sarebbero stati insopportabili.

Il vicequestore Garzo controll il calendario per la quarta volta in mezz'ora, e pens che altri otto giorni di tensione non avrebbe potuto reggerli. Il Duce. Il Duce in persona, il grande condottiero, il capo della nazione, l'uomo al quale tutto il popolo italiano guardava con fiducia illimitata sarebbe stato l, forse nel suo stesso ufficio, proprio davanti a lui. E forse gli avrebbe sorriso, e gli avrebbe porto la mano per un saluto. Per la millesima volta da quando aveva letto il dispaccio del ministero, si sent mancare. La sicurezza del Duce era garantita dall'esercito e dalla polizia segreta, questo almeno non gli competeva; ma il questore era stato chiarissimo: l'ordine e l'aspetto della questura e pi in generale della citt erano una sua specifica responsabilit.
Dipendeva insomma da lui, e solo da lui, che il Duce, il ministro e tutti i funzionari che sarebbero venuti da Roma trovassero in Napoli la perfetta citt fascista, priva di delinquenza e di brutture. E lui era deciso a fare in modo che la citt si presentasse proprio cos.
Apr lo specchietto da tasca e controll che i baffi, una recente intuizione di sua moglie, non avessero un pelo fuori posto. La donna, energica e dispotica, era stata ferma nel dirgli che l'aspetto fisico era un biglietto da visita importante se si voleva far carriera. Lei se ne intendeva: suo zio era andato in pensione da prefetto, dopo aver scalato tutti i gradi della carriera ministeriale.
Garzo era cosciente di non essere particolarmente acuto nelle indagini; aveva sempre provato disgusto per la mentalit criminale, e trovava orribile doversi sporcare le mani con i delinquenti. In compenso era sempre stato assai abile nelle relazioni, attenendosi al sano principio di mostrarsi forte con i deboli e debole con i forti. Era riuscito cos ad affrancarsi dal servizio attivo e ad assumere ruoli di comando, nei quali aveva imposto le proprie capacit di organizzatore. Sapeva subito riconoscere i problemi e li sapeva evitare, isolandone le cause e rimuovendole con cura.
E quali erano adesso, riflett, i problemi? Cosa si poteva mettere fra lui e l'encomio del Duce, i complimenti del ministro, l'abbraccio grato del questore? La mente and subito a Ricciardi.
Il momento era propizio per la visita del Duce. Non c'erano indagini in corso, non c'erano casi irrisolti, nessun disordine. Per una volta, tutto filava liscio. E allora, perch tutta quella preoccupazione?
Ricciardi era bravo, questo era indiscutibile. Aveva risolto casi intricati, alcuni veramente incomprensibili; secondo Garzo, ci riusciva perch dentro era un criminale, uno che pensava come i delinquenti che catturava. Ma a parte quella valutazione, restava il fatto che Ricciardi fosse incontrollabile, sfuggente. Viveva con la sua vecchia tata. Non aveva vizi, n amici, n una donna. Un uomo senza vizi, pensava, non pu avere grandi virt. E poi quegli occhi: quegli inquietanti occhi verdi, trasparenti come il vetro, con le palpebre che non sbattevano mai; quegli occhi che ti sfidavano senza sfidarti, che ti mettevano di fronte alla parte peggiore di te stesso, quella che non volevi conoscere, quella che non sapevi di avere. Garzo rabbrivid.
Ultimamente c'era poi la questione della vedova Vezzi. Quella era un'altra complicazione. Il vicequestore non sapeva spiegarsi come una donna tanto bella, ricca e apprezzata, con amicizie cos importanti (addirittura la stessa figlia del Duce), si fosse manifestamente invaghita di uno come Ricciardi. Veniva a trovarlo in questura, senza vergogna o pudore; e pi lui si mostrava disinteressato, pi lei lo corteggiava sfacciata. Quella presenza, e il ruolo sociale che la donna andava assumendo in citt ora che vi si era trasferita, costituiva un'ulteriore protezione per il commissario. Protezione?, si chiese Garzo: s, protezione. Perch senza di lei l'avrebbe fatto volentieri fuori, quel Ricciardi; se ne sarebbe liberato, mandandolo a indagare da qualche altra parte, in un paese della provincia, lontano dalla questura e dalla sua carriera.
Si accinse a mettere in ordine gli intonsi tomi di giurisprudenza che decoravano la sua libreria, in modo che il colore delle copertine si armonizzasse meglio con quello dei tappeti. Non riusciva a stare tranquillo: Ricciardi lo avrebbe messo in difficolt, ne era certo.
Per, a pensarci bene, il corteggiamento della vedova Vezzi nei confronti del commissario poteva tornargli utile. Si diceva infatti che la donna volesse organizzare, nella sua nuova casa napoletana, un ricevimento esclusivo in occasione della visita del Duce. Chiss, riflett, magari, approfittando della propria posizione, poteva anche farsi invitare, e forse persino notare. Correva voce che la figlia del Duce, Edda, fosse la prediletta e avesse grande influenza sul padre; magari le sarebbe stato simpatico, e cos avrebbe potuto ottenere una segnalazione.
Si vide questore, nel palco principale del San Carlo, salutare affabilmente con la mano i personaggi pi in vista della citt. Si eccit al pensiero di poter volgere a proprio vantaggio la presenza di un rompiscatole come Ricciardi.
Preso da una nuova euforia, chiam:
- Ponte!

5.

Livia Lucani, vedova Vezzi, si compiaceva del fatto che la sua nuova casa napoletana cominciasse a prendere forma; e combaciasse perfettamente con l'idea che se ne era fatta, quando aveva deciso che si sarebbe trasferita in citt.
Era la prima casa veramente sua, solo sua. Era uscita da quella dei genitori, eredi di una nobile e ricca famiglia di Jesi, per andare a studiare canto da una zia, a Roma. All'inizio di una promettente carriera lirica, quando la sua bella voce da contralto iniziava a essere conosciuta e apprezzata, aveva incontrato Arnaldo, fra i tenori pi grandi del secolo, e lo aveva sposato; quindi, riflett, quella era la prima volta che sceglieva e arredava una casa tutta per s.
Magari non sarebbe stata sola per molto, pens mentre sorbiva il caff. Magari qualcuno prima o poi avrebbe riempito il suo letto e la sua vita. Magari qualcuno con gli occhi verdi.
Con uno sforzo riport l'attenzione a quello che avrebbe dovuto fare nella giornata, e alla casa. L'aveva scelta in centro con l'aiuto di Ricciardi, al quale aveva chiesto indicazioni. Lui non voleva prendersi responsabilit nei suoi confronti, era molto attento a evitarlo; ma lei era sicura che prima o poi, con naturalezza, si sarebbe accorto che era la donna giusta, colei che lo avrebbe tirato fuori da quella strana, melmosa solitudine in cui si ostinava a vivere.
Invece della dolce collina di Posillipo, dalla quale si poteva vedere il golfo, o della nuova edilizia del Vomero, pieno di verde e di frescura, aveva optato per le adiacenze di via Toledo, scegliendo un elegante appartamento in via Sant'Anna dei Lombardi. Le andava di stare in centro, in mezzo ai teatri e ai caff, per poter passeggiare tra i negozi pi raffinati e le chiese pi antiche.
Si era innamorata di quella citt prima ancora che di Ricciardi; ne adorava l'allegria, la capacit di cambiare faccia e colore a seconda delle stagioni, i nugoli di scugnizzi che si appendevano ai tram sferraglianti; ne gustava la musica perenne, il fatto che a qualsiasi ora e in qualsiasi circostanza ci fosse sempre qualcuno che cantava, a squarciagola o in maniera sommessa; ne apprezzava il cibo e il clima dolce, che per sapeva essere capriccioso, come in quei giorni di pioggia. A Napoli proprio non riusciva a essere triste.
Le amiche romane le telefonavano quasi quotidianamente, chiedendole cosa ci fosse di cos bello in quella citt da decidere addirittura di andarci a vivere. In realt, pens Livia, erano solo curiose di capire quale fosse il vero motivo del trasferimento.
Livia era stata il centro dell'alta societ romana; era raro che una donna cos bella e affascinante piacesse anche alle signore di quell'ambiente, inclini all'invidia e alla paura di vedersi sottrarre i mariti. Ma lei, aperta e sincera, navigava con noncuranza attraverso i pettegolezzi e la maldicenza, e alla fine incantava tutti, uomini e donne.
Ad alcune persone la legava una vera amicizia; una di queste era Edda, la figlia prediletta del Duce. La ragazza aveva poco pi di vent'anni, una decina meno di Livia. Una donna incostante e capricciosa, ma si era legata all'affascinante signora, un modello di eleganza e di classe. Si piacevano, e quando gli impegni di stato glielo consentivano, Edda chiamava Livia per lunghe e divertenti conversazioni telefoniche. Era uno dei motivi per cui aveva chiesto al padre di poterlo accompagnare nella visita a Napoli, nonostante la prossima partenza per la Cina col marito diplomatico sposato l'anno precedente.
A Livia era venuta l'idea di dare un ricevimento per pochi invitati; un modo per aprire ufficialmente la nuova casa alla vita sociale e per far vedere alla sua amica che l citt non era la suburra caotica e pericolosa che alcuni amavano dipingere.
Non che fosse facile, ricevere la figlia del Duce. La cosa implicava imponenti misure di sicurezza e l'attenzione della nobilt e della politica cittadina. Ma sarebbe stato divertente aprire i saloni a gente elegante e assistere al modo di comportarsi di certi supponenti notabili che negli ultimi giorni aveva avuto modo di incontrare nei teatri.
Ci andava da sola; non le piaceva l'idea di farsi accompagnare da uno qualsiasi. Non le sarebbe certo mancata l'opportunit di scegliere: quasi quotidianamente la servit le recapitava enormi bouquet di fiori, anonimi o seguiti da ardenti messaggi con firme sconosciute. Si alz, strinse in vita la vestaglia di seta e si avvicin allo specchio, osservando la figura morbida, la pelle bruna, i capelli scuri. La mia bellezza, pens. Quanti danni ha fatto, ad altri e a me, la mia bellezza?
Era stata la sua bellezza a incantare Arnaldo, un uomo gretto abituato a ottenere tutto quello che voleva. Era stata la sua bellezza a far perdere la testa a due suoi spasimanti, entrambi respinti, che si erano addirittura sfidati a duello qualche anno prima. Era la sua bellezza che le impediva di mantenere una semplice amicizia con gli uomini, che prima o poi non riuscivano a fare a meno di tentare di averla.
E ora, che per la prima volta avrebbe voluto essere lei ad affascinare un uomo, che avrebbe voluto prenderselo per tenerlo al fianco, proprio quell'uomo sembrava capace di resisterle. Livia sapeva di non essere indifferente a Ricciardi; ne percepiva la tensione, la vibrazione silenziosa del corpo quando gli si avvicinava, ma c'era qualcosa che lo frenava, che lo teneva lontano da lei.
Una volta le aveva detto che aveva il cuore impegnato. Che c'era un'altra donna nei suoi pensieri. Allora Livia gli aveva chiesto se fosse sposato o fidanzato, e Ricciardi, tristemente, aveva fatto cenno di no.
Questo cambiava tutto, aveva pensato lei riemergendo dall'abisso di disperazione in cui per un attimo le era parso di sprofondare. Non era di nessuna, era libero e quindi poteva essere suo. Se fosse stato impegnato lo avrebbe lasciato andare: troppe volte dal marito aveva dovuto subire tradimenti, fughe e umiliazioni per farsi infliggere la stessa situazione a un'altra donna. Ma se lo strano, affascinante commissario era libero, allora non c'era niente di male nel mettere in atto una strategia per conquistarlo.
Strategia? Conquistare? Erano termini da usare in guerra, non in amore. Ma in fondo, consider Livia, l'amore non  forse una guerra? Pi una caccia che una guerra, forse: ma questo non cambiava la sostanza dei fatti.
Cosa mai aveva quell'uomo da prenderla cos profondamente? Gli occhi, certo: due frammenti di smeraldo capaci di brillare anche nel buio. E quel ciuffo di capelli scomposto sulla fronte, quel suo modo di ravviarlo con un gesto secco. La sua mano, magra e nervosa: la mano che in quelle notti di pioggia avrebbe cos volentieri sentito sul corpo.
Cominci a pettinarsi. Voleva quell'uomo con tutte le forze, lo voleva come non aveva mai voluto nessuno. Era sempre stata diretta, manovrata, gestita da altri: i genitori, gli insegnanti, il marito. Ora aveva una casa sua, scelta da lei, e una vita sua, piena delle cose che aveva sempre desiderato; era naturale che cercasse di avere vicino l'uomo che voleva.
Si chiese come fosse la sua rivale sconosciuta, la donna che Ricciardi diceva di amare. Non che facesse differenza, di fronte alla sua determinazione; ma si domand se fosse bruna o bionda, alta o bassa.
Con apprensione, temette che fosse pi bella di lei.


6.

Enrica guard il ragazzo assopito con la penna in mano, la testa reclinata sul foglio e un filo di bava all'angolo della bocca. Russava. Era la terza volta che si assopiva, quella mattina.
Tra le lezioni private che teneva, quella con Mario era la pi difficile: l'abitudine del giovane di addormentarsi all'improvviso lo aveva fatto cacciare da tutte le scuole del regno, e il padre, un ricco commerciante di salumi, aveva confidato alla madre di Enrica, che era una cliente, la sua disperazione. La donna aveva subito consigliato la figlia, maestra diplomata, le cui pazienza e testardaggine sembravano fatte apposta per risolvere il problema.
Cos Enrica si ritrovava a passare buona parte delle mattinate a tentare di svegliare Mario, peraltro un ottimo ragazzo, che cadeva addormentato sui compiti. Contava di presentarlo agli esami di licenza media con qualche speranza di promozione, semprech non si fosse messo a russare durante lo scritto.
Quel giorno, per, almeno per qualche minuto, Enrica avrebbe lasciato dormire il suo scolaro senza svegliarlo. Aveva da fare.
Cercando di non far troppo rumore, tir fuori un foglio dalla tasca della gonna e si aggiust le lenti da miope sul naso. Non era bellissima, Enrica: ma aveva una grazia naturale e una femminilit che esprimeva coi gesti e coi sorrisi attraenti nonostante fosse un po' troppo alta, con le lunghe gambe nascoste dalle gonne di taglio antiquato. Il carattere introverso, dolce ma testardo le permetteva di evitare discussioni soprattutto con la madre, che tentava di imporre le proprie convinzioni, e di fare comunque di testa sua con l'appoggio del padre, uno stimatissimo commerciante di cappelli di via Toledo.
L'uomo amava molto la sua primogenita, cos simile a s per l'atteggiamento riservato e le poche parole, che a ventiquattro anni non era mai stata fidanzata. Eppure le occasioni non erano mancate, da ultimo il figlio del ricco proprietario di un negozio vicino al suo, che Enrica si era rifiutata di frequentare mandando la madre, che temeva che la figlia rimanesse irrimediabilmente zitella, su tutte le furie. Amo un altro, aveva detto: cos, con semplicit, sussurrando la terribile notizia durante un pranzo domenicale, prima di mangiare il rag.
Giulio Colombo, il padre di Enrica, aveva avuto il suo bel da fare per tranquillizzare la moglie nei giorni che erano seguiti. Non erano riusciti a sapere nulla dell'innamorato fantasma della figlia, se non che non si trattava di un uomo sposato: almeno questo, aveva detto la madre sventolandosi nervosamente col ventaglio. Nessun'altra notizia. Che intenzioni hai?, aveva chiesto alla ragazza, consapevole che avrebbe comunque perseguito il suo piano, quale che fosse. Aspetter, aveva risposto lei, con la solita, quieta determinazione.
Quando faceva cos, andava lasciata cuocere nel suo brodo.
La vita in casa era ripresa sui binari consueti. Enrica aveva ricominciato a insegnare, a preparare i piatti preferiti del padre e a ricamare dopo cena vicino alla finestra della cucina, ascoltando in lontananza la radio accesa in salotto. E a lanciare occhiate furtive verso la finestra del palazzo di l dalla strada, dietro la quale si stagliava una sagoma snella che se ne stava a guardarla cucire.
Da qualche mese aveva saputo a chi quella figura corrispondeva. Era stata convocata in questura a proposito di un fatto di sangue in cui lei non era minimamente coinvolta e si era trovata di fronte all'uomo dei suoi sogni, lo sconosciuto osservatore dalla finestra: il commissario Luigi Alfredo Ricciardi. L'incontro non era andato granch bene, per la verit. L'aveva irritata l'essersi fatta trovare impreparata all'evento, pi sciatta e disordinata del solito, senza un filo di trucco, e aveva reagito mostrandosi piena di un'aggressivit che non le apparteneva. Per giorni si era macerata nella dolorosa convinzione che ,non lo avrebbe rivisto mai pi.
Nelle settimane successive le cose si erano pi o meno sistemate. Avevano ripreso a guardarsi da lontano, perfino a scambiarsi un incerto saluto, un cenno con la testa. Enrica era paziente. Sapeva aspettare. E l'attesa era stata premiata qualche giorno prima, con l'arrivo della lettera che ora teneva in mano, mentre il piccolo Mario russava.
Sorrise ricordando il padre, di ritorno dal lavoro, che controllava la posta consegnatagli dal portiere. Si era fermato davanti alla busta corrugando la fronte, poi le aveva rivolto un segno d'intesa chiamandola in un'altra stanza, al riparo dall'occhio indagatore della moglie. Infine le aveva consegnato la lettera, senza una parola, dicendole solo:
- Non  affrancata.
Voleva dirle che qualcuno l'aveva consegnata a mano, o infilata nella cassetta della posta del palazzo. E l'aveva lasciata sola, senza chiederle nulla n allora n poi. Tra loro era cos, la discrezione veniva prima di tutto.
Il cuore le era scoppiato in petto. In camera aveva aspettato quasi mezz'ora, fissando la busta e fantasticando sul contenuto. Non dubit nemmeno per un attimo che fosse sua, che finalmente avesse deciso di farsi vivo; nel contempo temeva di rimanere delusa, che si trattasse solo di un saluto formale e niente di pi.
Rileggendola ora per la centesima volta, pensava che un po' forse era stato cos. Ma era pur sempre un contatto.
Gentile signorina, - esordiva, - mi permetto di scrivervi per non darvi l'impressione di essere una persona scortese, che si prende l'ardire e la confidenza di salutarvi dalla finestra. Tuttavia, l'incontro che abbiamo avuto  stato cos improvviso che non me la sono sentita di presentarmi a dovere. Mi chiamo Luigi Alfredo Ricciardi, sono commissario presso la questura e, come sapete, abito di l dalla strada, proprio di fronte alle vostre finestre. Questa breve lettera , scritta nell'unico intento di sapere se non vi d fastidio essere salutata, quando occasionalmente vi vedo da lontano. Se cos dovesse essere, vi assicuro che non accadrebbe mai pi. Ma devo anche dirvi, in tutta sincerit, che a me piacerebbe molto se non fosse cos.
Sar lieto di avere vostre notizie. Nel frattempo, credetemi vostro aff.mo
Luigi Alfredo Ricciardi.

Nulla di che; ma per Enrica contava moltissimo quello che nella lettera non c'era, e cio che lui non aveva nessun impegno, per esempio con quella bellissima e sofisticata signora con la quale l'aveva visto una volta al Gambrinus, altrimenti non le avrebbe scritto. E che lei non gli era indifferente. E infine che era educato, riservato e timido, come aveva immaginato.
E adesso?, si domand preoccupata. Adesso toccava a lei. Avrebbe dovuto rispondere, senza eccessiva confidenza ma anche non troppo freddamente, altrimenti lui si sarebbe convinto che non c'era da parte sua alcun interesse, come aveva temuto potesse sembrare dal suo atteggiamento in occasione del loro unico incontro. Doveva pensare, e in fretta.
E come avrebbe fatto a recapitargli la risposta? Certo non poteva farsi vedere, conosciuta com'era nel quartiere, con una busta in mano vicino alle cassette della posta del palazzo di lui; e spedirla avrebbe comportato un'enorme perdita di tempo. Pens che conosceva di vista la signora anziana che abitava con lui, una donna grassa e gioviale che si serviva al suo stesso negozio di spezie; avrebbe dovuto farsi forza e fermarla, presentarsi e parlarle. Doveva trovare il coraggio.
Ripose il foglio in tasca e sospir, guardando Mario perso nei suoi sogni. Fece un colpo di tosse; il ragazzo si svegli e stent a riconoscerla. Lei gli sorrise e disse:
- Dunque, dove eravamo?
E lanci uno sguardo di tenerezza alla finestra di fronte.


7.

In piedi vicino alla finestra del suo ufficio, Ricciardi si asciugava alla meglio col fazzoletto. La pioggia e il vento martellavano furiosi la piazza, spazzando le strade da tutto ci che non era ancorato al suolo. I lecci scuotevano al cielo i rami spogli, la gente cercava di ripararsi sotto i portoni e di salvare gli ombrelli, inadeguati a quella furia.
La finestra gli riport alla mente Enrica che ricamava; l'immagine della quiete e della serenit, quella in cui si rifugiava quando era agitato e ansioso. Enrica. E la lettera che le aveva scritto. Pur consapevole di non essersi troppo sbilanciato, si sentiva profondamente inquieto. Per uno come lui, cos poco incline ai rapporti e alle manifestazioni affettive, era stata una rivoluzione prendere penna e carta e stabilire un contatto cos diretto. Gett uno sguardo alla sedia davanti alla scrivania, dove la donna si era seduta in quella disgraziata occasione in cui, per la prima volta, si erano incontrati. Che figura, che aveva fatto. Enrica doveva aver pensato che era un imbecille, un povero idiota.
E se la lettera che le ho scritto, pens, le sembrer un'intromissione intollerabile nella sua vita? Perderei anche il solo poterla guardare dalla finestra. Studiare i suoi gesti semplici, sereni, lenti. Normali. La normalit, quella strana condizione che gli era sconosciuta. Ricord i mesi in cui l'aveva guardata di nascosto, trovando nel suo ricamare, nel modo tranquillo di muoversi nel suo ambiente, uno spettacolo per il quale valeva la pena di tornare a casa, la sera. Si pent di averle scritto. Ma ormai era fatta: doveva solo aspettare.

Nella piazza martoriata dalla pioggia vedeva passare le automobili. In lontananza, distinse una donna con una bambina per mano, immobili in mezzo alla strada, incongruamente abbigliate con abiti estivi. Ricordava l'incidente, avvenuto un mese e mezzo prima, durante l'ultimo colpo di coda dell'estate: alla bambina era caduto qualcosa, forse un giocattolo, e aveva fermato la madre proprio mentre una Fiat 525 svoltava l'angolo e si immetteva nella piazza; il conducente guardava dall'altra parte e le aveva travolte, arrestando la corsa solo quando anche le ruote posteriori erano passate sui corpi. Da quella distanza Ricciardi vedeva le gambe della donna tranciate di netto, all'altezza delle cosce, e la testa della bambina maciullata dal collo in su. La donna diceva: Presto, ci aspetta. Chiss chi le aspettava, e le avrebbe aspettate per sempre. La bambina diceva: Lo strummolo, l'ho perso, lo strummolo. Una trottola di legno. Causa della morte, solo una maledetta, minuscola trottola di legno.
Ancorch insanguinate e straziate dalle ruote, le donne erano le uniche asciutte sotto l'acqua. Piccoli privilegi della morte, pens ironicamente Ricciardi. Ma il privilegio di ascoltarne le parole anche a distanza e di vederne i cadaveri dissolversi lentamente giorno dopo giorno, invece, ce l'aveva solo lui. Questo sono io, Enrica. Un uomo destinato a camminare nel dolore, a esserne assordato, ammorbato, soffocato. Che ti pu dare, uno cos? Quale vita, quale amore? Che grande egoista sono stato, a scriverti; perfino quell'inutile lettera.
La bambina e la sua trottola gli fecero tornare in mente il cadavere con cui aveva iniziato la settimana. Il fatto di non averne visto l'immagine, le parole di Modo circa la certezza della morte naturale. Ma, si chiese, quanto pu essere naturale la morte di un fanciullo cos piccolo? Non avrebbe avuto il diritto di conoscere le emozioni, gli orgogli, le tristezze di una vita?
Rivide la nuca rigata dalla pioggia, la testa sospesa nel vuoto mentre veniva portato via dai becchini come la carogna di un animale randagio. Come si chiamava? Che giochi faceva, che amici aveva? C'erano una madre, dei
fratelli che ora piangevano e si disperavano per la sua assenza? O era solo e abbandonato da vivo come lo era stato nella morte?
Ricciardi and con gli occhi della memoria a un altro bambino, che giocava solitario con una spada di legno in un vigneto, venticinque anni prima; ne ud il mormorio con cui descriveva a s stesso il mondo fantastico in cui si immaginava di essere. E consider che la solitudine  una malattia che non risparmia nemmeno i ricchi, e che dall'infanzia si trasmette alla maturit e persino alla vecchiaia.
Le riflessioni furono interrotte da un discreto bussare alla porta, a cui segu l'ingresso di centoventi chili di brigadiere bagnato.
- Niente, commissa'. Ancora non sono giunte segnalazioni di un bambino scomparso, pare che nessuno si  accorto che la creatura non ci sta pi. O almeno, nessuno ha pensato di avvisare alla polizia -. Maione si detergeva con una salvietta, scrutando con rassegnazione gli stivali infangati. - Niente, e questa schifezza non si leva pi, mo' a Lucia chi la sente? Ma che sfortuna, proprio a fine turno doveva succedere, almeno avevo il tempo di farli asciugare un poco, e invece devo tornare a casa cos combinato. Ma che c', commissa', stavate pensando? Vi ho interrotto?
- Mi stavo proprio chiedendo del bambino, se ha qualcuno o se era solo.
- A giudicare dai vestiti, secondo me era solo. Non ci sta una mamma che con questa pioggia manda il figlio in giro con gli zoccoli: anche la pi povera almeno glieli fascia con una pezza. Mia madre quando ero bambino ci metteva mezz'ora la mattina, d'inverno, a fasciarci i piedi a me e ai miei fratelli. Ci legava le pezze che erano meglio di un paio di stivali. E ce le legava cos strette che i piedi si addormentavano e formicolavano per tutta la giornata. Ma non si scioglievano, poco ma sicuro.
- E invece il nostro piccolo amico le pezze non ce le aveva e i piedi erano pieni di geloni. Sono proprio curioso di sapere come  morto; che ha detto Modo, quando ci d notizie?
Maione non era convinto che l'autopsia fosse l'idea giusta, e non voleva nasconderlo.
- Ha detto che ci chiama lui, forse pure domani. Ma commissa', io ve lo devo ripetere: a me questa cosa di fare l'autopsia al ragazzo non mi  piaciuta. Non mi piace l'idea che se ne deve andare sottoterra tutto squartato, dopo che il dottore ha rimestato con le mani dentro alla pancia per trovare qualche cosa che non c'. Io lo so che voi tenete le migliori intenzioni, per lo sapete che in questa citt i bambini muoiono per strada. Mica  una novit, purtroppo.
Ricciardi volt le spalle alla finestra.
- Lo so bene. Ma tu, che hai figli, questo non me lo devi dire. Il bambino  morto,  vero. E anche a me non piace vedere i cadaveri straziati, credimi. Solo, non sopporto l'idea che non si sappia com' morto, tutto qui. Non si deve buttare via come un vestito vecchio un bambino cos piccolo. Noi dobbiamo dargli un nome e un cognome, e il dottore una causa di morte, cos sottoterra ci va una persona, non una cosa.
- Lo capisco, quello che volete dire. Io che un figlio l'ho perso, lo so bene che significa quando uno non li vede tornare pi. E pure se non ne parliamo mai, io e Lucia guardiamo a questi che ci sono rimasti e pensiamo sempre a Luca, e ci penseremo per sempre. Mo' che si avvicina il giorno dei morti, poi, ci pensiamo pure di pi. Questa pioggia, questa pioggia che non finisce mai, che ti entra nelle ossa e che ti aumenta la tristezza... E ci si mette pure l'ufficio, mo', che  diventato un inferno!
- E perch, che  successo?
Maione allarg le braccia:
- E gi, io mi dimentico sempre che voi, a parte me, non parlate con nessuno, qua dentro. E fate bene, ve lo dico io. Dunque, siccome lo sapete che deve venire Mussolini il 13 di novembre, Garzo sta come un pazzo. Va dicendo che se qualcosa va storto manda tutti a fare i secondini a Poggioreale; sposta e risposta i mobili dentro al suo ufficio; fa lavare continuamente le scale; ha mandato tutte e due le macchine alla rimessa per farle revisionare, casomai Mussolini si vuole fare un giretto; si liscia i baffi nello specchio una continuazione, e si crede che nessuno lo vede ma tutti gli ridiamo appresso.
- Ma come si fa a essere cos stupidi? Viene Mussolini, e allora? A parte il fatto che di qui nemmeno passer, ma poi che cosa cambia? Non si muore lo stesso, non succedono comunque le stesse cose terribili, in mezzo alle strade?
Maione picchi col pugno nella mano.
- E proprio questo il punto, commissa': no, non succedono. Nel senso che quel cretino di Garzo va dicendo che in citt tutto deve andare bene, che non ci devono essere disordini o delitti; che questa  la citt fascista, dove regnano la pace e la tranquillit per i cittadini. Insomma, non ci devono essere sospesi o indagini in corso, almeno finch il mascellone non riparte e se ne torna a Roma in grazia di Dio.
Ricciardi fece un'occhiataccia:
- Se pensa che ci mettiamo a coprire le cose o a non indagare sul serio solo per fare finta che tutto va bene, allora  impazzito davvero. Glielo puoi anche mandare a dire dal tuo amico Ponte: noi il nostro lavoro lo facciamo sempre, Mussolini o no.
Maione scoppi a ridere.
- 'azzo, il mio amico Ponte: io lo affogherei in un tombino, quello spione! Va bene che in questo periodo  la prima vittima di Garzo, e ben gli sta: se lo vedeste correre avanti e indietro, pi ridicolo del solito... E comunque lo sapevo gi, che dicevate cos. E pensavo che, in fondo, a fare i secondini a Poggioreale non si deve stare tanto peggio di qua, no?

8.

Dalla sala settoria dell'ospedale, il dottor Modo sentiva la pioggia battere sul tetto e sulle finestre. Le lampade illuminavano i tavoli di marmo; era finalmente arrivata la sera dopo una giornata molto dura. Le corsie erano piene di ogni genere di malattie; si chiese come fosse possibile sopravvivere nelle condizioni di igiene in cui si trovava gran parte della citt.
La pioggia poi faceva la sua parte: polmoni, bronchi, ossa recepivano l'umidit come spugne e si danneggiavano gravemente. La gente del popolo, abituata a penare e a nascondere con dignit il dolore, arrivava in ospedale quando la situazione era ormai irreparabile, e ai medici non restava che provare a lenire come potevano la sofferenza. Non bastasse, i torrenti d'acqua sporca che traboccavano dalle fogne intasate invadevano i bassi, trascinando rifiuti e animali morti sui pavimenti dove i bambini giocavano.
Modo rabbrivid; c'era da meravigliarsi che in molti fossero ancora vivi, altroch. Spesso, finiti i turni, se la stanchezza gli permetteva di tenere ancora gli occhi aperti, andava in giro per i vicoli, per portare qualche cura a chi ne aveva bisogno. Le vecchie tentavano di baciargli le mani, ma lui si ritraeva: avrebbe voluto fare di pi. Avrebbe voluto disporre di pi medicine, ma riusciva a rubacchiarne poche all'ospedale mentre ne sarebbero serviti quintali.
Stasera, ad esempio, sarei molto pi utile l che qua a sezionare un cadavere, disse fra s guardando il bambino steso nudo sul tavolo, livido nella luce spettrale, il capo adagiato sul ceppo di legno. Ma non riusciva a dire di no a Ricciardi, e invece di portare sollievo ai vivi si ritrovava a scavare in un morto.
S'interrog sulla strana natura dell'amicizia col commissario. Non erano certo affini: lui estroverso e sopra le righe, quello silenzioso e poco incline alla risata; ma gli era vicino pi di ogni altro. Forse perch erano due solitari; forse perch osservavano il proprio tempo nella stessa maniera, con disincanto e malinconia; forse perch condividevano la stessa pena per quella citt brulicante e quel popolo disperato. Con differenti scelte di lotta, per: il dottore con l'esplicita dissidenza, il commissario con l'azione silenziosa.
Tir fuori l'orologio dalla tasca del gilet: le dieci. Probabilmente erano passate circa ventiquattr'ore dalla morte del ragazzo. Controll gli strumenti, puliti e disposti in una cassettina di metallo di fianco al tavolo; avevano come sempre l'aria quotidiana e inoffensiva, ago e filo, forbici, coltelli di varie sezioni e misura, una sega e due seghetti, uno scalpello e un martello. Pens al padre, un abile falegname che aveva lavorato fino a settant'anni per farlo studiare; non siamo poi cos diversi, hai visto, pap? Alla fine sego, martello e scalpello anch'io.
Ricciardi, Ricciardi: accidenti a te, e alla tua testardaggine. Ramment che nella Grande guerra, sul Carso, dove faceva da ufficiale medico per un battaglione, aveva conosciuto un tenente, un calabrese di nome Caruso. Un ometto taciturno, scurissimo di pelle e di capelli, in perenne movimento. Avevano simpatizzato e passavano le lunghe serate in trincea a sentire il rombo lontano del cannone e a raccontarsi di donne e delle loro citt cos lontane.
Caruso aveva la capacit di capire prima degli altri cosa sarebbe successo in battaglia. Diceva: adesso vedrai; loro si sposteranno di qua, faranno questa manovra, tenteranno un aggiramento della postazione delle mitragliatrici. E puntualmente, come se li dirigesse lui stesso, lo stato maggiore e i crucchi facevano quello che lui aveva predetto. Il che non gli aveva impedito di prendere una palla in fronte, una sera di settembre: quella non l'aveva prevista.
Ricciardi gli ricordava Caruso: le stesse mani nervose, lo stesso sguardo perduto dietro chiss quale lontano dolore. La stessa strana capacit di interpretare la realt secondo le sue correnti sotterranee, quelle che nessun altro vede. Gente che attraversa la vita prendendosela tutta sulle spalle, senza avere la forza di farlo.
Si concentr sul bambino. Aveva completato l'esame esterno. Aveva controllato i vestiti: una camicia di tela grezza diverse taglie pi grande del necessario, lisa e sporca, e un paio di calzoni corti troppo larghi, legati in vita con uno spago sul punto di rompersi. Niente biancheria, niente tagli, niente strappi nuovi. Nessuna violenza, sugli abiti almeno.
Poi aveva osservato l'epidermide, centimetro per centimetro. Come gli era parso in occasione del primo sopralluogo, non c'era traccia di ferite recenti. Segni s, quanti se ne volevano: sul collo, sull'addome, sulle gambe: ecchimosi, lividi, ematomi. Non era facile, la vita degli scugnizzi in strada. Ma niente che potesse aver causato la morte, niente di recentissimo.
La guerra, riflett Modo. La guerra e la morte. Quella aveva qualcosa di assurdamente esaltante, doveva ammetterlo; le uniformi, i fucili, le pallottole e le bombe. La fame, la sporcizia, le infezioni, certo: ma anche la consapevolezza di star lottando per il proprio paese, per la patria. Concetti ridicoli, lo capiva ora: un confine lontano, gente che non aveva mai smesso di parlare altre lingue qualsiasi fosse la bandiera che piantava in cima al municipio; ma quando si combatte si pensa alla casa lontana, alle tradizioni, alle proprie cose.
Questa guerra che hai combattuto tu, ragion rivolto al corpo sul tavolo, non ha gloria n grandezza. E' una guerra per sopravvivere, per arrivare a vedere il sole dell'indomani o a risentire addosso la pioggia. La guerra del pane, del freddo, di un posto asciutto. Una guerra che non ha confini da difendere n ponti da abbattere: la guerra di vivere.
Prese il bisturi e pratic l'incisione a Y, partendo dalle clavicole e avanzando fin sotto lo sterno, poi fino al pube con una deviazione attorno all'ombelico. Sotto la pelle lo strato di adipe era quasi inesistente, e Modo non ne fu sorpreso.
Aveva deciso di effettuare prima un accurato esame dell'addome, convinto che il piccolo fosse morto per un semplice arresto cardiaco, provocato forse da una malformazione congenita unita allo stato di deperimento generale: il bambino pesava quanto un uccellino. Scoprendo la causa della morte, sperava di risparmiare alla vittima l'apertura del cranio per l'esame dell'encefalo.
E di guerra si parlava ancora: nei discorsi del capo del governo, sui giornali, nei bar. Non in maniera esplicita, beninteso; della guerra non si parlava mai apertamente. Ma se osservi bene, consider il dottore mentre applicava il divaricatore, la guerra c', eccome. Tutto questo parlare di grandezza, di impero, di storia, di destino inevitabile. Di comando, di dominio, di colonie. Se non  guerra questa, non ne ho mai vista una.
E invece l'ho vista, sai, bambino? L'ho vista, la guerra. E credimi,, anche quella  dura. 
Adesso l'uomo del destino viene qui, addirittura. E tutti quelli come te andranno in piazza e si metteranno ad applaudire e a urlare a comando. Magari indosseranno il vestito buono, come se fosse una festa, come se fosse un'occasione. Forse ci sar qualche borseggiatore che approfitter della confusione per mettere la mano in qualche tasca, non dico di no, ma nemmeno tanti. Per il grosso, si crederanno tutti migliori, pi forti e meno affamati. Il destino di grandezza. L'impero. Il cielo, la terra e il mare. E nessuno avr il coraggio, neanche stavolta, di vedere che proprio quest'uomo e quelli come lui, le mani sui fianchi, gli occhi lampeggianti sopra la mascella sporgente, sono quelli che affamano e fanno morire in nome di ideali inesistenti.
Ne ho visti di morti, bambino. E ne vedo ancora. Oggi ci sei tu, su questo tavolo, la pelle del torace tenuta da due pinze davanti alla faccia, questi quattro ossicini bianchi all'aria, e domani chiss. Forse tua madre, che neanche sa che sei morto, o uno dei tuoi sconosciuti fratelli e sorelle.
Dimmi, bambino: sei felice, della venuta di Mussolini? Sei ansioso anche tu di baciargli gli stivaloni lucidi, di ricevere un cenno di approvazione da quella testa di vacca? Sei convinto anche tu che conquisterete insieme il mondo, e che ti restituir il destino di comando e di ricchezza che ti hanno tolto?
Prese un paio di cesoie e cominci a tagliare le costole, ai lati dello sterno. Erano tenere e cedevoli, come quelle di un agnello. Gli si strinse il cuore.
No, mormor. A te non interessa pi, la visita del Duce. A te non interessa pi niente, piccolo mio.
Continu a tagliare, senza accorgersi che gli scendevano le lacrime.


9.

Marted, 27 ottobre 1931 - nono.

Ricciardi era in ufficio da quasi due ore. Si era aspettato di trovare gi al suo arrivo una comunicazione dall'ospedale, o qualche donna in lacrime e urlante ai piedi della scala che portava al posto di guardia. Invece, non c'era nessuno. Cominci a lavorare sul verbale di ritrovamento, tuttavia avvertiva una crescente inquietudine: non era possibile che nessuno si fosse accorto dell'assenza del bambino.
Ma c'era ancora una cosa ad angosciarlo. Gli sembrava che il cane che aveva visto in occasione del ritrovamento lo seguisse: lo aveva trovato vicino a casa, dall'altra parte della strada, seduto sulle zampe posteriori sotto la pioggia, un orecchio alzato. Ricciardi si era incamminato verso la questura e il cane dietro, a una decina di metri, sull'altro marciapiede. Si era fermato, e si era fermato anche il cane. Aveva ripreso a camminare, e si era di nuovo avviato anche il cane. Alla fine aveva deciso di far finta di niente, e non aveva pi guardato dalla sua parte. All'arrivo in questura il cane non c'era pi, ma gli aveva lasciato addosso qualcosa di irrisolto.
Quella sensazione di angoscia svan dopo un paio d'ore, quando Maione si affacci alla porta.
- Commissa', qua ci sta un sacerdote che dice che forse sa chi  il bambino di Capodimonte. Prego, accomodatevi, don...
Nella stanza entr un prete. Un uomo grassoccio e nervoso, di statura media, la tonaca lisa abbottonata sul davanti e un cappello tondo in mano. Si asciugava la fronte dalla pioggia.
- Don Antonio Mansi, parroco di Santa Maria del Soccorso, a Santa Teresa.
Parlava con tono lamentoso, come se commiserasse qualcuno, magari s stesso. A Ricciardi fu subito antipatico.
- Prego, padre. Sono il commissario Ricciardi. Accomodatevi. Maione, resta pure tu. Ditemi, cosa possiamo fare per voi?
- Come vi diceva il maresciallo, qua...
Maione lo corresse, ci teneva alla sua identit.
- Brigadiere, don Antonio. Io sono il brigadiere Raffaele Maione, a servirvi.
- Scusate, s, il brigadiere Maione; insomma, ho motivo di credere che il bambino che disgraziatamente  defunto, quello che  stato trovato a Capodimonte, sia uno dei miei.
- Uno dei vostri? - chiese Ricciardi. - In che senso?
Il prete si era seduto col cappello sulle ginocchia e aveva riposto il fazzoletto in una manica. Parlava quieto, le mani abbandonate sul ventre.
- Nella mia parrocchia, fra le altre opere, accogliamo alcuni orfani del quartiere. Li ospito in una casa dietro la canonica, attualmente ce ne sono sei. Uno di questi, il pi piccolo, che si chiama Matteo, non si vede dall'altroieri. Siccome non  mai mancato per tutto questo tempo, ho pensato di venire qui per avvertire.
Ricciardi era disorientato dal tono tranquillo del sacerdote. Non percepiva tensione o preoccupazione nelle parole di lui, peraltro pronunciate con voce piagnucolosa.
- E voi, padre, come mai solo stamattina avete pensato di venire in questura?
- Vedete, commissario, il mio non  un collegio, ma solo una dimora per questi ragazzi senza casa e senza famiglia. Sono liberi di andare e venire, imparano un mestiere, chiedono l'elemosina; io certo non mi posso occupare di quello che fanno tutti e sei per ventiquattr'ore al giorno. Succede a volte che rimangano fuori tutta la notte, sono ragazzi abituati alla strada, purtroppo: ma sanno badare a s stessi. A volte semplicemente se ne vanno, trovano un altro posto dove stare e non tornano pi, senza neanche venire a ringraziare per quello che  stato fatto per loro. Ma io non lo faccio per ricevere gratitudine: lo faccio solo a gloria di Dio.
A Ricciardi e Maione parve un discorso usato in pi occasioni e tenuto pronto in caso di necessit.
- E allora, come mai siete convinto che si tratti di... come ha detto che si chiama, questo vostro ospite?
- Matteo. Diotallevi Matteo, gli troviamo un cognome quando  ignoto, per registrarli all'anagrafe. E' il pi giovane, avr un sette, otto anni, o forse di pi; non ne sono sicuro, perch ci arrivano senza sapere quando sono nati e dove. Ho pensato che potesse essere lui perch fino a ora, come vi ho detto prima, non era mai mancato per tutto questo tempo. Stamattina ho chiesto agli altri e poi un po' in giro, e nessuno l'aveva incontrato nelle ultime ore; allora ho pensato che era meglio denunciarne la scomparsa, per stare tranquilli. Poi, qua in questura il brigadiere mi ha detto del ritrovamento del corpo al Tondo. Magari, se lo vedessi, ve lo potrei confermare.
Ricciardi scrutava il viso inespressivo del prete.
- Scusatemi, padre, se mi permetto: ma voi non mi sembrate molto preoccupato. Siete piuttosto rassegnato, ecco. Come mai?
Segu un attimo di silenzio. Sia il sacerdote che Maione erano rimasti sorpresi dalla frase del commissario, diretta e secca. Alla fine l'uomo sospir e rispose:
- Non  cos, credetemi. Io voglio molto bene ai bambini che assisto, e il fatto stesso che mantenga in piedi la casa con grandi sacrifici senza ricevere nulla in cambio ne  la prova. Ma questi nostri tempi non sono facili, e chi meglio di voi lo pu sapere; le condizioni in cui vivono i poveri sono terribili, e ne fanno le spese i pi deboli, gli anziani, l'infanzia. Succedono incidenti, si prendono malattie. Si muore per strada, nei vicoli e nei bassi. Il brigadiere, qui, mi diceva che il ragazzo ritrovato  probabilmente morto per cause naturali; se si tratta di Matteo, e ancora spero che non sia lui, probabilmente sarebbe ancora vivo se fosse rimasto a casa, da me. Ma sono cose che succedono.
Ricciardi non era disponibile a lasciar liquidare cos la morte di un bambino.
- Non dovrebbero succedere, per, non vi pare, padre? Siamo noi, che non dovremmo lasciarle accadere.
Il prete sorrise triste; durante l'intero dialogo non aveva mosso le mani, intrecciate sul ventre.
- No, infatti. Ma sono molte, le cose che non dovrebbero accadere e invece accadono. Che cosa fa lo stato, per questi bambini? Ve lo dico io, commissario: niente. Proprio niente. Viene lasciato tutto a noi, alla chiesa, o alla carit di quei pochi ricchi che hanno ancora una coscienza. In vent'anni ne avr persi almeno dieci o dodici, di ragazzi. Caduti da un tram, affogati a mare d'estate, travolti da una vettura o da una carrozza. O per una febbre o un'infezione, presa mangiando chiss cosa o ferendosi chiss come. E appena si libera un posto, ce ne sono altri cento da togliere dalla strada. A noi non resta che fare quello che possiamo, sempre. Ecco perch mi vedete rassegnato, caro commissario.
Bench a Ricciardi quell'uomo non piacesse, doveva ammettere che il suo ragionamento filava; si sent anche irrazionalmente in colpa, come rappresentante di uno stato che poco o nulla faceva per quei bambini. Chiss perch la mente and al cane che lo aveva seguito quella mattina, l'ultimo amico del giovanissimo morto.
- Padre, se il bambino dovesse essere appunto Diotallevi Matteo, dovr farvi qualche altra domanda. Prima per dobbiamo procedere all'identificazione, per cui dovrete venire con noi per il riconoscimento all'ospedale dei Pellegrini.
Fu la volta del prete a sembrare disorientato.
- Ospedale? Ma non era morto, quando lo avete ritrovato? Volete dire al cimitero, forse.
- No, il cadavere si trova all'ospedale. Ho chiesto al medico legale di disporre un accertamento, per verificare con precisione le cause del decesso. Vedo che piove ancora; Maione, fai preparare una macchina.
Il brigadiere fece di no con la testa, rammaricato.
- No, commissa'. Le macchine stanno tutte e due in rimessa, a farsi belle per il Duce; ve l'ho detto, ieri. Mi sa che dobbiamo andare a piedi pure stavolta.
E si guard con tristezza gli stivali provvisoriamente lucidi.

10.

Il tragitto fino all'ospedale non era lungo, ma la pioggia lo rese difficoltoso. Don Antonio camminava sollevandosi la tonaca con una mano e tenendosi il cappello con l'altra, facendo attenzione a non precipitare in una delle numerose pozzanghere di incerta profondit che si erano formate sul marciapiede. Anche Maione aveva lo stesso problema, e mormorava improperi a bassa voce per non farsi sentire dal prete, cercando di proteggere con l'ombrello Ricciardi che, al solito, sembrava non curarsi dell'acqua che gli inzuppava i capelli scoperti.
Arrivati a destinazione, rimasero a gocciolare in una sala d'attesa dove furono raggiunti dal dottor Modo. Il medico era prostrato dalla stanchezza, il viso attraversato da rughe profonde e coperto da un velo di barba; Ricciardi prov una fitta di rimorso per averlo costretto a quella fatica supplementare, probabilmente inutile.
- Ah, eccovi qui, - disse il dottore. - Vi avrei chiamati pi tardi, sto aspettando l'esito di certe analisi che ho commissionato al laboratorio. E poi, col vostro permesso, me ne andrei a casa a dormire per ventiquattr'ore almeno. Chi  il signore, qui?
Modo non perdeva occasione di mostrarsi anticonformista e soprattutto anticlericale. Don Antonio lo guard offeso e si gir verso Ricciardi aspettando di essere presentato da lui.
- Il sacerdote  don Antonio, il parroco di Santa Maria del Soccorso, dico bene, padre? Ospita alcuni orfani e crede che il bambino che  qui da te possa essere uno dei suoi, che  scomparso da un paio di giorni. Vorreb
be vederne il cadavere per un'eventuale identificazione. Possiamo?
Modo si pass una mano tra i capelli, in un gesto che gli era consueto.
- S, immagino di s. Io con lui ho finito, poi ti dir.
Don Antonio aveva strizzato le palpebre, diffidente. Parl a Ricciardi.
- Scusatemi, commissario. Che vuol dire il dottore, quando dice che ha finito con lui? Che cosa  stato fatto al bambino?
Il medico rispose a muso duro:
- E' stato fatto quello che  stato ritenuto necessario. E stata fatta una ricerca per capire com' morto questo bambino, mentre chi si doveva occupare di lui non se ne occupava. Questo  stato fatto.
Il prete fece un passo indietro.
- Noi ci occupiamo dei bambini finch loro stessi ce lo consentono. Se se ne vanno in giro da soli, non  certo colpa nostra. Posso vederlo, adesso?
Modo si avvi e fece strada verso l'obitorio.
Il cadavere era stato ricomposto e rivestito coi suoi poveri abiti. Ricciardi, che pure era abituato a visioni terribili, prov una stretta al cuore vedendolo cos minuscolo sul tavolo di marmo. I segni delle ricuciture successive all'autopsia erano evidenti sulla testa e sulle spalle, poi l'incisione affondava sotto la camicia.
Don Antonio ebbe un sussulto; fece un passo avanti e si avvicin al cadavere. Fece il segno della croce sulla fronte del bambino, mormor una preghiera e lo benedisse. Poi col pollice percorse l'incisione sul cranio e rivolse uno sguardo durissimo a Modo. Infine, disse a Ricciardi:
- S,  lui. E' Matteo, il piccolo Matteo. Ma qualcuno dovr rispondere, per questa cosa che gli  stata fatta. Per questo scempio.
Maione, il cappello in mano, fece un cenno a Ricciardi come per dire: l'avevo detto, io.
Il commissario sostenne gli occhi del prete.
- Allora fate il mio nome, padre. Sono io che ho disposto l'ulteriore accertamento, e mia  tutta la responsabilit. N il dottore n Maione, qui, ritenevano che fosse necessario. Io invece avevo bisogno di sapere com'era morto il bambino, e ho chiesto l'autopsia.
Il prete sibil:
- E adesso almeno lo sapete, com' morto? E soprattutto, cambia qualcosa?
Modo fece per intervenire, ma Ricciardi lo ferm con un gesto della mano.
- Questo, perdonatemi,  ancora materia d'indagine. E non pu essere divulgato. Siate gentile, adesso: precedetemi in questura, il brigadiere Maione vi accompagner. Io devo trattenermi un attimo qui col dottore e poi vi raggiunger.
Don Antonio sembrava essersi tranquillizzato, ma l'espressione rimaneva bellicosa. Fece un rapido saluto con la testa verso un punto a met strada fra Modo e Ricciardi, e se ne and scortato da Maione.
Il dottore si accese una sigaretta.
- Portare un prete fin qui. Lo sai, che per me sono un malaugurio; in ospedale proprio non ce li voglio.
- Per vedo che qui  pieno di suore, - disse il commissario.
- Che c'entra? Quelle sono infermiere, e pure bravissime. Le migliori, t'assicuro: anche al fronte, non si stancavano mai. Magari pure quello  fanatismo, ma perlomeno  un fanatismo utile.
- E allora, che mi dici? Hai capito com' morto, il bambino?
Modo indic la porta a Ricciardi. Un muscolo gli guizzava sulla mascella. La stanchezza lo invecchiava.
- Vieni, andiamo fuori. Ho bisogno d'aria, anche se piove.
Si sistemarono sotto una tettoia all'ingresso del padiglione dove si trovava l'obitorio. Alle spalle di due striminziti alberelli flagellati dalla pioggia, si udivano i richiami del mercato che Ricciardi immagin vani: non ci poteva essere molta gente in giro, con quel tempo.
- Dunque, Bruno? Che mi dici?
Il dottore attese un attimo, poi rispose con una domanda.
- Prima dimmi tu. Come mai hai voluto quest'autopsia? Che cosa ti ha indotto in dubbio?
Ricciardi, le mani affondate nelle tasche, i capelli attaccati alla fronte dalla pioggia, spieg:
- Sai, dottore, il nostro lavoro, il mio e il tuo, intendo,  basato sulle sensazioni. Tu lo dici sempre, no? Il quadro clinico ti spinge verso una diagnosi, mentre tu ne vedi un'altra: la persegui, e alla fine hai ragione tu, o torto. Cos  per me. E' stato un attimo, quando gli inservienti lo stavano portando via. La testa che penzolava, tutta quell'acqua. La pena. Non lo so,  stato un impulso.
Modo fumava in silenzio. Guardava la pioggia sugli alberi. Poi disse:
- S, sensazioni. Cose che non si possono spiegare. Per tu sai com' un'autopsia. E uno strazio. Io speravo di non dovergli aprire la testa, a questo bambino. Invece l'ho dovuto fare. Anche l'accesso posteriore per l'esame del midollo spinale  stato necessario.
- Se  per il prete, non ti preoccupare, Bruno: mi sono assunto tutta la responsabilit, qualsiasi cosa succedesse...
- Del prete me ne fotto, - sbott il dottore, - di lui, del vescovo e del papa stesso. E il bambino, il fatto che non poteva lamentarsi. Se non avessi trovato niente, allora me lo sarei rivisto ogni notte ai piedi del letto, a chiedermi ragione del fatto che lo avevo mandato sottoterra a pezzi.
- Questo vuol dire che hai trovato qualcosa?
Il dottore rise.
- Ecco che viene fuori il poliziotto. Diritto al punto, eh? S, qualcosa ho trovato.
- Lo sapevo! E allora si deve fare un'indagine approfondita; cominceremo col prete e...
Lo interruppe:
- Non ti scaldare. Ho detto che qualcosa ho trovato, non che si tratti di una morte sulla quale indagare.
- Ma che significa? Com' morto, allora?
- Ti devo raccontare per bene. Ho esaminato prima il cuore, ed era in fase sistolica, come prevedevo: gonfio come un'anguria. E anche la rigidit cadaverica, esagerata e di durata maggiore del solito. La cianosi e le ecchimosi punteggiate... Insomma, c'erano troppi segnali che facevano pensare a una convulsione. E allora mi sono dovuto rassegnare ad analizzare il sistema nervoso.
Ricciardi ascoltava con la massima attenzione.
- Perch, c' qualche legame?
- Certo, se ci sono convulsioni  facile che il sistema nervoso sia in qualche maniera responsabile, ti pare? E infatti sia le meningi che il midollo spinale erano pieni di sangue. Ho trovato anche qualche area emorragica vera e propria. Non  morto bene, il nostro giovane amico.
- Eppure sembrava sereno, nella posizione che aveva quando l'abbiamo trovato.
Modo si strinse nelle spalle.
- Questo non vuol dire, lo sai. Un attimo prima di morire si pu essere disteso, e magari stava seduto e non a terra solo perch c'era il muretto a sostenerlo. Comunque, a quel punto ho preso un po' di cervello e di midollo e li ho mandati al laboratorio, dove per fortuna in servizio c'era un mio amico. Lui faceva il turno disposto dall'ospedale, regolarmente pagato, e io quello disposto dal commissario Ricciardi, completamente gratis.
Ricciardi fece una smorfia.
- Ma lo sai che nella vecchiaia sei diventato attaccato al denaro? Va bene, ti offrir una pizza alla trattoria di Nannina, qui dietro.
Modo sogghign:
- Alla faccia! E vero allora quello che dicono in giro, che sei ricchissimo ma tirchio. Comunque ho mandato i reperti ad analizzare, dicevo, insieme ai residui alimentari che ho trovato nello stomaco e nel duodeno. Aspetto i risultati per iscritto, ma un'ora fa il mio amico mi ha raggiunto nella sala settoria e me li ha anticipati a voce.
Ricciardi aspettava.
- Be'? Vuoi dirmi o no come accidenti  morto questo bambino?
Il dottore schiacci a terra il mozzicone della sigaretta e soffi teatralmente il fumo.
- Avevi ragione. Non  morto di morte naturale, non  stata colpa di un'infezione, della denutrizione o di qualche malattia. Era messo male, non dico di no, ma era resistente e avrebbe vissuto un sacco di anni ancora. Per avevo ragione anch'io, quando ti ho parlato di morte accidentale.
- Cio?
- Il bambino  morto avvelenato. Avvelenamento da stricnina, per la precisione. Ha banalmente fatto una scorpacciata di esche avvelenate, quelle di farina e zucchero che si mettono per uccidere i topi.
Ricciardi era rimasto a bocca aperta.
- Veleno per topi? Ha mangiato il veleno per topi?
- Sei sorpreso, eh? Perch non vedi quello che vedo io, dalla mattina alla sera. Mangiano di tutto. O mangi o muori. Scavano nei rifiuti, se li disputano coi cani randagi. Mangerebbero i topi stessi, se quelli si facessero prendere. Mi  successo altre volte, anche se devo ammettere che in genere si fermano prima di assumerne in quantit mortale, perch il sapore della stricnina  amaro; ma un bambino cos gracile ne deve mangiare veramente pochissima, per morire. E poi questi bastardi di negozianti, per salvare la loro schifosa merce, la mascherano con pane e formaggio, o zucchero: un bel bocconcino appetitoso, insomma.
Il commissario era perplesso.
- E non potrebbe essergli stata data da qualcuno, invece? Voglio dire, volontariamente.
Modo lo fiss a lungo, poi disse:
- Senti, Ricciardi: io non so per quale motivo ti stai cos dedicando a questo bambino e alla sua morte. Io, lo sai, apprezzo la tua dedizione, e come e pi di te ho piet della povera gente che muore di stenti in questa citt resa perfetta dal regime. Ma che si muoia per aver accidentalmente mangiato un'esca per topi, purtroppo,  normale. I morti vanno lasciati in pace; e l'ambiente in cui questo ragazzino ha vissuto la sua breve vita  fin troppo infangato, per rimestarci dentro. Ti ho detto che la morte  accidentale, e non ho intenzione di scrivere altro sul referto. Rassegnati, ti prego.
Ricciardi non aveva altri argomenti. Strinse il braccio del dottore.
- Probabilmente hai ragione, Bruno. Ancora un paio di domande al simpatico prete e la chiudiamo qui. Grazie mille, e fammi sapere per la nostra pizza.
Ricciardi si avvi verso la questura. Nella pioggia, di fianco al portone dell'ospedale, il cane guardava verso l'obitorio.


11.

Rosa Vaglio fiss il cappello con due spilloni, prese l'ombrello e usc, richiudendo la porta con le mandate complete. Doveva solo comprare alcune cose l attorno, ma non si fidava: anche se in giro si diceva che non c'era nulla da temere, quello era un quartiere che faceva paura.
In realt era la citt intera, a fare paura. Quasi dieci anni che si erano trasferiti e non si era ancora abituata a quella gente sempre in movimento, e al fatto che si poteva stare fuori ogni giorno per ore senza mai incontrare qualcuno che si conosceva.
Al paese, Fortino, nella bassa provincia di Salerno, quasi in Lucania, non era cos. Si sapeva tutto di tutti: non capitava mai che ci fosse un forestiero, e quando capitava lo si guardava come se avesse avuto due teste, finch quello non se ne andava per l'imbarazzo e finalmente si era contenti. Non si aveva affatto bisogno di forestieri, al paese.
E c'era rispetto. Quando camminava per la via principale (l'unica via, se  per questo), chiunque si scappellava davanti alla tata del barone di Malomonte. Lei lo sapeva e incedeva fiera a testa alta. Nessuno si permetteva di rivolgerle la parola, se non era lei per prima a parlare. Era stata scelta per crescere il prossimo barone, e tanto bastava. Faceva il giro delle masserie e dei coloni, controllava che non si rubasse, che si conservassero per la famiglia i migliori prodotti, i maiali, i formaggi. Cos doveva essere, e cos era.
Scendendo con circospezione i gradini del palazzo, Rosa sospir pensando a come doveva essere ora che ogni cosa era abbandonata a s stessa. In passato la sua presenza era sufficiente a far tremare di paura contadini grandi e grossi, che sapevano bene come la sua vista lunga fosse in grado di scoprire qualsiasi magagna. D'altra parte, qualcuno doveva pur pensarci. Il barone era morto da anni, la povera baronessa, che Dio l'avesse in gloria, non era mai stata capace di occuparsi di quelle cose.
Sorrise intenerita al ricordo di quella donna sottile e dolce dal viso di bambina. Appena l'aveva conosciuta, una domestica ventenne dalle braccia forti e dalle guance rosse, aveva deciso che sarebbe stata la tata di suo figlio, quando ne avesse avuto uno. C'erano voluti molti anni, nei quali aveva assistito la baronessa aiutandola a mandare avanti la casa nei lunghi periodi in cui le emicranie e l'astenia la costringevano a letto. Poi era nato il bambino.
Il suo bambino.
Rosa se n'era fatta carico immediatamente, con semplicit e senza tante storie. Gli regal la sua vita da subito, come se fosse nata per questo, come se gli anni vissuti prima di vederlo fossero stati solo una lunga preparazione.
Lo aveva amato senza riserve, senza obiettivit, senza dubbi. Come le aveva detto la baronessa, prima del lungo ricovero e poi della morte, doveva fargli da madre; e cos era stato.
Non che lo capisse, pens, mentre dal portone guardava l'acqua cadere a catinelle. Non lo aveva mai capito. I perenni silenzi, gli sguardi nel vuoto, le improvvise malinconie. In tutto e per tutto uguale alla madre, gli stessi occhi verdi trasparenti, aperti su un mondo che vedevano solo loro. Ma il compito di Rosa non era capire Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte: era occuparsi di lui, e fare in modo che non gli mancasse niente.
Era questo che la angustiava. Il tempo passava, ormai Rosa aveva pi di settant'anni e lui trentuno: un'et in cui la maggior parte degli uomini aveva da tempo una famiglia, dei figli. E Ricciardi, nemmeno una fidanzata.
Nella sua semplicit, Rosa capiva che i sentimenti c'erano, in quel cuore rinchiuso. Sera dopo sera, lo osservava fissare una certa finestra, quando credeva che lei dormisse, nella sua stanza; la tata invece si alzava e, in punta di piedi, sbirciava dallo spiraglio che lui lasciava per sentirla russare.
E allora perch persisteva in quell'assurda solitudine? Lo vedeva bellissimo, sensibile, buono; ricco, pur se assolutamente (e, per lei, colpevolmente) disinteressato alle sue sostanze. Non gli mancava nulla per affascinare la migliore delle donne.
Ma il signorino, cos lo chiamava, si comportava come se avesse fatto un voto: nessuna donna, nessuna famiglia.
Lei reputava suo dovere fare in modo che il nome dei Malomonte si perpetuasse. Riteneva un crimine mettere fine consapevolmente a una famiglia cos antica. Ma cosa avrebbe potuto fare?
Un paio di mesi prima si era accorta che dietro una certa mattonella smossa, in camera da letto, il signorino aveva nascosto un libro. Con fatica, perch conosceva solo i numeri e le lettere grandi, aveva copiato il titolo e se l'era fatto confermare dalla parrucchiera, che era andata a scuola dalle suore per un paio d'anni: Il moderno segretario galante. Si era informata, e aveva scoperto che si trattava di una raccolta di modelli di lettere d'amore.
Non sapeva leggere, ma due pi due lo sapeva fare: dietro la finestra di fronte si sedeva a ricamare Enrica Colombo, la prima figlia del commerciante di cappelli di via Toledo. E il signorino la guardava ricamare.
Ignorava se all'acquisto del libro fosse seguito il suo utilizzo, ma sperava fortemente che cos fosse: la ragazza sembrava brava e onesta, e a quanto le risultava la famiglia era buona. La parrucchiera, che faceva da giornalino del quartiere, le aveva maliziosamente raccontato che Enrica aveva rifiutato un aspirante fidanzato proposto dalla madre, un giovanotto ricco e di bell'aspetto: lei aveva tirato un sospiro di sollievo, commentando fra s che nessuno poteva essere bello come il suo signorino. Ma - e Rosa ne era all'oscuro - la parrucchiera funzionava a doppio senso: e un'Enrica che pendeva da quelle labbra aveva saputo che la tata del commissario Ricciardi si interessava alle sue questioni di cuore.

12.

Stretto lo scialle al collo e aperto l'ombrello, Rosa si avventur sotto la pioggia; per i molteplici dolori delle sue ossa, tutta quell'umidit era una condanna. Doveva fare qualcosa per il suo Luigi Alfredo. Il destino fa quello che vuole, ma a volte va aiutato: la ragazza se ne stava contegnosa ad aspettare che lui si facesse avanti, era evidente, mentre lui aspettava che la propria timidezza si sciogliesse. Una parola! Non sarebbe successo mai, e alla fine Enrica si sarebbe stancata e avrebbe accettato la corte di qualcuno: sarebbero stati due infelici, a due metri l'uno dall'altra senza il coraggio di parlarsi.
Ma che avrebbe potuto fare?, si domand la tata mentre caracollava sotto l'acqua verso il negozio di spezie e granaglie per comprare un po' di ceci. Come poteva attaccare discorso con la ragazza, e. spiegarle che quel mammalucco del suo signorino l'amava in silenzio e da lontano?
Mentre Rosa attraversava la strada, qualcuno da dietro una finestra la vide. Si fiond verso l'anticamera e, afferrato un cappellino a caso e un ombrello, si precipit per le scale.
Rosa rimuginava sul fatto che Ricciardi non portava il cappello e quindi non si poteva nemmeno organizzare un incontro commerciale col padre di Enrica, quando, proprio fuori del negozio di spezie, se la trov di fronte che educatamente le cedeva il passo.
Esib il suo miglior sorriso. Ora o mai pi, pens.
Acqua.
Acqua che non lava.
Che scende in mille fiumi e trascina il fango sulle soglie dei bassi e dentro, allungando dita melmose sui pavimenti in terra battuta, nella paglia annerita dei letti. Che picchia sulle finestre e sveglia dal sonno, o reca nei sogni fantasmi di antichi dolori. Che lascia tracce nere sugli alti muri di tufo, trovando vie in vecchi palazzi per minarne le fondamenta. Che imbratta scarpe lucide e strappa ombrelli dalle mani, perch non vuole ostacoli per entrare nelle anime e portarci l'umido della tristezza.
Acqua che separa.
Che diventa una parete fredda tra gli amanti. Che allontana la scuola, l'officina, l'ufficio mettendoci un mare di mezzo, in cui  impossibile navigare. Che fa della strada un fiume scivoloso, che affonda nei suoi mulinelli ogni speranza d'incontro. Che toglie i giochi ai bambini, costringendoli alla prigione di una sedia e di una stanza.
Acqua che deruba.
Nessuno ci sar a comprare dai carretti, a fare l'elemosina, a lasciarsi raggirare. Nessuno ci sar per il venditore di palloncini o dello spassatempo, nella Villa Nazionale. Nessuno ci sar ad ascoltare il pazzariello che canta della nuova bottega. Nessuno ci sar, e niente ci sar da mangiare.
Acqua che fa paura.
Che viene dal tuono che scuote la notte, dal lampo che illumina il silenzio. Che ti fa saltare il cuore in petto e incassare la testa nel collo, in attesa del peggio. Che fa scricchiolare le pareti, e fa credere che nulla  certo, che nulla non pu finire.
Acqua che non finisce.

Nella pioggia che pareva non finire, Ricciardi camminava per tornare in questura. Una sola domanda gli riempiva la mente: perch non l'ho visto? Perch non c'era?
Il bambino era morto avvelenato. Stricnina. Modo aveva escluso altre cause con decisione: il piccolo avrebbe vissuto molti anni ancora, aveva detto. E allora, se era morto avvelenato, perch lui, Ricciardi, non ne aveva visto l'immagine?
La terribile compagnia del Fatto aveva segnato tutta la sua vita, dalla volta che aveva visto il primo morto parlargli nel vigneto di casa sua, quando aveva cinque anni. Dio sapeva quante volte aveva chiesto che gli fosse risparmiata quella condanna.
Al contrario di ci che sempre faceva, cercare cio di dimenticare, richiam alla memoria gli avvelenati che aveva visto. Ricord il primo, un compagno di collegio il quale, chiss perch, aveva voluto mangiare una scatola intera di fiammiferi: forse una sfida, una stupida gara con un amico. Lo ricordava traslucido nel cortile della ricreazione, immerso in un incessante vomito di sangue e in una perenne diarrea, che diceva: Ho vinto, avete visto? Ho vinto la scommessa. E le convulsioni dei due amici, ai tempi dell'universit, che si erano ingozzati di funghi presi da una venditrice per strada, in mezzo ai quali ce n'era uno velenoso. Uno dei fantasmi, tremante come una corda di chitarra, diceva all'altro: Buoni, vero? E per pochi soldi. E l'innamorato suicida che solo qualche mese prima Ricciardi aveva scorto dal belvedere di San Martino, che reggendosi il ventre e vomitando una schiuma gialla diceva: Senza te non c' vita.
Li vedeva, i morti per veleno.
Non c'erano dubbi.
E allora, perch non aveva visto il bambino? Conosceva il Fatto, e le sue poche ma rigorose regole. Vedeva l'immagine del morto per com'era morto, 
mentre ripeteva l'ultimo pensiero nel luogo stesso in cui la vita spezzata l'aveva abbandonato. Quindi la risposta era una soltanto: il bambino non era morto nel punto in cui l'avevano ritrovato.
L'intuizione gli scoppi in testa col tuono che accompagn uno scroscio di pioggia. Se non era morto l, qualcuno l'aveva spostato.
Questo non significava necessariamente che fosse stato ucciso. Ma significava che qualcuno, per qualche motivo, aveva ritenuto opportuno spostare il cadavere e collocarlo in un punto nel quale la presenza del bambino sembrasse casuale. Chi poteva aver avuto quell'interesse?
Dall'altra parte della strada, attraverso la cortina della pioggia, intravide il manto chiazzato del cane. Ricciardi avrebbe cercato chi aveva spostato il cadavere, e avrebbe scoperto perch lo aveva spostato. L'avrebbe fatto perch era giusto. E perch c'era qualcosa in quel cane che lo obbligava a non fermarsi.

Rosa entr nella bottega, seguita da Enrica. La forte pioggia aveva obbligato i proprietari, marito al banco e moglie alla cassa, ad accendere la lampada a olio. Non c'erano clienti.
Il bottegaio, un omaccione gioviale con pochi capelli e pochi denti, si rivolse affettuosamente a Rosa.
- Eccola qua, la bella donna Rosa! E come state, stamattina? Avete visto quant'acqua?
- Buona giornata, don Gera'. L'ho vista e l'ho sentita, con tutti i dolori che ci ho, in ogni osso; uno per uno. Allora, presto presto, ch devo mettere la cucina in piedi, stamattina devo ancora fare tutto e gi sono le dieci. Mi date una fetta di lardo, sei uova fresche, due chili di ceci, e datemeli buoni che l'ultima volta met si dovevano buttare. E poi due misurini d'olio. Olio buono. Fatemi due chili di pasta mischiata, incartatela bene se no si bagna, con tutta questa pioggia. E i fagioli, mo' mi scordavo, due chili di fagioli. Un poco di zucchero, pure, e due etti di concentrato di pomodoro. Ah, dimenticavo: due etti di caff tostato.
Gerardo prendeva le ordinazioni muovendosi con agilit tra i recipienti che teneva dietro il banco.
- Che faccio, ve le mando io le cose, mo' che rientra il ragazzo?
Rosa sbuff:
- No, per carit, cos la spesa mi arriva alle due! Io devo cucinare, quello il signorino rientra e deve mangiare! No, date a me, che mi porto tutto io sopra.
Enrica a quel punto fece un breve colpo di tosse, e disse, quasi mormorando:
- Se mi permettete, signora, vi d una mano io, a portare via le cose che avete comprato. Sono Enrica Colombo, abito qui di fronte...
Rosa si volt a guardarla.
- S, s, lo so chi siete. Avete le finestre proprio di fronte alle nostre, vero?
La ragazza arross visibilmente.
- Proprio cos. Se volete vi aiuto io; a salire le scale: con tutta questa roba, l'ombrello e la borsa... Insomma, lo faccio volentieri.
- Mi fa molto piacere, se mi date una mano. Sono vecchia, pi passano gli anni e peggio va con la schiena, ma proprio non posso aspettare il ritorno del garzone di don Gerardo. Vi ringrazio, signori'. Prendo io la pasta.

13.

Dalla poltrona del salotto Livia guardava la pioggia rigare la finestra. La corsa delle gocce sul vetro l'incantava e la distraeva dal continuo chiacchierare di Anna, una vecchia amica di Roma con cui parlava al telefono da quasi mezz'ora.
- E insomma, Livia: sei scappata dalla sera alla mattina e ci hai abbandonati tutti! Proprio ieri ho incontrato il marchese della Verdiana, sai, quel bell'uomo alto coi baffi a manubrio: proprio quello che ti corteggiava tanto, quello dei fasci di rose enormi ogni mattina, ricordi? Be', mi ferma lui, addirittura, mentre camminavo per via del Corso, mi si para davanti, pensa! Mi fa un bell'inchino, si schiarisce la voce e mi fa: signora, ma che incanto incontrarla, di qua e di l, ma che piacere, mi illumina la giornata, eccetera... Livia? Livia, ma mi stai ascoltando?
- S, Anna, certo, sono qua che ti ascolto.
- Bene! Perch ti sto raccontando una cosa interessante, sai? E insomma, mi dice, il marchese: ma la vostra amica, la signora Vezzi, non  pi tornata dal suo viaggio? Capisci, Livia? Tutta Roma parla del tuo trasferimento, e lui fa finta di credere che il tuo sia un semplice viaggio di piacere!
Livia avrebbe voluto un valido motivo per mettere fine alla conversazione: sapeva che Anna fingeva di raccontarle qualcosa per estorcerle ulteriori informazioni sul motivo della sua scomparsa da Roma. Attorcigliando pigramente il filo del telefono attorno alle dita, decise di tenerla un po' sulla corda:
- E tu? Cosa gli hai risposto?
- Ah, io ho detto la verit: che non ne avevo idea, che eri partita senza dirmi quando saresti tornata e che da un giorno all'altro mi avresti fatto sapere. Sai, poverino, mi sembrava cos avvilito e desideroso di capire quando saresti tornata, che non ho avuto il cuore di dirgli che avevi mandato quattro facchini a prendere le tue cose e a chiudere l'appartamento di Roma.
Livia scoppi a ridere.
- E tu questo come l'hai saputo? Hai messo un investigatore a sorvegliare il portone? Sei fantastica, sai, Anna? Un'artista del pettegolezzo!
- Livia, cos sei ingiusta e mi offendi! Sei una delle mie pi care amiche, potr sentire la tua mancanza, no? Ed  normale che chi vuole sapere di te lo chieda a me, ti pare? Uscivamo sempre insieme, tu e io. Insomma, di, ti prego: dimmi perch te ne sei andata. Avr il diritto di saperlo! E successo qualcosa, qui a Roma? Un litigio, un amante... Un uomo sposato, magari? Di, dimmelo, per favore!
- Perch, ti risulta che avessi una relazione con un uomo sposato? E quando avrei potuto averla, col tuo controllo costante? Su, Anna, rassegnati: mica ci dev'essere una ragione per qualsiasi cosa. E poi, quando una va via da una citt, pu essere che sia per fuggire, ma anche per andare a trovare qualcosa, no? O qualcuno, chiss...
Dall'altra parte del filo Anna sbuff:
- Ecco, vedi che ricominci a prendermi in giro? Ma chi, sano di mente, pu decidere di lasciare Roma per Napoli? E tu, poi, forse l'unica che aveva l'accesso a tutti i salotti, amica personale addirittura di Edda Mussolini, anzi, Edda Ciano adesso. A proposito, l'hai sentita? Mi hanno detto che forse accompagner padre e marito laggi, tra qualche giorno, per il discorso.
- S, l'ho sentita e forse ci vedremo. Lei per esempio, sai, non mi ha rimproverata per essere partita come stai facendo tu. Mi ha detto invece che era una bellissima idea, che questa  una citt stupenda e che addirittura mi invidiava.
L'amica sospir rassegnata:
- Ecco, adesso anche la figlia del Duce ti d ragione, povera me. Non mi resta che credere alle tue bugie, che addirittura ti interessi qualcuno a Napoli. E anche questo  strano, perch una mia amica che sta a Napoli, e non ti dico chi  se no perdo anche questa fonte, mi ha scritto che non risulta nulla in merito a uomini che ti piacciano.
- E invece magari c', e magari non mi vuole.
Dalla cornetta arriv una risata squillante:
- Uno che non ti vuole? Te? Livia Lucani, vedova Vezzi? Questa la voglio proprio vedere! Vorrei avere dieci lire per ogni uomo che ti ho visto morire dietro, beata te. Impossibile, questa  la dimostrazione che mi dici sciocchezze. Va bene, ho capito: mi hai tagliato fuori dalle tue confidenze. Ma ti voglio bene lo stesso, quindi sappi che se mi vuoi, io sono qui.
- Anch'io ti voglio bene, cara. Un bacio, arrivederci.
Finalmente, sospir Livia; e si rimise a osservare le gocce sul vetro, pensando a degli occhi verdi.

Ricciardi fissava don Antonio, cercando di coglierne le emozioni. Il prete aveva un'espressione addolorata, ma non tanto da riuscire a frenare il suo istinto bellicoso.
- Ebbene, commissario? Sto ancora aspettando una spiegazione. Perch avete disposto quello scempio del corpo del bambino? Per quale motivo infierire su quel povero cadavere?
- Padre, comprendo il vostro disappunto, ma  solo grazie all'autopsia che ora sono in grado di dirvi che Matteo  deceduto non per malattia o infezione, ma per avvelenamento. Ha ingerito del veleno per topi, stricnina per la precisione, insieme a delle esche. Questo giustifica un approfondimento, vi pare? Se non altro per fare in modo che una cosa cos terribile non accada ad altri ragazzi.
Don Antonio parve colpito dalla notizia. Si pass una mano sulla faccia. Pure Maione ebbe un moto di sorpresa.
- Anche questo l'ho gi dovuto vedere. Cinque anni fa: due ragazzi raccolsero del cibo guasto, non si seppe mai bene cosa avessero mangiato. Stettero male, peggiorarono. Poi uno mor, il pi debole, l'altro sopravvisse ma rimase minorato, non parl mai pi e fu internato in un istituto. Sono disgrazie terribili, ma succedono. Ricciardi annu.
- S, padre. Succedono. Per io, se mi permettete, vorrei sapere qualcosa in pi su questo bambino, sulla sua vita, su quello che faceva.
Il prete si mise sulla difensiva.
- E perch mai, commissario? Se voi stesso dite che  stata una terribile disgrazia, baster che io chieda ai suoi compagni dove Matteo possa aver preso l'esca avvelenata, vi pare? Cos voi potrete andare a vedere e sistemare le cose in modo che non succeda pi.
- E la prassi, padre. Il bambino  morto per cause comunque non naturali, e noi dobbiamo pur giustificare il nostro intervento.
Don Antonio sospir, momentaneamente rassegnato.
- E va bene. Ditemi pure.
- Ditemi voi, padre. Parlatemi del bambino, del suo carattere, dei suoi compagni, di quello che faceva. Tutto quello che vi viene in mente.
- Si chiamava Matteo ma tutti lo chiamavamo Tett. Perch, poverino, era fortemente balbuziente: si emozionava, si innervosiva e non riusciva a parlare. A volte rimaneva su una lettera e doveva desistere, non dire pi niente. Era piccolo di statura per la sua et, come vi ho gi detto doveva avere sette, otto anni, forse di pi, molto sveglio ma solitario; forse proprio per via della balbzie. Aveva un cagnolino. Io non posso permettere ai ragazzi di tenere animali, sapete, per questioni di igiene. Allora lui lo lasciava fuori, e con qualsiasi tempo il cane lo aspettava. Stavano sempre insieme.
Ricciardi domand:
- Un cane col manto bianco chiazzato di marrone?
- Proprio cos. Allora lo avete visto anche voi? Era vicino a... dove avete trovato Matteo?
- S, padre.
- Non sono sorpreso, stava sempre con lui. Chiss che fine far, adesso. Comunque a Tett volevamo tutti un gran bene, era il beniamino della casa. Siccome era il pi piccolo, gli altri ragazzi lo proteggevano, guai a chi glielo toccava. E anch'io, confesso, avevo per lui sempre un occhio di riguardo. Nessuno gli avrebbe mai fatto del male, al nostro Tett.
Un tuono fortissimo fece tremare il vetro della finestra. La pioggia si fece ancora pi violenta.

14.

Marted, 20 ottobre 1931. nono

Tett si sveglia presto. Dalle imposte chiuse non filtra ancora la luce del giorno.
Fa freddo. Gli altri dormono vestiti, con addosso tutto quello che hanno. Tett lascia che gli occhi si abituino all'oscurit, intravede i contorni dei corpi sui pagliericci attorno.
Non respira bene, ha il naso otturato dal muco. Prova a deglutire, la gola gli fa male. Sposta i sacchi di tela che gli fanno da coperta, attento a non fare rumore. I piedi toccano lievi il suolo gelato, ma Tett non avverte il freddo: l'abitudine a camminare scalzo ha ispessito la pelle, come una suola di scarpa.
In silenzio, muovendosi come un gatto, raggiunge un angolo dello stanzone e si avvicina alla parete. Controlla ancora che tutti dormano.
Si accovaccia a terra e conta i mattoni del muro. Due, cinque, sei, compitando i numeri con le labbra. Il mattone numero otto  un po' scostato. Lentamente, Tett lo sposta e lo toglie. Infila la mano nel buco e prende un involto di carta di giornale. Insieme all'involto esce un grosso scarafaggio, Tett sussulta per la sorpresa e il disgusto, poi lo schiaccia col piede nudo.
Tenendolo sulla mano sinistra, con la destra apre l'involto. All'interno c' un pezzo di dolce, raffermo e smangiucchiato. Tett ne prende una briciola e fa per portarla alla bocca.
Una grossa mano lo afferra per il collo, stringe forte. A Tett manca il respiro, spalanca la bocca per incamerare aria. Lo girano sulla schiena, mettendolo spalle al muro. Davanti a lui Amedeo, il pi grande, con i denti serrati dalla rabbia.
Dietro di lui, gli altri quattro. Amedeo allenta la presa, Tett respira rumorosamente.
- Che c', cacaglio infame? Non respiravi pi? E forse  giusto, che non respiri. Forse ti dovrei affogare io, con le mie mani.
Amedeo sibila come un serpente. Nessuno pu udirlo al di l della porta, ma alle orecchie di Tett  come il ruggito di un leone. Scuote il capo, disperato.
- No, eh? Non vuoi morire? E perch, che ci vuoi campare a fare, me lo dici? Quelli come a te perch devono campare? Non  meglio che lo ammazzo, voi che dite?
I due gemelli ridono. Uno di loro, quello senza i denti davanti, dice: si, di, Amede', ammazzalo, ti prego. Stringigli il collo finch non gli escono gli occhi da fuori, come hai fatto quella volta col gatto rosso.
Amedeo allunga al gemello un calcio nel ventre; quello rotola senza un lamento e si butta piegato in due sul pagliericcio.
- Statti zitto, deficiente. Te l'ho detto che non ne devi parlare mai, di queste cose. Nemmeno quando non c' nessuno. Allora, cacaglio, torniamo a noi. Che tenevi nascosto, nel muro? Fai vedere, che se no ti strappo quella mano bastarda.
Non gli ha lasciato il collo e a Tett manca l'aria di nuovo. Gli si sta annebbiando la vista, vede tante piccole luci. Gli sembra di addormentarsi e di sognare.
Sul braccio di Amedeo si posa la mano di Cristiano, l'ultimo ospite di Santa Maria del Soccorso.
- Amede', basta. Cos lo ammazzi, non vedi che non respira pi? Fermati.
- S? E chi me lo d quest'ordine, tu? Vuoi la tua porzione? Un bel calcio nelle palle come a quel deficiente l, o ti devo strozzare pure a te?
Cristiano si tiene a distanza, ma sa come prendere Amedeo.
- Pensaci. Se lo ammazzi perdiamo un sacco di cose, lo sai. E poi ormai la paura se l' messa, vedrai che non sbaglier pi.
Amedeo guarda Tett con disgusto; gli lascia il collo e raccoglie l'involto caduto a terra. Il gemello rimasto in piedi si fa avanti, cauto, per vedere di che si tratta, ma Amedeo lo allontana con una spinta. Annusa il contenuto, ne mangiucchia un pezzo.
- Puah, che schifo! E' ammuffito e mangiato dagli scarafaggi. Gli scarafaggi sono come te, cacaglio infame: si nascondono nello scuro, scappano lungo il muro. E se li vedo li schiaccio. Ricordatene, cacaglio: io ti schiaccio.
Sputa il pezzo di dolce che aveva in bocca, ci butta sopra il resto e lo calpesta, dopodich si gira e si allontana. Sugli avanzi si butta il gemello, raccoglie con le dita e mangia.
A Tett si riempiono gli occhi di lacrime, ma non piange. Si alza in piedi, si passa la mano sul collo. Vorrebbe dire qualcosa, ma sa che le parole non verrebbero fuori. Cristiano da lontano lo guarda inespressivo. Tett gli sorride, ma quello si volta e si allontana.
Dalle imposte filtra una lama di luce grigia.

15.

Preso atto con beneficio d'inventario del quadro idilliaco che il prete gli proponeva circa la vita del bambino, Ricciardi chiese:
- E voi, padre, quand' che l'avete visto con precisione per l'ultima volta?
Don Antonio fece mente locale, con qualche difficolt. - Dunque, lasciatemi ricordare. S, direi la sera di domenica, dopo la funzione delle sette. Mi ricordo che c'era, anche se non era lui a servire messa. S, s. Era nel secondo banco, fila di sinistra rispetto all'altare.
- E sapete dirmi con chi era, padre? Vicino a chi era seduto?
- Vicino agli altri ragazzi. Con tutti gli altri. Assistono sempre tutti alla messa della domenica sera. Lo sanno che io voglio cos.
- Ma dopo? Dove pu essere andato, il bambino? Non cenano, alla fine della funzione?
- Certo, dopo la funzione vanno a cena. Io non posso avere idea, commissario, di dove...
Ricciardi incalz.
- Ma voi, padre, non cenate con i ragazzi? Se siete stato con loro, certo avrete notato la presenza o l'assenza di Matteo. Sono solo sei in tutto, cos mi avete detto, non  cos?
La domanda di Ricciardi cadde nel silenzio. Don Antonio si alz in piedi.
- Mi scuserete, commissario, ma ora devo proprio andare. Sono stato lontano anche troppo dalla mia parrocchia, i fedeli hanno bisogno di me. E poi, come ben capirete, mi devo occupare dei funerali del povero Matteo; devo anche dare la notizia della morte ai suoi compagni, vi ho detto che era molto amato.
Maione si era alzato contemporaneamente al sacerdote, in segno di rispetto, mentre Ricciardi era rimasto seduto.
- Io veramente non ho ancora finito, padre. Avrei parecchie altre cose da chiedervi.
Il prete non si risedette.
- Allora dovremo rimandare questa nostra conversazione, commissario. E giacch ne parliamo, sar meglio mettere dei punti fermi sulla questione.
- Cio?
- Cio che, per quanto dolorosa e terribile, quella di Matteo  stata una disgrazia, dovuta a una tragica fatalit. Che n io n chi viveva con lui e lo assisteva senza avere nulla in cambio ne hanno avuto la minima responsabilit. Che la mia persona non rientra nella vostra giurisdizione, e quindi, a meno che io non voglia o decida liberamente di farlo, non devo rispondere a voi n del mio tempo n delle cose che so o non so. Su questo punto, commissario, permettetemi di ripetermi: decido io se voglio rispondere alle vostre domande o no. Solo io. E un'altra cosa:  mio dovere informare la curia di ci che  accaduto, sia della tragica fine di Matteo che del fatto che voi avete disposto, senza chiedere alcuna autorizzazione, la dissezione del cadavere del bambino.
Ricciardi protest con veemenza:
- No, padre, non si  trattato affatto di una dissezione! E stata un'autopsia, effettuata per comprendere le cause della morte. Era un rilievo necessario.
- Questo resta da vedere. E vi assicuro, commissario, che la curia non  disponibile a vedere i servi di Dio trattati come criminali da strada, trattenuti contro la loro volont in questura e interrogati come assassini. Io credo che vi convenga procedere con molta attenzione: il vescovo  in costante contatto con i vostri superiori.
La tirata del prete, con voce calma come se stesse facendo una predica, aveva impressionato Maione, che se ne stava a bocca spalancata e cappello in mano vicino alla porta. Non il commissario, che non si era mosso di un millimetro.
- Come credete, padre. Fate pure i passi che ritenete opportuni. Ma vi dico una cosa: alle domande si sottrae solo chi ha qualcosa da nascondere. Ricordatevelo. E tenete presente un'altra cosa: a quella che  stata la sorte del povero Matteo dovreste tenere pi voi che io. Vi saluto, andate pure.
Don Antonio fece un cenno del capo e usc.
Maione, richiusa la porta alle spalle del prete, si rivolse a Ricciardi.
- Commissa', scusatemi, ma questo prete a me mi pare pericoloso assai. Avete sentito quello che ha detto?
Ricciardi sbuff:
- Quello che dice il prete per mettermi paura non mi tocca, Maione. Se non sapesse qualcosa di strano non l'avrebbe fatta tutta 'sta scena, ti pare? E poi, questo mondo da fiaba in cui stanno quei bambini non mi quadra molto col fatto che Matteo scompare e lui si fa vivo due giorni dopo.
Maione strascic un piede a terra, come faceva ogni volta che non era del tutto d'accordo con Ricciardi.
- Per una cosa giusta la dice, il prete: se  stata una disgrazia, allora perch tutte queste domande? Se posso essere sincero, commissa', veramente me lo sono chiesto pure io. L'autopsia, l'indagine, i sopralluoghi... manco lo avessimo trovato sparato in fronte, al bambino. A me mi pare che ci stiamo esponendo un poco troppo.
Ricciardi reag:
- Mi stai diventando diplomatico pure tu? E da quando in qua ci siamo fatti spaventare da qualche minaccia e non siamo andati avanti in un'indagine?
- Commissa', qua non  questione di spaventarsi o di diplomazia: qua il fatto  un altro. Sta venendo Mussolini a Napoli. Gi stanno mettendo manifesti dovunque, non ve ne siete accorto? E questo mette tutti quanti in ansia, chi corre da qua e chi corre da l. Il primo a correre  Garzo, e voi lo sapete quell'imbecille quanto ci tiene ai rapporti con la gente importante; quando ci fu l'omicidio della cartomante, ve lo ricordate, che erano implicati i duchi di nonsoch, un altro po' e ci sbatteva in galera per paura che gli arrivavano lamentele. Figuriamoci se gli telefona il vescovo, il giorno prima che arriva il mascellone qua!
Ricciardi non era disposto a mollare l'osso.
- E allora? Se il bambino  morto avvelenato, noi abbiamo il dovere di...
- No, commissa', attenzione: il bambino si  avvelenato da solo, l'ha detto proprio il dottore. Non ci sono gli estremi per un'indagine. Gi l'autopsia, ve l'ho detto molte volte,  stata un'esagerazione. Fatemi il piacere personale, solo per questa volta: fermiamoci qua. Poi eventualmente, partito il mascellone, ci andiamo insieme alla parrocchia e vediamo in che condizioni campano quei ragazzi. Io sono il primo che non le sopporta, certe cose, lo sapete. Ma mo' ci dobbiamo fermare.
Ricciardi and alla finestra. Nella pioggia, non lontano dal punto in cui la bambina morta chiedeva alla madre di raccogliere la trottola, intravide un cane accucciato come fosse in attesa di qualcosa. Senza voltarsi, disse:
- Voglio parlare con Garzo. Fammi il piacere, chiama Ponte e chiedigli un appuntamento.

16.

Rosa osservava Enrica, che se ne stava rigida come se avesse ingoiato una scopa, seduta in pizzo al divano con in mano la tazza del caff. Non ne aveva bevuto una goccia.
Se ne stava cos da cinque minuti, senza dire una parola, le gambe strette, in equilibrio precario, senza appoggiare la schiena. Rosa si chiedeva come spezzare il silenzio, che cominciava a farsi imbarazzante.
Una volta arrivate, la ragazza era rimasta ferma sulla soglia con in mano la spesa, gocciolando sul pianerottolo. La tata le aveva proposto di accomodarsi, ma lei esitava, come se avesse paura di qualcosa; alla fine si era decisa ed era entrata, procedendo a occhi bassi fino alla cucina dove aveva riposto la merce sul tavolo, senza guardarsi attorno nel terrore di mostrarsi indiscreta. Rosa allora l'aveva invitata ad andare in salotto, mentre le preparava il caff. Alle rimostranze di Enrica, che balbettava di non voler disturbare, la tata le aveva indicato la direzione del divano: se voleva offrirle il caff non c'era spazio per repliche di alcun genere.
Enrica era in pieno tumulto interiore.
Tutto il coraggio e la decisione accumulati in due giorni, nei quali non aveva fatto che ripetersi che l'unico modo di uscire dall'impasse era prendere contatti con la tata di Ricciardi, appena arrivata davanti a quella porta si erano sciolti come un gelato a Ferragosto. Ci aveva tanto pensato, lo aveva tanto sognato che ora era terrorizzata: il fantasma di una possibile delusione, di sentirsi arrivare cattive notizie, di sapere magari che lui era fidanzato o peggio, l'attanagliava alla gola e la soffocava. Per cui se ne stava l, nella casa del suo amore, boccheggiando in silenzio con una tazzina in mano, sperando di morire immediatamente.
Rosa, ignara di quei pensieri ma consapevole della difficolt della ragazza, le disse: - Signori', se aspettate ancora un poco lo buttiamo, questo caff. Vi assicuro che  buono, io lo so fare.
Enrica sobbalz, rischiando di spargere sul tappeto la gran parte del buon caff di cui sopra, e con un unico sorso ne bevve la met.
- Davvero ottimo, ottimo, grazie. Grazie ancora, io vi volevo solo aiutare a portare su la spesa.
Rosa batt le palpebre: la situazione era peggiore di come le era sembrata in un primo momento. Enrica era davvero angosciata, sarebbe stato difficile metterla a suo agio.
- E voi che fate, di bello? State a casa, studiate, lavorate?
- No, io... cio, mi sono diplomata, sono maestra, ma non insegno. No, insegno, ma il fatto  che insegno a casa, a bambini che vengono a casa, non a scuola. Io li preparo, e poi loro fanno gli esami a scuola.
Pens che stava facendo la figura della deficiente. Doveva scuotersi, altrimenti sarebbe stata la fine.
- Ma sto anche in casa, naturalmente. Cio, d una mano a mia madre, l'aiuto. Mi piace soprattutto cucinare, mio padre dice che sono veramente brava, e ricamare.
Rosa apprezz lo scatto d'orgoglio e sorrise soddisfatta. Una donna di casa sa riconoscerne un'altra. E' una specie di confraternita.
- S? Sono contenta. Qui abita il mio signorino, sapete? Io l'accudisco, il padrone di casa  lui.
Il riferimento diretto all'oggetto dei suoi pensieri spezz il costituendo equilibrio di Enrica come un uragano un alberello giovane e tenero.
Ricominci a balbettare:
- Ah, davvero? Io non sapevo... cio, lo sapevo, ma... si capisce, abito di fronte, ho visto un uomo, ma non credevo... non che abbia guardato apposta, ma sapete, stando di fronte...
Rosa temette che la ragazza scoppiasse in lacrime. Gioc il tutto per tutto, utilizzando la franchezza spiccia della sua terra d'origine.
- Signori', io lo so che lo sapete gi. E so pure che il signorino Luigi Alfredo, che  il mio padrone, lo sa benissimo chi siete voi e dove abitate. Non penso che non vi siete accorta che ogni sera dopo cena, da non so quanti mesi se non anni, si mette all'impiedi dietro alla finestra di camera sua, che  quella porta l, a vedervi ricamare. E se siete qua oggi  perch lo sapete, e non vi dispiace manco a voi se lui vi guarda. Non  cos?
Enrica si sent come una bambina colta con le mani nel barattolo della marmellata. Avrebbe voluto alzarsi e scappare, non fermandosi che in riva al mare e oltre. Subito dopo per realizz che anche lui non era riuscito a nascondere alla tata il suo interesse, e questo la rinfranc.
Si aggiust la montatura in tartaruga sul naso e disse:
- S, signora. E' cos. E non so nemmeno perch sono qui. Forse perch ho bisogno di aiuto. Del vostro aiuto.
Rosa si accomod meglio sulla poltrona. La ragazza non era appariscente, anzi, a una prima impressione risultava piuttosto insignificante. Ma ora che la vedeva da vicino scorgeva una figura graziosa, con gambe lunghe e un bel busto, e lineamenti regolari; anche gli occhi le parevano intelligenti e vispi, sotto le lenti da miope.
- Vi ha scritto una lettera. Non so se poi ve l'ha data, ma vi ha scritto una lettera. Ne sono sicura.
- S, me l'ha scritta. L'ho ricevuta l'altroieri. Non  proprio... Insomma, non  che si comprometta. Mi chiede se non mi dispiace che mi saluti, solo questo. Io sono stata felice, ma non sono sicura di quello che devo fare.
Rosa si pass un dito sotto il mento, pensosa.
- Signori', io non sono stata sposata. C' stato qualcuno, quand'ero giovane e non ero una vecchia scassata come a mo', che mi ha fatto capire che gli potevo interessare, ma io l'ho mandato via, e pure in malo modo. Perch io tenevo al signorino, quella la mamma me l'ha affidato,  morta giovane. E a lui ho dedicato tutta la vita mia. Dovete sapere che di carattere quello  un poco chiuso, come si dice... riservato, timido. Insomma, non  il tipo che si fa avanti facilmente. Secondo me si mette paura di essere rifiutato. Per una cosa ve la devo dire: in tanti anni, io non l'ho visto mai cos, come  con voi. Questo fatto della finestra, della lettera:  una cosa importantissima.
Enrica credeva di sognare; era li, in casa di lui, ad aprire il suo cuore a quella donna sconosciuta, anziana e con l'accento di una provincia lontana, parlando di qualcosa che non avrebbe rivelato nemmeno sotto tortura ai propri stessi genitori. Eppure disse:
- Lo capisco. Perch anch'io sono cos, non il tipo di donna sfacciata, che fa capire a un uomo che ci sta. Piuttosto aspetto, magari che lui, che so, lo chieda a mio padre, se pu portarmi fuori. E allora  un anno che io sto l a ricamare e lui mi guarda, e non succede niente. Poi, in primavera, per una questione di informazioni mi chiamano in questura e me lo trovo faccia a faccia. Non so, mi  sembrato scorretto. Ho reagito male, ho risposto in maniera acida e non ho voluto vederlo, nemmeno dalla finestra.
Rosa annu, seria.
- Eh, me lo ricordo quel periodo. Lui ci stava malissimo, si credeva che io non me ne accorgevo, ma io lo vedevo, figuratevi. E che  successo, allora?
- Venne da me una bella signora bionda, Lucia, la moglie del brigadiere che lavora con lui. Mi disse che la vita passa, e quello che passa poi non torna. Che lei, per il dolore di avere perso il figlio, stava perdendo anche gli altri e il marito. Di non fare sciocchezze, mi disse, e di non voltare le spalle all'amore. Insomma, mi convinse, e io mi rimisi alla finestra. Ad aspettare. Poi i miei genitori si sono messi in testa... mi hanno fatto conoscere uno, e io gli ho detto che non ci volevo avere a che fare e che pensavo a un altro. Mia madre ha protestato, ha detto che secondo lei rimanevo zitella, e forse ha anche ragione. Ma se non posso avere chi voglio, nella mia vita non ci voglio nessuno.
Rosa ascoltava le parole di Enrica; le piaceva il suono quieto e accorato della sua voce. Pi la conosceva, pi si convinceva che quello che in lei vedeva Ricciardi era la cosa giusta.
- E secondo me avete fatto bene, signori'. Solo che con uno con la capa accuss tosta, ci vuole un poco di pazienza. Lo dovete far venire fuori a poco a poco, come se fosse un'idea sua. Quand'era piccolo e io volevo che per esempio si lavava, ch stava sempre in giardino a giocare e si faceva una schifezza, se gli dicevo: andatevi a lavare, lui non ci andava in nessun modo. Se io invece gli dicevo: mamma mia, e quanto sono brutti gli uomini sporchi, solo i bambini piccoli sono sporchi, i grandi no, allora subito correva nella vasca da bagno. Io penso che sono cos tutti i maschi: devono pensare che decidono da soli, e siamo noi che invece gli dobbiamo far decidere quello che vogliamo.
Enrica rise, poi chiese:
- E secondo voi che dovrei fare, io, adesso?
- Gli dovete rispondere, una bella lettera. Gli dovete dire che vi fa piacere che vi saluta, e che lo salutate pure voi. E in qualche modo, trovate voi come perch io conosco solo i numeri, gli dovete far capire che non siete fidanzata, che non avete nessuno per la testa, ma che volete una famiglia nel vostro futuro. Cos lui capisce che si deve muovere. Pure perch lo vedete, io sono vecchia, e non posso pensare che lui, quando io me ne vado, rimane senza nessuno che pensa a lui. Voi non immaginate, signori',  come un bambino, non sa fare niente da solo.
Enrica allung la mano, d'impulso, e accarezz quella dell'anziana tata.
- Signora, voi vivrete cent'anni. Lo so, me lo sento. E diventeremo amiche, io vi verr a trovare ogni pomeriggio, quando siamo sicure che lui non c', e vi far compagnia. Cos mi insegnate a cucinare meglio.
Rosa si batt una mano sulla fronte.
- Uh, madonna santa, avete ragione! Io me ne sto qua a chiacchierare e non ho preparato manco il pranzo! Venite, accompagnatemi in cucina, cos vi spiego come gli piacciono i ceci, al signorino. Voi la cucina cilentana la conoscete?

17.


Dalla porta dell'ufficio fece capolino Ponte, che fissando il ritratto del re disse: - Se volete, commissario, il vicequestore dottor Garzo vi aspetta.
Ricciardi sospir infastidito. Non conosceva la natura della soggezione che ispirava a quell'ometto, ma il fatto che non riuscisse mai a guardarlo in faccia lo irritava come poche altre cose.
- Va bene, Ponte. Fammi il piacere di avvisare Maione, vorrei che venisse anche lui. Ci vediamo nell'ufficio di Garzo.
Interpretando con visibile sollievo l'indicazione come un congedo, Ponte aveva ritratto la testa come una tartaruga nel guscio e aveva richiuso la porta.
Ricciardi non era certo lieto di incontrare "il vicequestore dottor Garzo", come diceva invariabilmente con pompa Ponte. Lo riteneva un uomo sciocco e vanesio, preso dalla propria persona e dalla carriera, incapace di rivestire il difficile ruolo di coordinatore delle attivit investigative. Ma, rifletteva, forse quello era un posto per gente cos, un tramite fra i politici e gli operativi come lui; lo stesso questore, che aveva visto assai di rado, era di fatto soltanto un uomo di governo. La lotta ai delinquenti, tanti e tali non soltanto per colpa loro, era per i poliziotti da strada.
Eppure stavolta doveva proprio parlargli. Fargli capire come in quella storia fosse necessario andare a fondo per scoprire che cosa in realt fosse successo al bambino. Certo, non avrebbe potuto dirgli il vero perch di quella sua convinzione: percorrendo il corridoio, gli venne quasi da
sorridere pensando alla faccia che avrebbe fatto Garzo se avesse saputo che Ricciardi voleva continuare un'indagine perch non vedeva il fantasma del morto. Ma intanto cos era, e lui doveva trovare un modo per scoprire come mai il cadavere era stato spostato, da dove, e soprattutto per nascondere cosa.
Fuori dell'ufficio di Garzo fu raggiunto da un trafelato Maione, che gli rivolse un'ultima accorata supplica.
- Commissa', siamo ancora in tempo. Lasciamo perdere. Al limite, se volete, metto un po' la voce in giro e vediamo che ne esce, ma di nascosto, non ci facciamo bloccare da quest'idiota: lo sapete che non lo sopporto.
Ricciardi rassicur Maione con una stretta sul braccio e buss.
Il vicequestore era alla scrivania, con la penna in mano e un foglio davanti. Maione sospett subito che fosse una messinscena, perch le lenti da vista erano posate sul ripiano. Il funzionario era preoccupato per il sovvertimento dell'usuale andamento delle cose: in genere era lui a dover sollecitare la presenza del commissario per essere messo al corrente su qualche indagine. Adesso invece era stato quest'ultimo a chiedergli un incontro. Che diavolo vorr mai?, si era chiesto.
Non gli piaceva, trovarsi faccia a faccia con quell'uomo. I suoi occhi sembravano scavargli dentro. E poi aveva sempre un'aria di superiorit, o almeno di mancato riconoscimento della sua autorit: questo gli era insopportabile.
- Oh, eccovi qui. Allora, Ricciardi, che cosa c'? Ponte mi dice che avevate bisogno di parlarmi.
Ricciardi cerc di andare subito al dunque.
- Dottore, so che siete molto occupato e non voglio prendervi troppo tempo...
A Garzo non parve vero di mostrare l'entit e la qualit delle sue occupazioni.
- Proprio cos, caro Ricciardi, proprio cos. Questa prossima visita del Duce, con tutti i funzionari del ministero dell'Interno,  tutta sulle nostre spalle. Almeno dal punto di vista di come la citt si presenta, s'intende. Voi non potete immaginare quante cose si debbano controllare e ricontrollare per essere certi che Sua Eccellenza non riporti di noi una rappresentazione distorta dell'ordine e della tranquillit che siamo riusciti a conquistare. Per fortuna, la visita avviene proprio in un momento in cui non abbiamo in corso grosse indagini, no?
Ricciardi not che sulla scrivania di Garzo era stato esposto un pomposo completo da scrittura in argento: vassoio portaposta con fondo a specchio e ringhierina, calamaio istoriato, portapennini e contenitore a barca per la carta assorbente. Tutto era lucido e immacolato, e brillava quasi di luce propria. Pens al fermacarte ricavato da un pezzo di bomba della Grande guerra, unica concessione all'estetica del suo ufficio, e a quanto per fortuna lui fosse diverso dal vicequestore.
- Proprio di questo volevo parlarvi, dottore. Non  proprio cos la situazione, come dite voi, in realt. Ci sarebbe una questione che merita, secondo noi, un approfondimento.
A Garzo spunt una ruga trasversale sulla fronte.
- Come sarebbe? A me non risulta niente.. .- e prese una pila di verbali che teneva in un cassetto, lontano da occhi ispettivi, cominciando a sfogliare: - Vedete, non c' nulla. Certo, ordinaria amministrazione, una rissa con un paio di contusi in un'osteria, due turisti rapinati a Mergellina, ma il rapinatore, un pescatore,  stato subito arrestato e la refurtiva recuperata. Tre carrozze che effettuavano il servizio di vettura dalla stazione senza licenza. Ma questa  pur sempre una grande citt, sembrerebbe addirittura strano se non ci fossero queste piccole cose, no?
Ricciardi fremeva. Possibile che Matteo non risultasse nemmeno tra i verbali dell'ordinaria amministrazione?
- C' il ritrovamento del bambino morto a Capodimonte, dottore. Io stesso vi ho inoltrato il verbale, ieri.
Garzo inforc le lenti e apr un altro cassetto, tirando fuori una cartellina.
- Ah, s. Ecco qua: Diotallevi Matteo, riconosciuto da don Antonio Mansi, della parrocchia di Santa Maria del Soccorso. Ma noi non c'entriamo proprio nulla. Questa  una morte accidentale, vedo qui il referto del medico legale, il vostro amico, il dottor Modo: per inciso, non  quello un po', come dire, dissidente? Insomma, non  cosa che ci riguardi. Perci il rapporto non  nell'altro cassetto.
Maione scosse il capo: come se la presenza di un foglio in un cassetto anzich in un altro cambiasse la sostanza delle cose. Il vicequestore  un cretino, pens.
Ricciardi fece appello alla sua pazienza, e riprese con calma:
- Dottore, il bambino  morto per avvelenamento da stricnina. Io credo sia necessario capire meglio come e dove gli sia stata somministrata, anche per impedire che la disgrazia possa avvenire ancora. Io sono sicuro...
Garzo diede una manata sul ripiano della scrivania. Il rumore fu come un'esplosione, seguita dal tintinnio prolungato di tutta l'argenteria di nuova collocazione.
- Come sarebbe "io credo", "io sono sicuro"? Noi siamo la polizia, e ci basiamo sui fatti! E i fatti sono tutti scritti qui: morte accidentale, dovuta all'ingestione di esche avvelenate per piccoli animali. Veleno per topi! Semplice veleno per topi! E voi venite qui, a disturbarmi mentre provo a far trovare la citt in ordine nientemeno che a Sua Eccellenza il Duce, per inventarvi indagini che non ci sono?
Il commissario non fu minimamente impressionato dalla sparata di Garzo. L'aveva prevista.
- Io non mi invento proprio niente, dottore. Penso solo che quando la causa di un evento non  chiara sia necessario appurarla, tutto qua. Se poi il fatto che si tratti di un orfano, del quale a nessuno interessa...
Garzo divent tutto rosso.
- Come osate dire una cosa del genere? Io ho due figli, sapete! - E indic in direzione della fotografia della sua famiglia nella cornice d'argento, momentaneamente traslocata dalla scrivania alla mensola della libreria per dare un'immagine di maggiore efficienza. - Per me l'infanzia viene prima di tutto! Ma guardo anche ai fatti, per: e i fatti dicono che si tratta di una morte accidentale. Leggo anche che dal primo sopralluogo non  emerso alcun segno di violenza, per cui mi chiedo e vi chiedo: per quale motivo  stata disposta l'autopsia?
Maione strascic il piede. Ricciardi rispose:
- Ho ritenuto fosse la cosa giusta da farsi. Proprio l'assenza di segni di violenza lasciava dubbi sul modo in cui il ragazzo fosse deceduto.
- Dubbi? E anche voi, Maione, avete condiviso questi dubbi?
Maione apr la bocca, la richiuse e la riapr.
- Io vado col commissario, dotto'; e quando il commissario prende una decisione, io non la devo discutere. Garzo sogghign:
- Il che la dice lunga, mi sa. Nemmeno il brigadiere si sente di dire esplicitamente che  d'accordo con voi: una bella novit, rispetto al solito. E neanche il dottor Modo, nel referto dell'indagine necroscopica, fa anche il pi vago riferimento a qualcosa di indotto. Nulla di nulla. Questa volta, Ricciardi, la risposta  semplice e motivata dai documenti: no. Non potete indagare su questa disgrazia, perch si tratta appunto di una disgrazia. Vi proibisco di perdere il vostro tempo, peraltro in un momento di tale importanza per la citt e per la questura, per rimestare nel nulla.
Maione guardava il pavimento. Ricciardi non si meravigli di niente; aveva previsto l'eventualit di una totale chiusura del funzionario.
- Avete ragione, dottore. Probabilmente sono un po' stanco, questa  la verit. E a tal proposito vi chiedo di poter andare in vacanza, per una settimana, diciamo. Cos non disturber il momento con le mie paturnie.
Garzo rimase sorpreso dalla richiesta: a sua memoria, Ricciardi non era mai andato in malattia n in vacanza, nemmeno d'estate. Era uno dei misteri che gli rendevano quell'uomo cordialmente antipatico. Nell'incertezza fece quello che sapeva fare meglio: diffid.
- E come mai questa richiesta? Non sar perch avete in mente qualcosa, vero? Ricciardi, vi avverto: anche in vacanza rimanete un commissario della regia questura, e il vostro eventuale operato sarebbe passibile di sanzioni disciplinari gravi, anzi, gravissime. Sono orientato a non concedervele, queste ferie. Forse  meglio tenervi d'occhio.	
Ma il commissario aveva previsto anche questo, e sapeva quali corde toccare nell'anima di Garzo.
- Come volete, dottore. Mi dispiace, perch sar costretto a dire alla signora Vezzi che non potr essere a sua disposizione. Mi aveva chiesto di aiutarla a fare delle spese e a stilare la lista degli invitati a non so quale ricevimento stia preparando, tra qualche giorno. Si tratta di una cosa importante, sembra.
Il vicequestore si raddrizz sulla poltrona. Cambi tono, ma si mantenne incerto.
- Ah, s... ho sentito qualcosa, di questo ricevimento. E come sta, la nostra cara signora Vezzi? L'avete vista, di recente?
Maione mascher una risatina in un colpo di tosse. Ricciardi rispose:
- Di recente, s. Allora, dottore? Che mi dice, di queste ferie?
Garzo picchiett la penna sul foglio bianco.
- Va bene, Ricciardi. Solo una settimana, per; e con l'obbligo di tenermi... informato, in merito al ricevimento della signora Vezzi. Sapete com', dobbiamo essere sempre a conoscenza di quello che succede in citt. Specie per quanto riguarda certi eventi che potrebbero coinvolgere persone in vista. Dobbiamo garantire la sicurezza.
Maione fece un passo avanti:
- Dottore, con l'occasione, magari lo potrei avere pure io, qualche giorno di ferie? Cos sistemo un paio di cosarelle mie.
Garzo sbuff, infastidito:
- No, Maione, voi no. Mi servono tutti gli effettivi, in questi giorni. E poi voi le ferie le avete gi fatte. E ho idea che Ricciardi, qui, non abbia bisogno di aiuto, per quello che dovr fare in vacanza. Dico bene, Ricciardi?
Il commissario lasci cadere nel vuoto l'allusione.
- Allora d'accordo, dottore. Ci vedremo tra una settimana, qui in ufficio, o prima in qualche altra occasione. Buona giornata.

Garzo fece un ampio sorriso:
- Ecco, magari in qualche altra occasione. Arrivederci, Ricciardi. E attenzione: non voglio avere vostre notizie; soprattutto in relazione a questo povero bambino morto.


18.

Maione segu Ricciardi nel suo ufficio. Se ne stava l, in piedi, col cappello in mano, mentre il commissario raccoglieva le carte sulla scrivania per creare una parvenza d'ordine.
Dopo qualche istante, vedendo che il brigadiere non si decideva, Ricciardi disse:
- E va bene: che hai da dirmi?
Maione smise di fissarsi la punta degli stivali.
- Commissa', lo avete visto, ci ho provato a pigliarmi le vacanze pure io; volevo darvi una mano. Quello che non capisco  in che cosa, vi serve una mano. Che cosa volete cercare, che cosa volete capire. Io sto sempre e comunque dalla parte vostra, e lo sapete. Solo, non vi posso aiutare se non mi dite che cosa state cercando.
Ricciardi guard quell'uomo, cos grosso e cos perplesso, e prov tenerezza. Si sedette e cerc di spiegargli, almeno in parte.
- Vedi, Raffaele, anche Modo mi ha fatto le stesse domande. Io una risposta vera e propria non ce l'ho, e non ce l'ho avuta nemmeno poco fa per Garzo. Quello che ti posso dire  che ho provato qualcosa, quando ho visto portare via quel cadavere, ieri mattina. Qualcosa in quella povera testolina penzoloni, gettata via cos, come un agnello a Pasqua. Ho pensato che era tanto solo da non avere nemmeno qualcuno che si preoccupava se era vivo o morto. E ho pensato che non era giusto. Che cos come ci si dovrebbe occupare dei bambini quando sono vivi, non si deve consentire che passino dalla vita senza lasciare traccia. E allora, d'istinto, ho chiesto l'autopsia.
Poi, scoperto il fatto della stricnina, ho pensato che si doveva vedere dove l'aveva presa perch non succedesse pi. Ecco tutto.
Maione non perdeva una parola. Non si faceva illusioni su s stesso, sapeva di essere ignorante; ma l'istinto, quello ce l'aveva sviluppato, eccome: e l'istinto gli diceva che c'era qualcos'altro a far s che Ricciardi abbrancasse la morte di Matteo e non la mollasse pi. Sapeva per che non sarebbe riuscito a tirar fuori niente di pi al commissario, per cui annu serio e disse:
- Ho capito. E allora, commissa', facciamo in modo che il fatto che quel fetente di Garzo mi vuole tenere qua ci fa comodo. Man mano che cercate, voi mi fate sapere a che punto state e che vi serve. Da qui, sfruttando il servizio, io una mano ve la posso sempre dare, no?
- Va bene, Raffaele. Ti assicuro che se avr bisogno, e quasi certamente sar cos, ti mando a chiamare. Una cosa per me la puoi gi fare, per: cerca di intercettare eventuali lamentele della curia. Ho idea che il nostro don Antonio, appena vedr la mia sagoma all'orizzonte, far una corsa fino al duomo a parlare col vescovo.
- State tranquillo, commissa'. Voi piuttosto, una promessa fatela a me: se vedete una situazione pericolosa, non vi ci buttate dentro. Aspettate che arriva il brigadiere Maione, che  fortunato e con lui non vi pu succedere niente.
Prima che Ricciardi potesse ribattere, bussarono alla porta e, annunciata dal piantone, entr Livia Lucani, vedova Vezzi, nella solita nuvola di profumo di spezie che faceva girare la testa. Sul cappello a cloche grigio, con un grande fiore di stoffa sul lato, si intravedeva l'imperlatura della pioggia che aveva penetrato la copertura del grazioso ombrellino appeso al braccio. Indossava un lungo cappotto nero con un ampio collo di volpe argentata, grigio come il cappello. Aveva l'aria felice.
- Salve, salve a tutti! Caro brigadiere, come state? Sempre affascinante!
Maione, come di solito gli succedeva davanti a Livia, si sent come se fosse stato colto a zappare la terra.
-'Cara signora, buonasera. Che bella sorpresa, qua dentro non siamo abituati, a tanta bellezza.
Livia fece una risata argentina.
- Che galanteria. Peccato che siate impegnato, se no vi corteggerei sfacciatamente. Ciao, Ricciardi. Capisco che sei contento anche tu, ma contieni l'entusiasmo, se no che cosa penser il brigadiere?
Ricciardi se ne era rimasto seduto, disorientato dalla visita improvvisa. Poi si alz in piedi.
- Ciao, Livia. Una sorpresa, in effetti: non ti aspettavamo,  successo qualcosa?
Livia si stava sfilando i lunghi guanti neri.
- E perch, deve per forza succedere qualcosa, per venirti a trovare? No, nulla. Ho fatto un giro di spese, il povero autista  gi in macchina sommerso di pacchi e pacchetti. Ma che ci posso fare, in questa citt avete negozi cos charmants che non so resistere. E rientrando ho pensato: ma s, ho voglia di un po' di tristezza; vado a trovare Ricciardi, che star sicuramente elucubrando in questura. Ed eccomi qua.
Si era seduta su una delle sedie davanti alla scrivania, sbottonando il cappotto su un elegantissimo tailleur. Accavall le gambe e prese una sigaretta dalla borsa, che Maione si affrett ad accendere.
- Grazie, brigadiere. Potreste dare qualche lezione di galanteria a qualcuno di mia conoscenza, avrebbe tanto da imparare. Be', che fate di bello?
Ricciardi si sedette a sua volta.
- In effetti  opportuno, che tu sia venuta. Ho utilizzato il tuo nome senza chiedertelo, poco fa. Devi sapere che abbiamo trovato un bambino morto, e io...
Fu interrotto dall'ingresso di Garzo, con le lenti sul naso e un foglio in mano. Maione e lo stesso Ricciardi capirono subito che il funzionario era arrivato di corsa perch avvisato dell'arrivo di Livia; non serv un grande intuito, perch in diversi anni quasi mai il vicequestore si era avventurato negli uffici del piano inferiore. Il brigadiere rivolse un'occhiata di fuoco a Ponte, che si dilegu all'istante.
- Ricciardi, allora questo  il vostro permesso per le ferie. Oh, ma quale fortunatissima combinazione! La signora Vezzi in persona! Ma lo sapete, signora, che oggi parlavamo proprio di voi?
Livia aveva porto la mano al bacio di Garzo, lanciando uno sguardo incuriosito a Ricciardi.
- S, dottore, Ricciardi me lo stava appena dicendo. E a che proposito, se non sono indiscreta?
- Ma a proposito delle ferie che il commissario ha chiesto, per aiutarvi per non so quale festa che dovete dare. O ha mentito per qualche oscuro motivo? Ditemelo, signora, perch in questo caso lo faccio mettere in prigione!
Il tentativo di essere spiritoso cadde nel cupo silenzio di Maione e Ricciardi, mentre Livia disse:
- In effetti devo dire che Ricciardi mi  molto utile, nel farmi da Virgilio in questa vostra caotica e bellissima citt. Voi sapete che la casa l'ho scelta proprio col suo aiuto? E non lontana da qui, in via Sant'Anna dei Lombardi, cos posso tenervi tutti d'occhio facilmente.
Garzo si passava un dito sui nuovi baffi, sperando che la signora li notasse.
- Fra le tante bellezze che abbiamo in citt, ora ci siete anche voi. Si deve ringraziare Ricciardi, dunque. Anche per l'aiuto che vi dar a organizzare questo famoso ricevimento, di cui si parla tanto.
Livia guard prima Garzo e poi un imbarazzato Ricciardi, ritenendo che quella fosse una ghiotta occasione.
- S, dottore: sar una festa importante. E per me sar un piacere avervi con la signora, naturalmente. Del resto sar presente anche quell'amabile vostro questore, quindi sarete tra amici. L'ospite d'onore sar la mia amica Edda, la figlia del Duce. E magari, chiss, Sua Eccellenza stesso potrebbe farci una sorpresa. Siate gentile: ordinate a Ricciardi di aiutarmi e di esserci. Sapete come recalcitra, di fronte alle occasioni sociali.
Garzo brillava come illuminato dal sole. Con voce tremante di felicit, disse:
- Signora, io non so dirvi quanto mia moglie e io vi siamo grati, per questo meraviglioso invito! Ricciardi, caro, carissimo Ricciardi, io vi ordino di mettervi in servizio permanente effettivo a disposizione della signora Vezzi. E senza altre distrazioni, mi raccomando!
Livia si alz.
- Ora devo proprio andare. Mi accompagnate alla macchina, dottore? Ho paura di scendere le scale con questi tacchi, ma al braccio di un uomo come voi... Buonasera, brigadiere. Ciao, Ricciardi, mi raccomando: obbedisci agli ordini che hai avuto.
E usc, lasciando l'ufficio pieno di profumo di spezie e di inquietudine.

19.

Mercoled, 28 ottobre	1931 - nono.

Ogni giorno della settimana, qualsiasi fosse il tempo, Rosa si svegliava alle cinque; un'abitudine che le veniva da quando, al paese, doveva accudire gli animali della masseria dove abitava prima di andare a casa dei Malomonte.
Non le pesava: riusciva a dire le sue preghiere, a predisporre con calma quello che durante la giornata avrebbe fatto, quello che avrebbe cucinato; e poi voleva vederlo andare al lavoro, essere sicura che tutto fosse normale, che fosse vestito in ordine. Era cos distratto. Quante volte l'aveva dovuto rincorrere per abbottonargli la giacca, per allacciargli una scarpa; da piccolo e ancora adesso.
Fu sorpresa dal vederlo ancora in camicia da notte alle sette, quel giorno. Gli chiese se stesse bene, aveva una faccia scura che la preoccupava. Lui la rassicur.
- Stai tranquilla, sto benissimo. Ho solo preso qualche giorno di vacanza dall'ufficio per sbrigare alcune faccende. Cos star un po' di pi a casa.
Rosa, che era fin troppo consapevole dell'assoluto disinteresse di Ricciardi per i propri affari, rest perplessa. A sua memoria, se non per qualche lutto o matrimonio che coinvolgeva i lontani parenti che ancora c'erano a Fortino, Ricciardi non si era mai assentato dal lavoro. C'era qualcosa sotto, era pronta a giurarci. Avrebbe alzato il livello di attenzione. E poi il recente incontro con Enrica, che le era piaciuta subito, aveva determinato l'inizio di una strategia, per cui pi lo teneva d'occhio, meglio era.
Ricciardi voleva capire cosa fosse successo al bambino, e aveva deciso di cominciare dal luogo in cui viveva: la parrocchia di Santa Maria del Soccorso.
La chiesa distava poche centinaia di metri da casa sua, andando verso Capodimonte. Anche quella mattina, come da giorni, il tempo era pessimo. Non pioveva ancora, ma pesanti nuvole nere incombevano come un tetto basso, e si sentiva il tuono avvicinarsi.
Giunto a destinazione, Ricciardi constat che non c'era nessuna funzione in atto. La chiesa non era grande, aveva un'unica navata e qualche altarino laterale. Alcune anziane recitavano il rosario nei primi banchi, quelli pi vicini all'altare maggiore. C'era odore di incenso e di candele, e molta umidit.
Intravide una porta in fondo che presumibilmente dava sulla sagrestia, e la apr. Oltrepassata la soglia, uno stretto corridoio conduceva a una stanza illuminata, nella quale trov don Antonio che riponeva una stola in un armadio.
La reazione del prete fu interessante: strizz le palpebre, come se non fosse stato sicuro di quello che vedeva; poi ebbe un moto come di sfiduciata rassegnazione; infine assunse un'espressione decisamente irritata, pur adottando un tono di fredda cortesia.
- Commissario, che piacere vedervi qui. Anche perch, se ho ben saputo, voi fate parte della parrocchia,  cos? Abitate non lontano, mi pare. Eppure non mi sembra di avervi visto spesso, qui in chiesa.
Ricciardi voleva che fosse ben chiaro il motivo per cui si trovava l.
- Infatti, padre. Abito qui vicino, ma non mi capita spesso di andare in chiesa. Sono uno di quelli convinti che Dio sia dovunque. Voi no?
Don Antonio chiuse l'armadio con uno scatto.
- Certamente. Quella che non  dovunque  la comunit. Pregare  una cosa, pregare insieme  un'altra. Ma se non siete qui per pregare, allora posso chiedervi il motivo della visita?
- Vi devo premettere che non sono qui in veste ufficiale, padre. Non  in corso nessuna indagine, insomma. Ma preme sia a voi che a me, come ci siamo gi detti, che una disgrazia come quella di Matteo non accada pi. Vorrei quindi capire, magari parlando con qualcuno degli altri ragazzi o dando un'occhiata al posto in cui dormiva o teneva le sue cose, dove pu aver preso i bocconi avvelenati che l'hanno ucciso. Prometto di non disturbare le vostre attivit parrocchiali.
Don Antonio lo scrutava, cercando di cogliere i reali intenti del commissario al di l delle parole.
- Capisco. Chiaramente anch'io, come avete detto, voglio che una disgrazia come quella del povero Matteo non accada pi. Vi permetto questa... come avete detto?... "non indagine". Ma vorrei che fosse una visita unica; non potr tollerare ulteriori intromissioni nella vita della mia parrocchia, anche perch sarebbero di intralcio a tutte le cose che ho da fare. Altrimenti dovrei informare la curia, come vi ho gi detto.
Ricciardi dimostr una sicurezza che non aveva.
- Certo, certo, capisco benissimo. Ma vedrete che non sar necessario, padre. Mi basta solo dare un'occhiata e fare due chiacchiere con qualcuno dei suoi amici. Tutto qui.
- Va bene. Aspettatemi qua, commissario. Vado a vedere se c' ancora qualcuno dei ragazzi. Sapete, fanno tutti apprendistato per imparare un mestiere, ed escono abbastanza presto la mattina. Permettete.
Il prete usc, e Ricciardi si guard attorno. L'ambiente era angusto: una parete di armadi, una sedia, un inginocchiatoio, un tavolino con un messale e una Bibbia. Quello che ci si sarebbe aspettato di trovare in una sagrestia, crocifisso incluso. Dopo qualche attimo il prete ritorn, accompagnato da un ragazzo di circa tredici anni dalla carnagione scurissima e i capelli quasi a zero.
- Questo  Cristiano; come vi ho detto, tutti volevamo molto bene a Matteo, ma Cristiano era forse quello pi legato a lui. Cristiano, saluta il commissario Ricciardi.
Il ragazzo fiss Ricciardi, con aria pi di sfida che di curiosit. Forse presentarlo come commissario, pens lui, era stato fatto ad arte. Il prete continu:
- Prego, commissario: chiedete pure.
Ricciardi non aveva la minima intenzione di parlare davanti a lui, consapevole che il ragazzo sarebbe stato influenzato nelle risposte.
- Non voglio prendervi troppo tempo, padre. Cristiano potrebbe accompagnarmi dove dormiva Matteo, e io nel frattempo gli far qualche domanda. Cos non vi dar nessun fastidio.
Il prete sembr indeciso, non nascondendo una vaga preoccupazione. Poi tir fuori l'orologio dalla tasca della tonaca e disse, con un po' di disappunto:
- S, anche perch tra qualche minuto ho una funzione. Va bene, ma mi raccomando, commissario: non ecceda l'ambito che abbiamo concordato. E non trattenga troppo a lungo il nostro Cristiano, che deve provvedere alla pulizia della camerata: oggi  il suo turno.
Ricciardi salut con un cenno del capo e usc col ragazzo.
Di fianco alla chiesa si accedeva a un cortiletto, sul quale dava una costruzione bassa che sembrava un deposito. Il ragazzo precedette Ricciardi alla porta; il commissario not che era vestito in maniera simile a quella di Matteo quando era stato ritrovato: una vecchia camicia di tela, dei calzoncini legati in vita da un pezzo di corda, un paio di zoccoli sotto gambe livide per il freddo, martoriate da cicatrici, morsi d'insetto e geloni.
Cristiano condusse Ricciardi in un ambiente lungo circa sei metri e largo quattro, alla fine del quale un paravento in legno nascondeva una latrina in un angolo e un lavabo nell'angolo opposto. Addossate alle pareti c'erano due brande mezze rotte e quattro pagliericci, con la fodera strappata in pi punti. L'impressione era di totale abbandono.
Cristiano si ferm a met della stanza e indic con la mano uno dei pagliericci. Al centro si distingueva l'avvallamento del corpo del piccolo Matteo.

20.

Mercoled, 20 ottobre 1931. nono.

I ragazzi si stanno preparando per andare a. lavorare, presso gli artigiani dove fanno da apprendisti per pochi centesimi alla settimana; tutti tranne Cristiano, che  stato cacciato dal ciabattino perch gli ha mancato di rispetto. Cristiano risponde sempre. Cristiano non ci sta.
Si spalanca la porta ed entra don Antonio, stravolto dall'ira. Il battente sbatte sulla parete con un rumore forte quanto uno sparo. Tett, che si sta lavando, fa un salto dalla sorpresa.
Il prete cammina a passi lunghi fino al centro della stanza, poi urla:
- Tutti qui, davanti a me!
I ragazzi si affrettano a raggiungere la posizione. Amedeo e Saverio, i pi grandi che hanno diritto alle due brande, sono i primi a schierarsi. Tett coglie uno sguardo fra i due e comincia ad avere paura.
Quando sono tutti in fila, il prete dice:
- Lo sapete, quello che  successo? Mancano tre mele. Tre mele dalla dispensa: e ne sono sicuro, perch ce le ho messe io stesso ieri, e le ho contate a una a una!
I sei ragazzi tengono gli occhi a terra. Sanno di dover tacere, perch qualsiasi cosa dicano la sconterebbero tutti gli altri. Tett tiene stretta al petto nudo la camicia che non ha fatto in tempo a rimettere. Le teste basse sono tutte rasate a zero per via dei pidocchi.
Don Antonio riprende.
- Chi  stato? Ve lo chiedo una sola volta. Se chi  stato lo dice, verr punito soltanto lui; se invece non viene fuori chi  stato a rubare nella casa di Dio, facendo peccato mortale, allora verrete puniti tutti. Anche perch a sapere chi  stato a fare peccato e a non dirlo, si va all'inferno lo stesso. Vi lascio senza mangiare per due giorni interi. Lo sapete, lo faccio davvero. E il colpevole verr punito, state sicuri. Verr punito.
Il terrore corre come un soffio di vento. Lo sanno tutti, quello che succeder al colpevole. Lo stanzino. Verr messo nello stanzino.
Al buio, al freddo. Tra mille cose senza nome che camminano sulla pelle, con le zampette veloci. Chi va nello stanzino esce con le bolle sulla pelle, e ti gratti e ti gratti per giorni, e il prurito non passa mai. E tutto  nero come la notte pi nera, solo che non ti puoi muovere perch non c' spazio, nemmeno per respirare. E' terribile, lo stanzino.
Si sentono i respiri. Tett sente pure il suo cuore che gli batte nelle orecchie. Si guarda i piedi, sulla terra battuta. Sono viola per il freddo. Passa un minuto. Ne passano due. Poi Amedeo fa un passo avanti.
Don Antonio lo fissa.
- Parla, se devi parlare.
La metamorfosi di Amedeo davanti al prete  impressionante. Incassa la testa, si fa piccolo, piega le ginocchia. Cambia perfino la voce, gli diventa sottile.
- Padre, perdonatemi. Io non la faccio, la spia, ma ve lo devo dire per forza, non ci voglio andare, all'inferno.
Silenzio. Gli occhi di tutti rimangono a terra, tranne quelli di Cristiano, che lampeggiano un attimo su Amedeo, per poi riabbassarsi. Don Antonio chiede:
- E allora?
Senza alzare la testa, Amedeo punta un dito tremante su Tett.
- Il cacaglio. E' stato lui, il cacaglio infame. Lui si credeva che non lo vedeva nessuno, e io invece l'ho visto. Stanotte, se l' mangiate, le mele. Stanotte, dentro al letto.
Il serpente dell'orrore sale dallo stomaco di Tett e gli si avvolge dall'interno attorno alla gola. Lui le mele non le ha nemmeno viste. Alza lo sguardo, cerca di parlare ma non ci riesce. Il serpente stringe.
- Davvero? E lo sai, quello che succede ad accusare qualcuno senza avere le prove? Lo sai?

La voce di don Antonio  minacciosa. Dalla porta entra Nanni, il sagrestano, che si strofina le mani. Gli piace, quando ci sono le punizioni. Lo sanno tutti, che gli piace.
Amedeo alza finalmente lo sguardo e annuisce. Poi si gira e cammina verso il pagliericcio di Tett. Lo alza con un gesto sicuro e raccoglie qualcosa; poi torna davanti al prete e apre la mano. Il prete prende l'oggetto e lo mostra a tutti: un torsolo di mela, pulito fino all'ultimo frammento. Due formiche cadono a terra.
Tett vorrebbe urlare disperato: non sono stato io, padre! Non ve ne accorgete, che non sono stato io? Non sono nemmeno entrato, in cucina! Chiedetevi chi ha fatto da aiutante a preparare la cena di ieri, e saprete chi  stato! Vi prego, padre, lo stanzino no. Ho paura, del buio e delle bestie che ci sono l dentro!
Ma il serpente ha stretto le sue spire attorno alla gola, e dalla bocca esce solo un gorgoglio gutturale. Uno dei gemelli non trattiene una risata, per il sollievo di averla scampata e per Tett che non riesce a parlare, e il sagrestano gli d un pugno dietro la testa. Stavolta nessuno ride, mentre il gemello si strofina i capelli rasati, come quando la testa gli prude per i pidocchi.
Don Antonio si avvicina a Tett.
- Ancora. Eppure proprio tu non dovresti rubare. A te le regalano, le cose. Tu sei fortunato.
Tett vorrebbe dirglielo, al prete, che non  affatto fortunato. Che gli tolgono tutto, ogni volta che torna. Tutto, fino all'ultima briciola. Ma il serpente stringe, e a lui pare di soffocare.
Con un gesto improvviso, il prete gli prende l'orecchio sinistro fra le dita e lo torce con forza. A Tett viene fuori un gemito che fa rabbrividire tutti. Cristiano guarda Amedeo, che ha ancora gli occhi fissi a terra. L'altro gemello si tappa le orecchie con le mani. Adesso don Antonio quasi solleva Tett da terra. Il bambino agita la mano, cercando di allentare la presa del prete, ma quello non molla l'orecchio che  diventato rosso come il fuoco.
Tett viene trascinato fuori dalla stanza, nel freddo e nella pioggia. Tutti seguono lui e il prete, come un corteo che si avvia verso un'esecuzione. Nell'angolo opposto del cortile c' una porta che d nello stanzino, un locale buio di un metro per lato. Mentre continua a tenere il bambino per l'orecchio, don Antonio prende una chiave dalla tasca della tonaca e apre la porta; poi butta dentro Tett e la richiude.
Prima il sollievo per l'orecchio libero, poi a ondate un dolore terribile, lacerante. Tett se lo massaggia forte, l'orecchio. Non sente niente da quel lato, se non un fischio assordante. Si ritrae in un angolo, strisciando, abbranca uno straccio, se lo mette sulla testa. Animali che non vede si mettono a correre. Scalcia per allontanarli. Vorrebbe piangere, urlare, ma la gola  serrata.
Nel buio gli appare il suo angelo. E pu udire la sua voce, che dice: quando succede qualcosa di brutto pensa a me. Pensaci, Tett. Pensaci forte, e vedrai che tutto passa.
Pensa fortissimo, raggomitolato sotto la coperta sudicia, non sono stato io, non sono stato io, urla nel silenzio dentro di s. Ti prego, dimmi che mi vuoi bene. Dimmelo una volta sola, che mi vuoi bene, angelo mio.
Il tuono scuote la porta dello stanzino. La pioggia batte sul tetto e gocciola all'interno. Tett scalcia quando le zampe gelide lo toccano. Sa che se si addormenter quelle zampe si faranno audaci, e verr svegliato dai morsi.
Grattano alla porta, una volta, due. Tett si trascina, trova un'asse appena scostata, ci respira dentro. Vede qualcosa vicino all'apertura, e ci mette un attimo a capire che  il muso di un cane.
Fa uscire un dito e lo accarezza.
Deve solo aspettare.
Nello stanzone Amedeo e Saverio si siedono sulle brande e prendono una mela a testa da sotto il materasso. Le mordono e ridono.
Cristiano stringe le mani a pugno, poi pensa: fatti gli affari tuoi.

21.

Ricciardi si avvicin al pagliericcio di Tett, le mani in tasca, fissando la leggera depressione che indicava dove aveva dormito il bambino. Ecco qua, pens. Qui facevi i tuoi sogni; qui avevi i tuoi pensieri, roba piccola, non grandi idee, non grandi speranze. Qualcosa da mangiare, forse. Magari immaginavi la faccia di tuo padre, la carezza di tua madre. O pi probabilmente no, non avendole mai assaggiate, le carezze.
Allung la punta del piede e tocc il pagliericcio, dal quale scapp a zig zag uno scarafaggio. Il commissario e Cristiano lo guardarono correre lungo il muro, finch non si infil in una fenditura.
Ricciardi si rivolse al ragazzo.
- Era amico tuo, Matteo?
Cristiano si strinse nelle spalle, con un'aria di indifferenza.
Ricciardi apr un mobiletto fatto col legno delle cassette della frutta, accanto al giaciglio di Tett. Si accovacci per vedere cosa c'era dentro.
Poche cose. Qualche vestito. Piegato con cura. Roba migliore di quella che il bambino aveva addosso, forse una specie di abito per la festa: una giubba da marinaretto, un cappellino, un paio di calzoncini. Consumati ma pulitissimi. Perfino un paio di sandali con la suola di cartone pressato.
Un vecchio libro, tenuto da qualche filo di cotone, con disegni di automobili. I segni di migliaia di ditate, chiss quante volte lo hai sfogliato alla ricerca dei tuoi sogni, pens Ricciardi. Un modellino costruito col legno, spezzato e riparato in pi parti, con rotelle di metallo al posto delle quattro ruote. Colorato con la matita, una donna disegnata alla guida, coi capelli biondi.
Un fazzoletto da donna bianco, piegato a triangolo, finemente ricamato con un monogramma di difficile interpretazione, forse due lettere intrecciate.
Ricciardi rimise tutto a posto e si rialz. Chiese a Cristiano:
- Dove sono gli altri ragazzi? E a fare che?
Di nuovo lui si strinse nelle spalle. Rimasero in silenzio per un po', poi Ricciardi decise che era ora di cambiare tono.
- Stammi a sentire bene: io sono un commissario di polizia. Ti posso prendere con un'accusa qualsiasi, devo solo scegliere, e farti portare in galera da dove non so se uscirai mai pi. E lo far, se decido che mi vuoi nascondere qualcosa. Quindi, secondo me ti conviene parlare.
Dover minacciare un ragazzo: si era ridotto proprio male. Ma intuiva che quello era l'unico linguaggio che Cristiano capisse; infatti, dopo un attimo, il ragazzo parl.
- E che volete sapere?
- Comincia col rispondere alla domanda di prima: dove sono gli altri, e a fare che?
- Ognuno fa l'apprendista da qualcuno. Siamo sei... cinque, mo'. Stanno al lavoro, io no perch quel bastardo del ciabattino mi ha cacciato. .
Aveva parlato a bassa voce, quasi con rabbia. Teneva i pollici nella cintola, le gambe larghe piantate al suolo. Pareva pronto a scappare, o ad aggredire.
- Eri amico di Matteo?
Si strinse ancora nelle spalle. Poi ci pens e rispose:
- Tett amici non ne teneva, e manco io. Per mi faceva pena, era piccolo e cacaglio, a dire una cosa ci metteva un'ora, allora si stava zitto, non parlava. Meno si parla meglio , qua dentro.
Ricciardi voleva saperne di pi.
- E quand' che vi vedete?
- Direttamente la sera, quando si finisce di lavorare, se nessuno se ne va in giro per i fatti suoi. Ma siccome la sera si mangia, e fuori fa freddo, allora torniamo tutti. Invece, quando la stagione  migliore, alcuni preferiscono dormire per strada, anzich qua. Ci fa caldo assai, qua dentro.
- E di giorno che fate?
Cristiano ci pens, poi disse:
- Ci sta la scuola. Due volte, il marted e il gioved. Vengono le due signore, quella vecchia e quella giovane, e ci raccontano storie, provano a farci scrivere e leggere. Io mi scoccio, rimango un minuto e me ne vado, tranne quando portano qualcosa da mangiare per premio, anche se non vinco mai.
- E Tett come se la cavava?
- Ve l'ho detto, era cacaglio, non riusciva a parlare, specialmente quando si emozionava. Ma a scrivere era bravo, e a disegnare pure di pi. Qualche volta pigliava il premio, ma tanto poi i pi grandi glielo levavano e mangiavamo tutti quanti. Cos funziona, qua dentro. Interessante, pens Ricciardi. Tutto l'amore decantato dal prete non c'era, alla fine. Non che ci avesse creduto.
Restava da appurare, al di l di quanto dichiarato da don Antonio e da altri, dove fosse morto Tett.
- Tu hai saputo com' morto, Matteo? Cristiano scosse la testa, con un gesto da adulto.
- Era proprio un fesso, quel cacaglio. Piccolo e fesso. - Perch dici cos? In che senso, era un fesso?
- Perch, come lo chiamate uno che si mangia il veleno per i topi?
Ricciardi diede uno sguardo attorno: nessuna traccia del fantasma di Matteo. Dovunque fosse morto, non era morto l. E nemmeno in chiesa o in sagrestia, se era per quello.
- E tu hai idea di dove possa aver preso le esche avvelenate?
Cristiano si strinse nelle spalle. Poi all'improvviso disse: - Forse s. E vi ci posso pure portare. Ma voi che mi date, se vi ci porto?
- Ti d che non ti porto in galera, ti d. Non mi pare poco.
Cristiano sospir, gli fece un cenno con la testa e si avvi. Ricciardi lo segu, passando per il cortile sul quale dava la porta chiusa dello stanzino buio.
Non conoscendone l'esistenza, non pens di guardarci dentro.

Dallo scrittoio che aveva collocato in camera da letto, Livia osservava la citt attraverso la pioggia. I tram si incrociavano con allegri squilli delle trombe, i carretti trainati dagli ambulanti non si fermavano per l'acqua, urlando i loro richiami a comprare le merci coperte da teloni.
Dalla porta socchiusa arrivava il canto della serva, in cucina, nell'altra parte della casa.

Saccio ca t'aggia perdere
sento ca t'alluntane,
ca tu te ne pu gghi' primma 'e dimane pe' nun turna' cchi a mme...

Livia amava quella propensione al suono e al canto. Nelle altre citt dominava il silenzio: se qualcosa si sentiva erano i rumori dei motori, i nitriti dei cavalli, ma non i suoni. Non la musica.
Cerc di tornare alla lista che stava preparando. Non era un'impresa facile: doveva rimanere in un numero ristretto ma non voleva scontentare troppe persone. Nel contempo, voleva avere vicino quelli che le erano almeno simpatici.
Sospir, quando l'occhio le cadde sulle lettere che le amiche non smettevano di inviarle, per criticare la sua scelta e ottenere informazioni circa il suo nuovo amore. Amore. Che assurda parola.
Si era innamorata? Non avrebbe saputo dirlo. Certo la situazione per lei era nuovissima: corteggiava Ricciardi, senza preoccuparsi dell'evidenza del suo atteggiamento. Si chiese se, a Roma, avrebbe fatto le stesse cose, come presentarsi in questura, la sera prima, per salutarlo. Se, in presenza di tutte le sue conoscenze, col rischio di incontrare una decina di quelle care pettegole, si sarebbe o no avventurata direttamente sul posto di lavoro di lui, senza pudore.
Decise di s. Non era un'ipocrita che non aveva il coraggio di affrontare il proprio sentimento.
Non che lui le desse poi tanta corda: anche stavolta era stato pi imbarazzato e sorpreso che emozionato. Ma ci aggiungeva fascino all'uomo, anzich levargliene. Per si era accorta, quando si era seduta, che le aveva fissato le gambe, prima di distogliere frettolosamente lo sguardo. Gli piaceva, ne era certa; e allora, perch non glielo dimostrava?
Con uno sforzo riport l'attenzione alla lista, scrivendo il nome di Garzo e indicando che sarebbe stato invitato con la moglie. Non le era simpatico, ma era un prezzo minimo da pagare per incastrare Ricciardi.
La lista avrebbe dovuto essere pronta entro le sette di quella sera. Ricord le parole della segretaria di Edda Ciano, al telefono, quella mattina: si sarebbe presentato un uomo a ritirare l'elenco, da sottoporre all'approvazione di un'organizzazione per la sicurezza il cui nome non le era stato fatto.
Questa storia della sicurezza, pens Livia, stava diventando una vera fissazione collettiva. Adesso la polizia segreta voleva addirittura controllare gli inviti a una festa privata, alla quale per di pi avrebbe partecipato non il Duce ma sua figlia, probabilmente nemmeno accompagnata dal marito.
Un tram pass sotto la finestra e strombazz in contrappunto alla serva, che cantava:

Dimme, e si 'e ffronne tornano
ca uttombre fa cade',
si tutto torna a nascere,
qua' primmavera ce p sta' pe' mme? 
Cchi 'o core  stracco 'e chiagnere cchi 'nnammurato 'o sento... 
Si mo' ce sparte 'stu presentimento, pecch m'attacco a tte?
Livia si abbandon all'ascolto della canzone, pensando che era veramente difficile concentrarsi su qualcosa, in quella citt.
Anche quando il sole non c'era.

22.


Ricciardi seguiva Cristiano, risalendo via Nuova Capodimonte. Aveva cominciato a piovere di nuovo.
Lungo la strada si accorse che il ragazzo, nel quartiere, era pi noto di un deputato: i bottegai, le portinaie indaffarate nella pulizia degli androni, i ragazzini affacciati ai balconi lo chiamavano a gran voce e lo salutavano con affetto, salvo cambiare espressione quando si accorgevano che il commissario lo seguiva di qualche passo. Un giovinastro addirittura chiese a Cristiano in dialetto stretto se avesse qualche problema, lasciando intuire che nel caso sarebbe stato disponibile ad aiutarlo.
Con la pioggia la geografia delle attivit urbane cambiava. Quella era una citt abituata a operare nell'ombra, ma all'aperto. I larghi vani dei portoni, con gli archi in pietra che lasciavano intravedere i cortili dalle aiuole piene di piante, ospitavano i carretti degli ambulanti con la tolleranza retribuita degli uscieri in livrea. Finti monaci, venditrici di fiammiferi e di fiori, tenutari di minuscole bische fatte solo di un banchetto di legno su un treppiede, cercavano di non interrompere la propria attivit per la pioggia, e si disputavano i migliori spazi sotto i cornicioni.
La strada e i marciapiedi scoperti godevano invece del provvisorio allargamento della superficie utilizzabile, accogliendo sfreccianti automobili e cavalli dal pelo lucido che trainavano carri e carrozze e alzavano colonne d'acqua a beneficio di nugoli di scugnizzi, in visibilio sotto le inattese cascate. I rari pedoni si destreggiavano fra i laghetti che si andavano formando, cercando di salvaguardare le scarpe e i pantaloni e di ripararsi con gli ombrelli di tela, cerati con cura la sera prima con la colatura delle candele.
Cristiano, come peraltro lo stesso Ricciardi, non si curava della pioggia, ciabattando con gli zoccoli nelle pozzanghere e provocando le occasionali imprecazioni di chi ne veniva inondato. Il commissario teneva gli occhi davanti a s, raccogliendo i saluti dei morti come il ragazzo raccoglieva quelli dei vivi: ritrov la coppia di adolescenti e il debitore suicida sul ponte della Sanit, e conobbe una nuova vittima, un'anziana, decorosa signora vestita di nero travolta dal carico mal assicurato di un carro. L'ampia depressione del torace schiacciato e il braccio sinistro maciullato, che ancora tratteneva la borsetta, non lasciavano dubbi su come fosse morta e perch. Al passaggio di Ricciardi, disse: Mio nipote non si fa vedere da due mesi. Chiss se  venuto al tuo funerale, pens Ricciardi mentre Cristiano veniva benevolmente minacciato da un ambulante di frutta e verdura. Ognuno ha i suoi amici, riflett amaro il commissario.
Giunsero all'altezza di un portone in legno, chiuso. Cristiano si ferm e aspett Ricciardi. Erano poco distanti dal Tondo di Capodimonte, la piazza dalla quale partiva lo scalone monumentale dove avevano ritrovato Tett.
Senza guardare in faccia il commissario, Cristiano disse:
- Qua veniamo a prendere qualcosa, certe volte. E' un deposito di roba da mangiare. Non ci veniamo sempre perch il proprietario si mette a controllare di nascosto, una volta ha acchiappato a uno e gli ha dato un sacco di mazzate, quello  stato a letto tanto tempo e vomitava sangue, ci credevamo che moriva.
Riccirdi osserv il catenaccio che chiudeva il pesante portone.
- E come entrate, qui? E' ben chiuso, mi pare.
Cristiano fece cenno a Ricciardi di seguirlo. Svoltato l'angolo, sgusci in un portone e spar alla vista del commissario, che rimase fermo e disorientato nell'umida semioscurit fino a quando sent un sibilo e cap che il ragazzo si era infilato in un'intercapedine che lui non aveva visto. Entr con difficolt e si ritrov in uno spazio angusto che separava i due palazzi, una specie di corridoio dove a stento passava una persona camminando di profilo. Dopo qualche metro, lo spazio si apr in un ampio locale pieno di sacchi e di casse. Erano arrivati nel deposito.
Nella luce grigia che filtrava dagli alti finestroni, Ricciardi vide che l dentro erano conservati per lo pi granaglie e legumi, come si leggeva sui sacchi; in un angolo c'erano anche dei recipienti di metallo, tranci di pesce e carne secca, pezze di formaggio e altri generi alimentari.
Cristiano pareva molto intimorito: se ne stava fermo, le orecchie ritte come un animale a caccia o una preda. In silenzio, indic a Ricciardi una serie di piccoli oggetti sistemati a terra in semicerchio vicino alla merce; all'apparenza si trattava di minuscole pagnotte. Ne raccolse una e la porse al commissario: una pallottola di pane e frammenti di formaggio, inodore. Cristiano tocc il braccio del commissario e con la testa accenn a un grosso topo morto nell'angolo opposto del deposito. Ricciardi soppes la polpetta che aveva in mano: veleno. Era cos che era morto Tett.
Rivolse uno sguardo pi accurato attorno, ma non vide nessuno: il ragazzo non era morto nel deposito. Non che significasse molto, poteva aver preso qualcosa ed essere scappato per mangiare altrove; ma l non c'era.
Cristiano era sempre pi irrequieto; tir Ricciardi per la manica verso l'apertura dalla quale erano entrati. Il commissario si avvi per seguirlo, quando dalla penombra spunt un braccio muscoloso che abbranc il ragazzo per il collo.
Prima che Ricciardi potesse impedirlo, l'uomo colp Cristiano violentemente sul viso due volte. Il giovane squittiva cercando di liberarsi, mentre l'altro gridava:
- Maledetto ladro, maledetto, ti ho preso, finalmente, hai finito di mangiare sulle spalle mie!
Ricciardi url:
- Fermo! Lascialo subito! Polizia!
Questo provoc un momentaneo cedimento dell'uomo, che allent la presa; Cristiano ne approfitt per affondare i denti nella mano che lo teneva stretto fino a un attimo prima, e l'uomo url una bestemmia allungando un calcio al ragazzo che ormai era lontano.
Ricciardi si fece avanti.
- Fermatevi, ho detto! Chi siete, voi?
- Chi sono io? Chi siete voi! Se siete della polizia, perch siete dentro al mio deposito? Per dove siete passati, e perch non avete bussato alla porta come la gente perbene?
Il commissario aveva ormai ripreso il controllo della situazione; Cristiano si era messo dietro di lui, al sicuro, e si massaggiava il collo guardando con aria di sfida il proprietario del deposito.
- Mi scuso per il modo in cui siamo entrati, ma era necessario. Questa  un'indagine di polizia, io sono il commissario Ricciardi della regia questura di Napoli. Favoritemi il vostro nome e cognome, per cortesia.
Tenendosi la mano sanguinante, l'uomo rispose:
- Lotti Vincenzo, mi chiamo. E sono il padrone di questo deposito. E combatto dalla mattina alla sera con questi svergognati, che sono peggio dei topi e degli scarafaggi, entrano per sotto le porte e rubano tutto quello che trovano. Ho fatto due denunce, proprio da voi in questura, e nessuno ha risposto, niente  successo e loro continuano a rubare senza punizione. Una piaga, sono: una piaga!
Ricciardi cerc di essere conciliante.
- Avete ragione: adesso vi far vedere da che parte entrano e almeno coi ragazzi starete tranquillo. Non con i topi, per. Come fate, con quelli?
Indic il cadavere del ratto, in mezzo allo spazio tra merce e portone. Lotti, un omaccione grande e grosso in maniche di camicia e bretelle larghe, man mano che l'ira sbolliva, andava cambiando tono.
- Sarebbe un'ottima cosa, commissa'. Liberarsi almeno dei ragazzi, intendo. Io lo capisco che tengono fame, pure io all'et loro mangiavo in continuazione, ma non li posso mica tenere sulle spalle. Non sono figli miei, no? Coi topi, mo' sto mettendo il veleno che piglio in farmacia e pare, come vedete, che comincia a funzionare. Ma costa pure quello, e la farina e il formaggio per fare le polpette avvelenate. Ho provato con le trappole, ma ne prendi due e poi gli altri subito s'imparano. Topi, scugnizzi, la stessa cosa. Subito s'imparano, come fare a rubare.
Topi e scugnizzi, la stessa cosa; non sono figli miei; le frasi dell'uomo colpirono Ricciardi come uno schiaffo. Rivide la nuca di Tett, sottile come quella di un agnello, mentre lo portavano via come un pezzo di legno da buttare, e prov una fitta allo stomaco.
- Io spero per voi che abbiate tutte le carte a posto, - disse con tono duro, - permessi, annona, dogana, tutto. Che la merce sia tutta regolarmente comprata e che le vendite siano regolari. Le denunce, lo sapete, funzionano ad andare e a venire. Avete saputo che a pochi metri da qua, luned mattina, ai piedi dello scalone del Tondo  stato ritrovato un bambino morto? All'indagine  risultato morto per avvelenamento. Voi che veleno usate, per i topi?
Lotti era rimasto a bocca aperta; la mente stava cercando di elaborare pi velocemente possibile le informazioni ricevute.
-lo... le licenze? Le licenze sono a posto, le tiene mio cognato che  ragioniere, io non so leggere tanto bene, capisco i numeri. E... un ragazzo morto, s, l'ho saputo, uno di quelli di Santa Maria del Soccorso, mi pare. E mi  dispiaciuto, sono ladruncoli, ma sempre creature di Dio, io poi ci ho sei figli, figuratevi, commissa'. Veleno? Io lo piglio in farmacia, costa un sacco di soldi. Non lo so che veleno , mo' vi piglio la carta del farmacista, aspettatemi un momento.
Si allontan da una porta sul retro. Ricciardi chiese a Cristiano come stesse, il ragazzo alz le spalle con sufficienza, come a dire: ci vuole ben altro, per farmi paura. Lotti rientr portando una bustina di carta come quelle da francobolli e una ricetta, e la porse a Ricciardi.
- Statevi attento, commissa'; il farmacista si  raccomandato cento volte di maneggiarla coi guanti, questa roba. E' velenosa assai, come vedete, - disse indicando il ratto morto.
Il commissario riconobbe subito la parola che cercava: "Stricnina".
- Dove li mettete, i bocconi avvelenati? Pensateci bene, Lotti:  molto importante, per me, saperlo.
- Solo qua dentro, commissa', ve lo giuro. Non avrebbe nemmeno senso, metterli fuori: costano, sarebbero soldi buttati. Per me conta solo proteggere la merce, se continuo a perdere roba devo chiudere l'attivit; per questo ho fatto questa spesa, mi dovete credere.
Ricciardi prov pena anche per lui.
- Venite, vi faccio vedere da dove entrano i ragazzi. Chiudete presto il passaggio, cos state tutti tranquilli: voi che non perdete pi merce, e loro che non fanno la fine dei topi.

23.

Per una circostanza a dir poco curiosa, a un chilometro di distanza da Livia, anche Enrica sedeva allo scrittoio della camera da letto, fissando la pioggia che batteva alla finestra; e stava pensando alla stessa persona.
Aveva deciso di ascoltare il consiglio di Rosa e rispondere alla lettera di Ricciardi. Ed era un importante passo avanti.
Conoscere la tata era stato bello e stimolante. Questo significava che c'erano dei momenti nella vita in cui era pur necessario prendere l'iniziativa, avere del coraggio. Lei era stata coraggiosa, in un modo che non si sarebbe mai aspettata, ed era stata ripagata.
Prov un brivido al pensiero di s stessa che scendeva di casa, sotto la pioggia; che arrivava al negozio di don Gerardo, di corsa, senza dover comprare niente; che aspettava che Rosa avesse finito di ordinare; che si offriva di aiutarla nel trasporto. Soprattutto, le pareva incredibile essere stata in grado di parlare dei propri sentimenti con quella che, a tutti gli effetti, era un'estranea.
Eppure, mentre fissava attraverso la pioggia la finestra di quella che ora sapeva essere la camera di Rosa, nulla era stato pi naturale che ritrovarsi l, seduta sul divano in casa di lui, a bere il caff. E a sentire attorno il suo odore, l'aroma del suo dopobarba; a guardare le piastrelle di marmo dove camminava, la grande radio di legno che ascoltava. La porta della sua stanza, perfino. Non aveva avuto il coraggio di chiedere di vedere la finestra, quella finestra; e immaginare s stessa che ricamava, cinque metri oltre.
Quei cinque metri non sarebbero stati pi gli stessi; adesso che sapeva quali erano gli oggetti e quali le distanze che i suoi occhi percorrevano. La barriera era stata abbattuta, pi dalla sua visita che dalla lettera di lui.
La lettera, pens intingendo per l'ennesima volta la penna nel calamaio azzurro. La lettera alla quale doveva rispondere.
La sua mente lo immagin nell'atto di aprire la busta con la sua risposta. Rivide l'espressione smarrita, le mani nervose, il ciuffo di capelli sulla fronte. Che cosa poteva spingere un uomo come lui a una solitudine cos completa? A non condividere niente con nessuno, mai?
Sapeva, aveva sempre saputo che in tutti quei silenzi e dietro le pareti che si costruiva attorno c'era in realt una dolcezza infinita, una inaspettata tenerezza verso il prossimo. Non aveva ragioni per pensarlo, ma lo pensava: e parlare con Rosa gliel'aveva confermato. Se avesse potuto stare vicino a lui e amarlo come voleva amarlo, quella dolcezza sarebbe emersa e lui sarebbe stato un uomo diverso.
Enrica non aveva avuto esperienze, era stata sempre riservata e poco incline alle relazioni con gli uomini: adesso sapeva, era sicura che in realt, per tutta la sua vita, aveva aspettato un uomo cos. Il tempo delle indecisioni e delle incertezze era finito con la lettera di lui e con la sua visita a Rosa.
Con una determinazione che non avrebbe mai creduto di avere, si chin sul foglio bianco e scrisse: "Gentile signore".

Verso sera, Livia ud bussare educatamente alla sua porta. Al suo permesso di entrare, la cameriera, una graziosa ragazza in grembiule nero e crestina bianca, affacci la testa.
- Signo', scusatemi. Ci sta di l un signore, non mi ha voluto dire come si chiama. Dice che voi lo aspettavate, che lo sapete gi voi chi .
Dopo un attimo di smarrimento e di irritazione, Livia ricord che una visita l'aspettava, in realt: quella dell'uomo della sicurezza che doveva prendere visione della lista degli invitati al ricevimento.
Pass rapidamente davanti allo specchio per verificare di essere in ordine, poi and nel salotto dove l'attendeva un anonimo e distinto signore di mezza et coi capelli brizzolati, il cappello in mano e il soprabito bagnato di pioggia:
- Buonasera, sono Livia Lucani Vezzi. Voi siete...
L'uomo fece un lieve inchino col capo.
- Molto lieto, signora. Siete effettivamente incantevole, come mi avevano riferito. Mi scuserete ma non posso dirvi come mi chiamo. Potete chiamarmi come volete, scegliete pure un qualsiasi cognome.
- Curioso! Non posso nemmeno sapere chi viene in casa mia. Fortuna che, come saprete, non ho niente da nascondere.
L'uomo assunse un'aria addolorata.
- Mi rendo conto, signora. E la procedura, sapete. Ma non voglio che pensiate si tratti di una mancanza di rispetto nei vostri confronti. E' che il corpo... o meglio, l'organizzazione a cui appartengo fa della riservatezza un obbligo morale. Nel vostro stesso interesse, signora. Facciamo cos, mi chiami Falco. E' un nome in codice, e non  neppure lontano dal mio vero nome. Come state? Vi trovate bene, nella nostra citt?
Pur rimanendo a disagio, Livia era incuriosita dal personaggio.
- Bene, benissimo, grazie. Anche se questo tempaccio, negli ultimi giorni, mi limita un po' nei movimenti. La segretaria della signora Ciano mi aveva avvertito per tempo della vostra visita. Ditemi, cosa posso fare per voi?
L'uomo si guard attorno, ammirato.
- Bella casa; un salone veramente ampio, l'ideale per una festa con tanti invitati importanti. Avete preparato la lista che vi era stata richiesta? Se non siete ancora pronta, ripasser quando credete.
- No, no, non ci sar bisogno: ce l'ho qua, ecco a voi.
L'uomo apr la busta e prese il foglio.
- Ho dato un'occhiata al palazzo, una splendida scelta: centrale ma non soffocato dal chiasso del traffico o dei mercati. Anche dal punto di vista che ci compete, cio della sicurezza, siamo tranquilli: un'unica entrata, sorvegliabile dalla strada. E finestre che dnno sull'interno.
Livia era impressionata.
- Sorvegliabile, addirittura! Voi ritenete che ci siano reali pericoli? E cos tanto da dover sorvegliare la mia casa! Mi devo preoccupare, allora?
- Signora, questi sono tempi difficili. Il Duce e il partito stanno portando avanti un'opera di consolidamento che  ben lontana dall'essere completata. I dissidenti sono molti e si vanno organizzando, stringendo patti e concludendo accordi. Un'azione dimostrativa che si concretizzi in manifestazioni o, peggio ancora, in attentati non  affatto da escludersi. Napoli ha pensatori, intellettuali che si sono espressi pi volte in maniera chiaramente antifascista: nulla esclude che attorno a loro si siano stretti anarchici e comunisti, pronti a tutto.
La donna cerc di sdrammatizzare.
- Cos mi spaventate! Io francamente non ho avvertito quest'atmosfera, da quando sono in citt. Anzi, mi pare di riconoscere dovunque una completa adesione al regime; d'altronde, chi sarebbe cos pazzo da non accettare il destino di benessere che il Duce sta costruendo? E poi la polizia che opera a Napoli  straordinariamente capace e attenta, non vi pare?
Il sedicente Falco si strinse nelle spalle.
- La polizia fa la polizia. Si occupa di affari ordinari, dell'evidenza: ladri, stupratori, assassini. Cose facili da trovare, da capire. Noi ci occupiamo di cose diverse, sotterranee, nascoste. Un integerrimo professionista, un uomo dalla vita normale, ordinaria, con famiglia e figli; un operaio, che ogni mattina va all'Ilva a Bagnoli in bicicletta e torna la sera, e va subito a casa a dormire; una lavandaia, che canta a squarciagola sbattendo le lenzuola vicino a una fontana del Vomero. Persone che per strada vi stanno accanto, vi sfiorano, vi salutano alzando il cappello. Questi sono i nostri nemici, possibili terroristi, dissidenti. Gente pronta a levare la mano armata contro il governo, contro il Duce. 0 contro la figlia del Duce, se  per questo. La nostra organizzazione, signora, cerca queste persone, e il modo di difendersi da esse.
- Non posso crederci, Falco. Non mi pare possibile che possano esistere situazioni come quelle che descrivete.
- Eppure, signora, gli esempi che vi ho fatto sono veri: sono situazioni che si sono effettivamente verificate, nell'ultimo anno e in questa citt. Tre persone che ora sono in prigione, lontano da qui, e che hanno confessato di aver partecipato a riunioni sediziose, contro il regime.
Livia era rimasta a bocca aperta.
- Davvero? E come... in quale maniera siete riusciti a scoprirle? Come avete fatto?
- Come vi dicevo, signora: con molta, molta discrezione. Abbiamo una rete di informatori che voi non riuscireste nemmeno a immaginare. Decine di persone fedeli al regime che coprono l'intera citt, ambulanti, bottegai, insegnanti, studenti. Persone normali, proprio come quelle che prima vi ho descritto, che raccolgono confidenze, impressioni, anche semplici imprecazioni. Noi vagliamo le loro denunce, i rapporti, e facciamo le nostre ricerche: cerchiamo riscontri, sommiamo indizi. E poi procediamo a un interrogatorio, o due. E ci formiamo un convincimento: non  interesse di nessuno, mandare un innocente al confino o in carcere, vi pare?
Livia rabbrivid. Uno scroscio di pioggia scosse la finestra. - S, mi pare. Immagino che anche la vostra organizzazione sia necessaria. Comunque, la mia lista  completa.
L'uomo aveva scorso i nomi indicati nell'elenco.
- Mmm... s, direi che corrisponde a quanto ci eravamo attesi. C' qualche piccola sorpresa... Garzo, il vicequestore, per esempio: una mezza figura, tra tanta gente importante... Va bene, signora. La controlleremo meglio, e se non ci saranno controindicazioni, domani pomeriggio stesso potrete far partire gli inviti. Fra gli ospiti ci saranno anche due dei nostri, si faranno riconoscere da voi con molta discrezione, vi assicuro che non daranno alcun fastidio; ma capirete che  necessario, per prevenire eventuali spiacevoli situazioni. Anche nella migliore societ c' chi si ubriaca, o si prende inaccettabili libert.
A Livia non piaceva l'idea di persone estranee in casa, che sorvegliavano i comportamenti degli amici e suoi; ma valut di non poter fare nulla in proposito. Si augur che tutta quell'attenzione derivasse dalla presenza di Edda, ma da quel momento si sarebbe sentita perennemente osservata.
L'uomo la salut per congedarsi. Lei, d'impulso, lo trattenne.
- Ascoltate, Falco: ci sarebbe qualcuno... un uomo, che probabilmente sar alla festa ma che non ho ancora incluso nella lista. Si tratta di una persona che io sarei propensa... che vorrei frequentare, in futuro. Un uomo che mi interessa, insomma. Voi potreste farmi avere un vostro rapporto su di lui? So che  una cosa insolita, ma davvero mi piacerebbe saperne di pi.
- Certo, signora. Una donna in vista come voi, e con le vostre amicizie, pu disporre di noi come crede. Se poi si tratta di un uomo che vive in citt,  altamente probabile che ci sia gi qualcosa, nei nostri archivi. Qual  il suo nome?
Livia sospir, esitando. Poi disse, tutto d'un fiato:
- Luigi Alfredo Ricciardi. E' commissario presso la questura, in via San Giacomo.
- Lo conosciamo, infatti. Ha anche avuto un paio d'incontri col mio capo, di recente. Non credo che ci saranno problemi, signora. Conto di farvi sapere qualcosa gi domani. Buona serata.

24.

Lungo il breve tragitto verso la parrocchia, Ricciardi e Cristiano erano rimasti in silenzio. Il ragazzo, quando se n'erano andati, aveva soltanto detto:
- Per forza, glielo dovevate dire, da dove passavamo? Se sapevo non ve lo facevo vedere.
- E voi per forza, dovete rubare le cose? Non hai visto a che cosa si va incontro? La storia di Matteo avrebbe dovuto insegnarti qualcosa, secondo me. E poi a furia di sorvegliare la merce, quello l prima o poi ammazzava qualcun altro di voi.
Cristiano in risposta aveva alzato le spalle, il gesto che faceva pi spesso, a quanto pareva.
- Il cacaglio era un fesso, ve l'ho detto gi. Se non moriva col veleno per topi, moriva sotto a una macchina o a una carrozza. E quello del deposito, nemmeno se si mette con la pistola ci ammazza, a noi. Noi non ci andiamo mai a quest'ora, ch lo sappiamo che ci sta lui: ci andiamo di sera tardi.
Di sera tardi. Il che corrispondeva con l'ora presumibile della morte di Tett.
Cristiano concluse:
- Comunque noi certo non ce la mangiamo, la roba sua. Non ci conviene, e poi che ci mangiamo, i fagioli crudi? Ce la rivendiamo, la roba.
Ricciardi fece il resto della strada pensando che valeva la pena di affrontare nuovamente il prete, e anche a mso duro. Gli pareva che i ragazzi fossero lasciati un po' troppo a s stessi. Tutto questo senza esporre Cristiano a rappresaglie, per; avrebbe dovuto stare attento.
Don Antonio aveva finito di dire messa e stava leggendo in sagrestia. Ricciardi entr senza bussare.
- Commissario, di nuovo qua, vedo. Avete fatto la vostra perlustrazione accurata? Siete soddisfatto, adesso?
- Per ora s, ho finito, padre. Ma no, non sono soddisfatto, nemmeno un po'.
- Davvero? E come mai?
Il commissario lasci cadere l'ironia.
- Non sono queste le condizioni in cui possono vivere dei bambini. E lasciarli liberi di stare in strada, esponendoli ai pericoli e anche a rischiare la vita, non mi sembra un modello di assistenza.
Don Antonio balz in piedi. Era realmente infuriato.
- Ah,  cos che la pensate? E perch non vi dedicate voi, allora, all'assistenza dell'infanzia? Perch non vi ci mettete voi, appresso a queste povere bestioline abituate a litigarsi il cibo con i cani randagi e i topi? Lo sapete o no, che se io chiudessi questa casa, la gran parte dei ragazzi probabilmente morirebbe di tifo o di qualche altra malattia entro la fine di quest'anno? Lo sapete o no, che se non ci fossero i parroci come me, quelli che riuscissero a sopravvivere diventerebbero dei criminali, e finirebbero con un coltello nella pancia o nelle vostre galere?
Ricciardi non si fece impressionare dallo scoppio d'ira del prete.
- No, non lo so. Quello che so  che li tenete in una stanza al freddo e nella sporcizia. Che due giorni dopo la sua scomparsa, a stento vi eravate accorto dell'assenza di Matteo. E soprattutto che, stando alle informazioni assunte nel quartiere, i ragazzi passano il tempo a rubacchiare in giro e a rivendere le cose che riescono a prendere. Questa  una cosa piuttosto grave, sapete, padre? Una di quelle cose che, sono convinto, anche in curia farebbero abbastanza rumore.
I due uomini rimasero a fronteggiarsi, gli occhi negli occhi, neri e furenti quelli del prete, verdi e immobili quelli del commissario. Alla fine cedette il sacerdote.
- Ho capito. Anche il ricatto, adesso. E va bene, commissario. Dite pure, che cosa volete sapere?
- Parlatemi degli altri ragazzi, e del rapporto che avevano fra loro. E per cortesia, con sincerit, padre.
- Non si comportano nella stessa maniera, quando ci sono io. E' una cosa naturale, no? I pi grandi mettono sotto quelli pi piccoli, comandano e gli altri obbediscono. Per esempio, ci sono due brande, avete visto: sono state donate dall'ospedale. Teoricamente dovrebbero starci i due gemelli, che hanno la schiena storta, ma le hanno requisite Amedeo e Saverio, i due che stanno qua da pi tempo. Qualcosa la vedo, e cerco di mettere riparo. Altre volte non ci sono, e non posso intervenire. Non  facile, mandare avanti la parrocchia. E quanto al sagrestano, Nanni,  un incapace, non gli si pu affidare niente.
Ricciardi consider quello che aveva detto il prete.
- E con quali fondi portate avanti la baracca, padre? Non credo che le offerte raccolte durante la messa siano sufficienti, no?
Don Antonio allarg le braccia.
- Figuratevi, con quelle non riusciamo nemmeno a tenere pulita la chiesa. Percepiamo qualcosa dalla curia, non molto; e poi ci sono le donazioni delle dame di carit, che vengono anche due volte alla settimana a fare un po' di scuola ai ragazzi. Quello che viene regalato, dolci o vestiti, per me non passa proprio. Se lo dividono direttamente.
Ricciardi voleva chiarirsi le idee.
- E queste dame di carit, si alternano o sono sempre le stesse? E quante sono?
- Magari, fossero tante da potersi alternare. Sono due, solo due: se le volete incontrare, potete venire domani mattina:  gioved e tengono scuola. Sono state informate della morte di Matteo, specialmente una era legatissima al ragazzo. Speriamo che continui a venire lo stesso: perderla sarebbe una tragedia.
Che sto cercando? Cosa diavolo sto cercando?
Ricciardi si faceva quella domanda, mentre tornava a casa. Tanto per cambiare, pioveva; e la temperatura ora dopo ora andava calando, per un insistente vento del Nord.
Non sapeva cosa stesse cercando; o meglio, lo sapeva, ma non poteva accettarlo.
Il Fatto: il maledetto Fatto, la sua condanna, lo perseguitava per la prima volta anche quando non si verificava. Anzi, proprio perch non si verificava. Il povero Matteo, Tett piuttosto, come lo chiamavano prendendolo in giro per la balbuzie, era morto e questo era certo. E Modo aveva trovato tracce di stricnina. E lui quel giorno aveva capito anche dove poteva averla trovata: a pochi metri dal gradino dove la lattaia con la capra lo aveva visto, col cane.
Il cane. Bast pensarci e rivolgere lo sguardo dall'altra parte della strada per vederlo procedere indifferente alla pioggia. Ricciardi prov un brivido nell'accorgersi che quell'animale si materializzava non appena lui restava da solo. Avesse potuto interrogarlo, magari avrebbe avuto tutte le notizie che gli servivano.
Torn sul bambino. Quasi lo vide camminare di sera, sotto la pioggia, al freddo; immagin che parlasse al cane con la voce del cuore, senza balbettare, tranquillamente. Un amico lo avevi, Tett. Uno che ti sapeva ascoltare senza bisogno che tu pronunciassi le parole per intero.
Anche Cristiano gli aveva fatto tenerezza: la solitudine che aveva visto dietro la smargiasseria, la finta sicurezza. Gli occhi del terrore quando la stretta del proprietario del deposito gli aveva tolto il fiato. Bambini, che si ostinavano a non diventare grandi di fronte alla vita.
Era stato lui stesso un bambino solo, pens mentre sentiva rivoli di pioggia percorrergli la faccia. Lui per aveva avuto chi si era occupato di lui, e ce l'aveva ancora. Vecchia cara Rosa, che ci sei sempre stata, con la tua cucina pesantissima, con il tuo odore di lavanda. Vecchia cara Rosa, che sei il calore, che sei il pane fresco e le coperte di lana. Vecchia cara Rosa, che brontolerai per un'ora, quando mi vedrai cos bagnato, e che correrai a prendere salviette e asciugamani, che ti lamenterai per i dolori alle ossa e li prevederai per me, da vecchio. Chiss se ci diventer, io, vecchio.
Il Fatto e le sue regole, pens. E se questa regola stavolta non valesse? Se Tett fosse morto di paura, prima che la stricnina lo uccidesse? Allora non lo vedrei, e starei cercando qualcosa che non c'. Il fantasma di un fantasma. Cercare per non trovare.
Forse sto cercando una ragione. Forse la sto cercando per me, e non per il povero Tett. Rifletteva su questo, quando finalmente scorse nella pioggia l'angolo di casa sua: la ragione per cui ci sono bambini al caldo, stasera, e altri che battono i denti e non sanno se passeranno la notte in un posto almeno asciutto.
Vide un mantello chiazzato di marrone muoversi nella pioggia. Che ne dici, tu, cane? Ci sono anche bambini in una cassa, che aspettano di essere seppelliti. Il cui ricordo per non sparir finch ci sei tu, cane, che mi segui e mi ordini di capire il perch.
Con un gesto che gli era diventato usuale, prima di entrare nel portone alz la testa verso la finestra della cucina di casa Colombo, e la vide illuminata. Hai letto la mia lettera, amore mio?, pens. Che futuro hai tu e che futuro ho io, me lo sai dire? Quali bambini siamo stati, e quali bambini saremo? E ce ne saranno, di bambini ai quali noi sapremo garantire amore e sicurezza? Come sarebbero, i nostri bambini? Cosa vedranno?
Si spost il ciuffo bagnato dalla fronte, e cominci a salire le scale.

25.

Gioved, 29 ottobre 1931. nono.

La prima mattina di freddo ha un sapore e un colore che non ha nessun'altra mattina. Perch il freddo arriva sempre di notte, quando tutti dormono, per cogliere di sorpresa; e arriva sull'ala del vento.
Arriva cambiando il sapore della pioggia, che prima sapeva un po' di mare e adesso sa di ghiaccio, e diventa di aghi che penetrano i tessuti, e muta la luce da nera e gialla a grigia e uniforme.
Ci si veste a letto, la prima mattina di freddo: e cos sar per tutto l'inverno, contorcendosi sotto le coperte per trattenere fino all'ultimo alito del calore notturno, combattendo con la resistenza della camicia di flanella che si attacca alle lenzuola, conservando la biancheria fatta di lunghe mutande di lana fino al ginocchio, infilando le calze con le giarrettiere lasciate la sera prima prudentemente vicino al letto.
E poi di corsa verso la cucina per lavarsi all'acquaio, attraverso il gelo del corridoio, mentre madri e mogli corrono con gli altri vestiti riscaldati sulla stufa, invidiando i pochi fortunati col bagno in casa, e sul pianerottolo la fila per un primo bisogno nella latrina comune si allunga. Chi tardi arriva, male alloggia.
Le mamme svegliano i ragazzi, preparando i mezzi guanti che lasceranno le dita intirizzite in grado di scrivere. Li laveranno ancora intontiti, scoprendo solo la superficie da strofinare di volta in volta con i grossi pezzi di sapone di Marsiglia, gli stessi del bucato. Faranno la pip nel pitale, che poi svuoteranno circospetti dal balcone, quando non passer nessuno: per non rischiare di colpire chi deve andare a lavorare anche stamattina, che  la prima mattina di freddo.
Le stufe vanno a pieno regime. La legna messa da parte negli ultimi giorni, in attesa del primo freddo, viene finalmente bruciata. Ci si riscalda le mani attaccandole al tubo attraverso un panno di lana, il cui odore si spande per la casa. Si pescano da armadi e cassetti le uniformi pi pesanti per andare alla guerra della prima mattina di freddo: non si pensa ai colori o alle forme, quelli sono pensieri per il caldo, per il tepore della primavera, per i bagni estivi. Ora si combatte, perch  la prima mattina di freddo. E piove, per di pi; quindi la guerra comincer dalle scarpe, una suola di legno e una vecchia tomaia inchiodata con pazienza, orfana da anni della sua originaria suola di cuoio; e chi le ha acquistate di recente, le scarpe, apprezza la propria ricchezza controllandole con cura, seduto vestito sul bordo del letto, attento a osservarne il minimo graffio, la pi piccola imperfezione: e se si trova qualche segno dell'uso, si impreca contro il venditore o il ciabattino incapace, non ricordando il tempo passato dall'acquisto, perch da anni sono "quelle nuove".
La prima mattina di freddo, anche se  stata lungamente temuta e attesa, giunger inaspettata; e coglier di sorpresa gli anziani, con nuovi dolori e la certezza che quello sar per loro l'ultimo inverno. Lo scialle nero verr fermato al collo da una spilla, il cappello consunto sar tenuto anche in casa, nello sguardo ci sar una nuova malinconia. E non sar solo per il clima che un brivido correr lungo la schiena.
La prima mattina di freddo porta cattivi pensieri.

Garzo aveva un presentimento. Ce l'aveva ormai ogni mattina, da quando aveva saputo della visita del Duce.
Il presentimento era figlio dei brutti sogni che animavano le notti agitate del vicequestore: di volta in volta la sua immaginazione partoriva mostruosit come un arrivo di Sua Eccellenza in un orario imprevisto, con conseguente caduta per le scale insaponate della questura per una tardiva pulizia; o come la rottura del motore della macchina che lo trasportava, e lui che doveva spingere la vettura in salita fino al palazzo del governo tra due ali di folla irridente. E invariabilmente la sveglia lo coglieva a occhi sbarrati sul soffitto, il cuore in gola e appunto un cattivo presentimento: sarebbe successo qualcosa, e avrebbe rovinato tutto.
Recandosi in ufficio sul tram affollato di passeggeri bagnati e infreddoliti, consider che una cosa buona era accaduta: in un colpo solo si era liberato del pericolo Ricciardi, che con la sua imprevedibile inclinazione ai guai poteva costituire un problema, ed era riuscito a farsi inserire nella ristrettissima lista del ricevimento a casa della vedova Vezzi. Un colpo solo, appunto, e da maestro. Il che non gli impediva di provare quella strisciante sensazione di disagio, come se stesse per succedere qualcosa.
Arrivato in ufficio, aveva appena messo il soprabito sulla gruccia per farlo asciugare quando bussarono alla porta. Ponte si affacci con l'aria pi afflitta del solito, recando una busta. Garzo la prese in mano, il suo nome scritto con mille svolazzi: dapprima pens all'invito al ricevimento, che attendeva da un momento all'altro, poi vide l'elaborato stemma stampato in rilievo: lo conosceva bene, ricordava la corrispondenza fitta intercorsa nei giorni concitati del Concordato. La curia arcivescovile della citt di Napoli. Largo Donnaregina, vicino al duomo. Corrug la fronte.
La sgradevole sensazione crebbe del doppio a ogni secondo che ci mise ad arrivare alla scrivania e a prendere il tagliacarte d'argento con le mani tremanti. Estrasse il foglio e lesse. Poi rilesse. Poi rilesse ancora. Man mano si formavano sul viso e sul collo le celebri macchie violacee, di quella tinta che il personale della questura definiva sussurrando "color Garzo quando s'infuria".
Alla fine, barcollando, and alla porta, l'apr e urlando nel corridoio deserto disse:
- Maione!

Risalendo via Santa Teresa controvento e contropioggia, Ricciardi arriv in parrocchia. Era stato pi volte in chiesa in quegli ultimi giorni che nei tre anni che li avevano preceduti.
Quella mattina faceva freddo, pens. Non che gli dispiacesse: veniva da un paese di montagna, e il freddo gli sapeva un po' di casa. E poi l'esperienza gli aveva insegnato che il caldo e il bel tempo incitano a uscire, a incontrarsi e a provare sentimenti: amore, invidia, gelosia. Tutto combustibile per le passioni e quindi per i delitti.
Il freddo invece rallentava il sangue: si tendeva a stare in casa, a rinchiudersi, ad attendere. Ci si aggrappava a quello che si aveva, per poco che fosse; si desiderava di meno quello che avevano gli altri, soldi, gioielli, vestiti, donne, mariti. Si aveva meno voglia di uscire a caccia. Col freddo i delitti andavano in letargo. Non tutti, ma qualcuno s.
Raggiunse la sagrestia e trov don Antonio intento a scrivere vicino a una grande stufa, con una sciarpa al collo e un cappello di lana in testa. Indossava i mezzi guanti e si soffiava sulla punta delle dita.
Quando vide Ricciardi rimase sorpreso, il che insospett il commissario: non si erano dati appuntamento, la sera prima?
- Buongiorno, padre. Vedo che soffrite il freddo.
E fu la volta di Ricciardi di sorprendersi, perch il prete gli rivolse un soave sorriso.
- Caro commissario. Non pensavo di vedervi, stamattina, con questo tempo da lupi: pioggia e vento gelido, non l'ideale per venire fin qui dalla questura.
- No, vengo direttamente da casa e, come sapete, abito qui vicino. Poi il freddo non mi infastidisce. Ricorderete che eravamo d'accordo che sarei venuto per incontrare le dame di carit e gli altri ragazzi della casa. Sar questione di un attimo, non vi disturber molto.
- S, non ci sono problemi, immagino. Sono di l a fare lezione. Purtroppo c' una sola delle signore: la pi giovane, quella che come vi dicevo era la pi affezionata a Tett, pare sia indisposta. Sicuramente il dolore per la perdita.
Ricciardi alz la mano per fermare il prete che stava alzandosi dalla sedia.
-'Un momento, padre. Mi avete detto che i ragazzi fanno apprendistato presso artigiani vari. Questo valeva anche per Tett? E nel caso, mi sapete dire chi era l'artigiano presso il quale lavorava?
Don Antonio era rammaricato.
- Mi dispiace, commissario, ma non lo so. Come vi ho detto, i ragazzi sono liberi di scegliersi il mestiere che vogliono imparare e, in caso di necessit, intervengo io per raccomandarli a qualcuno. Tett non me l'aveva chiesto e quindi immagino seguisse qualche ambulante. Erano pochi mesi che usciva per lavorare, non aveva una salute fortissima, povero bambino. Ora, se permettete, vi accompagno nell'aula. Io devo riprendere a scrivere la predica di domenica.
Quella che don Antonio aveva pomposamente definito "aula" era una stanza ancora pi piccola della sagrestia: quattro banchi sgangherati, un tavolo che faceva da cattedra e una lavagna sbeccata attraversata in diagonale da una crepa. Sembrava una ghiacciaia. C'erano cinque ragazzi: due di essi, i pi grandi, sedevano in banchi separati, gli altri tre si stringevano l'uno all'altro per riscaldarsi. Ricciardi not che avevano tutti i capelli rasati a zero e che indossavano pi camicie una sull'altra, evidentemente l'intero guardaroba di cui disponevano.
La donna che teneva lezione era una signora rubiconda di circa cinquant'anni, con un pesante cappotto dal collo di pelliccia e spessi guanti in pelle. All'ingresso del prete invit i ragazzi ad alzarsi in piedi, ma l'espressione gioiosa si spense appena intravide Ricciardi; dal che il commissario dedusse di essere stato accuratamente introdotto presso la dama di carit.
Don Antonio disse, con tono dolce:
- Buongiorno, signora De Nicola. Comodi, comodi, bambini. Il signore qui con me  il commissario Ricciardi, della questura. Deve raccogliere qualche informazione sul povero Matteo e sulla disgrazia che ce l'ha portato via. Una tragica fatalit, come tutti sappiamo. Mi raccomando, commissario: mantenete la promessa di non togliere troppo tempo alla lezione.
Detto questo, se ne and. Ricciardi not che all'uscita del prete alcuni tra i ragazzi si erano guardati rapidamente. Nessuno aveva fiatato, n si era riseduto. Il commissario si rivolse all'insegnante.
- Buongiorno, signora. Sto cercando di chiarire alcuni aspetti della vita di Matteo, per capire come possa essere avvenuta la sua morte.
- Buongiorno a voi, commissario. Sono Eleonora De Nicola Bassi, faccio parte delle dame di carit di Capodimonte; aiutiamo questi ragazzi cercando di sostenere il povero don Antonio, che  un santo sotto tutti gli aspetti. Vi dico subito che non so molto della vita di Matteo, perch il nostro compito per la maggior parte consiste nelle donazioni e in queste due lezioni settimanali, che per non sortiscono grandi effetti, purtroppo. I ragazzi vengono soltanto per qualche dolce che diamo in premio, - e indic due amaretti sul ripiano del tavolo. - Comunque domandate pure, e cercher di rispondervi.
- Preferirei parlare in privato, se per voi  lo stesso.
La donna annu e, ordinato ai ragazzi di rimanere in assoluto silenzio, usc con Ricciardi.
- Dunque, signora: da quanto tempo conoscevate Matteo?
Pur rispondendo educatamente, la donna non riusciva a nascondere la propria ostilit per un uomo che metteva in discussione la santit di don Antonio; e probabilmente nemmeno ci provava, a nasconderla.
- Non molto. Io seguo la parrocchia da due anni, e i miei rapporti sono principalmente con don Antonio per aiutarlo nell'amministrazione e nelle molte cose che fa per la sua comunit. La scuola l'abbiamo cominciata solo da qualche mese. Il bambino, ve l'avranno gi detto, era fortemente balbuziente. Io non ho pazienza con queste cose, e pi mi spazientivo pi lui balbettava. Perci lo seguiva principalmente la mia amica, che oggi non c'. E la signora Carmen Fago di San Marcello. La notizia della morte di Tett l'ha sconvolta: sapete, lei non pu avere figli ed  giovane. Si era molto legata al bambino, lo curava e vezzeggiava anche troppo, secondo noi. Oggi non se l' sentita di venire, se ne sta a casa a piangere. Uno strazio.
Ricciardi cerc di tornare al dunque.
- Uno strazio, s. Soprattutto per il bambino. E avete notato qualche malanimo tra i ragazzi, magari con i pi grandi? Qualche episodio, liti o...
- Commissario, sono ragazzi, - tagli corto la signora. - I maschi sono cos, litigano e si prendono continuamente in giro. Tett ... era il pi piccolo, e per di pi balbettava tanto da non riuscire a finire una frase. E' naturale che gli altri lo beccassero un po', non vi pare? Ma senza cattiveria, per. Vi ripeto, non riuscivo ad avere pazienza, con lui. Lo vedevo solo per un'ora, una volta alla settimana. Per la maggior parte del tempo stava con la mia amica.
- E con gli adulti? Che rapporti aveva col sagrestano, per esempio, o con lo stesso don Antonio?
La donna si irrigid.
- Con don Antonio, chi non riesce ad avere buoni rapporti ha qualcosa di molto sporco nell'anima, ve lo dico io:  un santo, e anche lui soffre molto per la morte del bambino. Altri adulti, al di l del sagrestano, che non parla con nessuno, non ne ho mai visti con Tett. N con gli altri ragazzi. Non siamo in molti, sapete, quelli che se ne curano.
Ricciardi annu. Su questo doveva purtroppo concordare con la donna, per antipatica che fosse. La signora De Nicola concluse, sbrigativa:
- Abbiamo finito, commissario? Vorrei tornare dai ragazzi. Sono sola e devo finire presto, ho l'autista che mi viene a prendere tra un'ora.
Ricciardi lanci uno sguardo dalla porta dell'aula: i ragazzi non si erano mossi. Ma i due amaretti non c'erano pi.

Uscendo dalla parrocchia, il commissario era piuttosto sfiduciato. Doveva ancora parlare con l'altra dama, quella pi legata a Tett, era vero: ma era anche vero che continuava a fare buchi nell'acqua. Attorno alla vita del 
bambino, a quanto sembrava, era stata stesa una pesante cortina attraverso la quale non si vedeva nulla.
A meno che, non pot fare a meno di pensare, non ci fosse effettivamente nulla da vedere; che fosse lui a stare impazzendo, per colpa del Fatto e delle sue conseguenze.
La donna, questa Carmen Fago di San Marcello, che non aveva figli e perci si era legata a Tett. Bambini senza madre, bambini con la madre; madri vere e madri finte; madri che abbandonavano i figli, madri che ne cercavano uno. Pens a sua madre, senza una ragione, mentre camminava verso casa col vento e la pioggia a spingerlo.
Chiss se era stata la stessa follia che lo stava prendendo, a uccidere sua madre. La ricord coi capelli imbiancati alla sua ancora giovane et, nel letto dell'ospedale dove sarebbe morta per quella che era stata sbrigativamente diagnosticata come febbre nervosa. La rivide semiaddormentata dai sedativi che le davano continuamente. Ne ramment la mano sottile, leggera, che teneva la sua: pareva fatta di carta.
E allora, pens, che facciamo, mamma? Lo buttiamo via il povero Tett, col suo cane strano e la sua nuca sottile, insieme al nulla che aveva attorno? No, si rispose. Devo sapere. Devo capire. Fosse l'ultima cosa che faccio, prima di essere mandato nel tuo stesso ospedale. Perch io lo so, mamma, che avrei dovuto vederne l'immagine, se fosse morto dove l'abbiamo trovato. Come lo avresti saputo tu, al mio posto.
Sotto il portone, mentre cercava maldestramente di ripararsi dalla pioggia e dal vento, intravide una sagoma di sua conoscenza: un brigadiere Maione molto imbarazzato e molto bagnato.

26.

A ora di pranzo, il portiere del palazzo di Livia soffi rumorosamente nell'interfono. La cameriera si affacci al balcone per vedere cosa volesse, e irritata per l'acqua che l'aveva bagnata da capo a piedi in un attimo, entr in sala e annunci:
- Signo', ci sta quel signore di ieri, ha detto il portiere. Dice che ha chiesto se pu salire, ma che se state mangiando pu pure tornare pi tardi. Che devo dire?
Livia si asciug la bocca col tovagliolo.
- No, Maria, digli che lo faccia salire pure. Metti in caldo il pranzo, finir dopo.
Quando entr in salotto Falco era gi l, come se non si fosse mosso dalla sera prima. Salut nello stesso modo, con un lieve inchino del capo.
- Buongiorno, signora. Scusatemi per l'ora; ho pensato di approfittare di un momento morto al lavoro, per recapitarvi quel rapporto di cui abbiamo parlato. Vi devo chiedere la cortesia di leggerlo in mia presenza, per. Non posso lasciarvelo, capirete bene il perch. Ma fate con comodo, io aspetto.
Livia prese la sottile cartella che l'uomo aveva tirato fuori da una borsa di pelle. Not che l'ospite non era per niente bagnato, nonostante fuori piovesse a dirotto. Doveva essere venuto in macchina.
- Vi ringrazio molto. Spero di non aver causato troppo disturbo.
- Affatto, signora. Mi sono limitato a chiederlo al signor... al mio superiore, che ha avallato senza problemi. Leggete pure, prego.

Livia si sedette sulla poltrona, facendo segno all'uomo di accomodarsi; lui declin con cortesia, mettendosi a fissare la pioggia dalla finestra per non guardare lei che leggeva. Non pot fare a meno di apprezzare nuovamente la discrezione che pareva una seconda pelle di Falco.
Il rapporto era fatto di due fogli dattiloscritti, pi una nota vergata a mano su un terzo foglio.
In esso si scriveva di Ricciardi Luigi Alfredo, quarto barone di Malomonte, nato a Fortino, provincia di Salerno, il primo di giugno 1900, residente a Napoli, in via Santa Teresa degli Scalzi numero 107. Scapolo. Livia apprese che viveva con Vaglio Rosa, anni settantuno, che era stata la sua balia e ora gli faceva da governante; che svolgeva il compito di commissario e lavorava presso la regia questura dal 1923, quando era entrato in polizia subito dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Napoli con lode e tesi in Diritto penale.
L'estensore del rapporto riportava alcuni scarni dati sull'infanzia di Ricciardi, in un collegio tenuto da gesuiti a Napoli, poi di nuovo a Fortino quando aveva quindici anni in occasione della morte della madre, non ancora quarantenne; il padre, invece, era morto quando lui era bambino. Livia apprese con enorme sorpresa che oltre al titolo nobiliare, al quale non lo aveva mai sentito accennare, Ricciardi possedeva una vera  fortuna in immobili e fondi agricoli, dei quali per era scritto chiaramente che non aveva alcuna cura: le sostanze erano seguite dalla Vaglio e da alcuni parenti al paese, che rendevano conto direttamente alla donna.
L'andamento scolastico e universitario era stato irreprensibile, i voti sempre molto alti. Nel rapporto erano esplicitamente indicate perplessit circa la vita sociale pressoch assente di Ricciardi: non risultavano frequentazioni femminili neanche occasionali, e neppure c'erano ragioni per sospettarne l'omosessualit. Rapporti di amicizia con Maione Raffaele, brigadiere presso la questura (sposato con Caputo Lucia, cinque figli viventi e uno defunto, cfr. rapporto nominativo), e con Modo Bruno (celibe, ufficiale medico durante la guerra sul Carso, cfr. rapporti nominativi 127 e 158), medico presso l'ospedale dei Pellegrini: ma derivavano sostanzialmente dall'attivit lavorativa. Affianco alla nota sulla vita sentimentale e sociale era tirato un frego rosso, a matita.
Livia alz istintivamente il capo verso Falco, che non aveva mosso un muscolo e continuava a fissare fuori. Come se fosse rimasto a leggere dietro la sua spalla, disse:
- Significa che  una cosa strana. Un uomo senza donne, uomini, amici. Che vive solo per il lavoro. Che non ha vizi. Strano, non vi pare? E' per questo, che c' il segno rosso.
La donna torn sui fogli. Quell'uomo la inquietava.
Erano citati alcuni casi risolti brillantemente da Ricciardi, tra i quali riconobbe l'omicidio di suo marito. Si rilevava che presso la questura era visto dai colleghi con malanimo, probabilmente per invidia professionale, per cui era voce diffusa che avere a che fare con lui portasse una sorta di sfortuna.
Si riteneva che fosse destinato a prossimi avanzamenti di carriera, ma non risultava che lui avesse fatto domande in tal senso, come invece di norma accadeva.
L'ultima nota del rapporto riguardava lei stessa. Risultava che negli ultimi mesi Ricciardi avesse saltuariamente frequentato Lucani Livia, vedova Vezzi, la quale, probabilmente a seguito di detta frequentazione, aveva deciso di trasferire a Napoli il proprio domicilio in via Sant'Anna dei Lombardi numero 112.
Nel leggere le ultime righe, Livia prov un misto di sentimenti opposti fra loro: da un lato fu indignata per quella che trovava un'intollerabile intromissione nella sua vita personale; come osavano quelle spie decidere che "probabilmente a seguito di detta frequentazione" lei aveva preso la decisione di cambiare citt? Che ne sapevano loro della sua solitudine, degli effetti della perdita del suo bambino anni prima e del marito solo l'inverno precedente?
L'altra emozione fu quella di scoprire di essere l'unica donna nella vita di Ricciardi. Certo, c'era quell'altra " nel suo cuore"; ma nella sua vita no, altrimenti la fantomatica organizzazione di Falco l'avrebbe di certo scoperta e meticolosamente rilevata nel rapporto, magari cancellando quella riga rossa.
Prese l'ultimo foglio, quello vergato a mano. Nella breve nota c'era scritto: "Prestare particolare attenzione ai rapporti di amicizia con Modo Bruno, il medico dell'ospedale dei Pellegrini, apertamente dissidente e sospettato di attivit sediziose nei confronti dello stato".
- Signora,  stato il mio superiore a volere che vi portassi, insieme al rapporto, questa nota. Io gli ho espresso dei dubbi a che voi la leggeste, vi devo dire la verit; ma lui ha voluto cos. Dice che il vostro commissario, che ha personalmente conosciuto, gli pare una brava persona e che da questa... frequentazione pu avere danni. Grossi danni. Ha deciso perci di correre il rischio e di farvelo sapere, affinch voi possiate, come dire... distoglierlo. Naturalmente  vostro obbligo tacere con chiunque di ci che avete letto in questo rapporto, della sua stessa esistenza e anche di me e dell'organizzazione di cui faccio parte. Siamo d'accordo?
Livia era turbata. Annu e restitu la cartellina. Falco salut col solito inchino e si avvi, ma si gir appena giunto presso la porta.
- Ah, quasi dimenticavo. La vostra lista va benissimo, Ricciardi incluso: potete senz'altro procedere agli inviti. Ricordate che ci saranno due persone in pi, una far parte degli ospiti, una della servit. Non vi daranno alcun fastidio. Arrivederci, signora: e scusate ancora per il vostro pranzo.

Una volta certa che Ricciardi fosse uscito di casa, Enrica prese il soprabito e scese, in precario equilibrio con l'ombrello in una mano e una teglia avvolta in un tovagliolo nell'altra. Si infil nel portone di fronte e col cuore in tumulto sal di corsa i gradini fino al secondo piano, per bussare alla stessa porta alla quale aveva accompagnato Rosa la mattina precedente.
La donna sbirci attraverso lo spiraglio consentito dalla catena, poi apr e schiocc due baci rumorosi sulle guance in fiamme della ragazza.
- Signori', che piacere! Come state? Venite, venite, non rimanete sulla porta, ch prendete freddo. Avete visto, come da un giorno all'altro  arrivato l'inverno? Come si dice, "per Tutti i Santi, cappelli e guanti". Accomodatevi, prego.
Enrica fu felice della bella accoglienza; si erano piaciute subito, l'aveva capito, ma non contava su una tale espansivit.
- Signora, io mi sono permessa... Siccome a mio padre piace assai questo dolce che gli faccio, allora ieri mi sono trovata e ne ho fatto un poco in pi. Cio, non  che ne avevo in pi, l'ho fatto apposta, ma non  stato di nessun disturbo. Per vi prego, assaggiatelo prima voi, e poi solo se vi piace lo date a... a lui, insomma.
Rosa aveva aperto il canovaccio e aveva ammirato il dolce.
- Figuratevi! Quello  un lupo, si mangia tutto quello che gli capita davanti, gli piacer sicuramente. E' un migliaccio, vero? Ricotta e semolino... aspettate, mo' ne taglio una fetta e l'assaggiamo. Accomodatevi, che mo' vengo da voi, la strada la sapete, no?
Mentre aspettava che Rosa tornasse con il dolce, si accorse che la porta della stanza di Ricciardi era socchiusa. Intravide un pezzo del letto, lo scrittoio, lo stipite della finestra. Se lo immagin in piedi, a guardare lei dall'altra parte della strada; o a scriverle un'altra lettera. Il pensiero della lettera le acceler di nuovo il battito.
Rosa port due porzioni generose del suo dolce.
- Ho assaggiato, signori'. Siete brava, veramente: normalmente mettono troppa ricotta, per dare pi sapore, ma il migliaccio vero  questo qua. Complimenti.
E si misero a chiacchierare, come due vecchie amiche; anche perch l'argomento favorito di entrambe era lo stesso.
Enrica apprese dalla bocca di Rosa le stesse cose che Livia aveva letto sul freddo e circostanziato rapporto della polizia segreta; ma le notizie sulla vita, la famiglia, il passato di Ricciardi venivano proposte attraverso l'immensa tenerezza e l'amore che la tata provava per il suo signorino.
La ragazza fece un lungo e partecipato viaggio attraverso l'infanzia di quel bambino dai grandi occhi verdi, condannato a una solitudine dettata prima dal censo e poi dal carattere. Incontr le baronesse di Malomonte, la madre che aveva preso Rosa dalla sua famiglia di contadini, e la nuora, sottile come una bambina e piena di tristezza. And in collegio, anni e anni a studiare senza un amico, e fu nella stanza dell'ospedale, a tenere la mano sottile di quella donna coi capelli bianchi che se ne andava cos giovane dalla vita. Vide la stessa Rosa a cui veniva affidato il destino di un uomo che non comprendeva ma che amava con tutto il cuore. Seppe di un nome lungo e antico, e di ricchezze lontane che avrebbero consentito una vita e una presenza nella societ, invece sdegnosamente respinte.
Dalle pieghe del lungo e accorato racconto emerse un uomo vicino e lontano da quello che si era abituata a sognare; e crebbe nel suo cuore la tenerezza e la voglia di condurlo per mano nella vita: proprio lei, che della vita sapeva cos poco.
Quando guard l'orologio e scopr che l'ora si era fatta troppo vicina a un possibile ritorno di lui, si alz e baci Rosa, scoprendo di avere lacrime sul viso e di trovarne altre fra le rughe della tata. Promise di tornare, e prima di uscire le lasci una busta per lui.

27.

Ricciardi si ferm di fronte a Maione, che sembrava un salice piangente pur essendo grosso come una quercia. Il brigadiere strisci il piede a terra come a voler disegnare qualcosa, poi sospir e disse:
- Buongiorno, commissa'. Come vanno le ferie?
Ricciardi consider con seriet la domanda.
- Scusa, Raffaele: e tu vieni fin qua sopra dalla questura, prendi tutta l'acqua del mondo e probabilmente una bronchite, per chiedermi in mezzo alla strada come vanno le ferie, dopo nemmeno un giorno che ci siamo salutati? Vieni su a casa mia, innanzitutto, cos ti asciughi un po'. E mi racconti che  successo, che tieni una faccia che pare che stai al tuo stesso funerale.
Il brigadiere Maione abbozz una protesta, non volendo disturbare, poi starnut e si rassegn. Arrivato in casa fu subito preso in consegna da Rosa, particolarmente ciarliera, che gli fece togliere la giacca e la camicia; poich le misure di Maione erano pi vicine a quelle della tata che a quelle di Ricciardi, il brigadiere, nelle more dell'asciugatura parziale degli indumenti sulla stufa di ghisa, sub la mortificazione di dover indossare una vestaglia color rosa antico.
Vederlo cos, malinconico e gocciolante, con gli stivaloni che spuntavano sotto la vestaglia da donna con grandi fiori tinta su tinta e una tazza fumante nelle mani, preoccup Ricciardi.
- Allora, mi vuoi dire che  successo?
- Commissa', io a quello lo strozzo con le mani mie!
- Chi vuoi strozzare?
- A Garzo, commissa'. A lui e a quella spia infame del servo suo, il maledetto Ponte.
- Raffae', se mi vuoi fare capire qualcosa, me la devi raccontare dall'inizio. Se no non capisco niente.
Maione tir un lungo respiro.
- E va bene, commissa'. Allora io stamattina arrivo in ufficio, cos rimbambito che mi sono pure scordato che voi non c'eravate, tanto non sono abituato a non vedervi, e vi ho portato pure una tazza di surrogato nella stanza.
- E questa  l'unica cosa buona di oggi, che mi sono risparmiato quella ciofeca. Vai avanti.
Maione fece l'offeso.
- Come, una ciofeca? Ma se io faccio il miglior surrogato di tutta la questura! Insomma, a un certo punto sento a quello, Garzo, che strilla come una gallina il nome mio: Maione, Maione! Io faccio finta di niente, tanto lo so come vanno le cose l dentro, e infatti manco due minuti dopo arriva Ponte senza fiato. Ma non lo avete sentito, brigadie', a Garzo che vi chiama? No, ho detto. Non l'ho sentito, perch, tieni qualcosa da dire?
Ricciardi cerc di ricondurre la conversazione sui fatti principali.
- Raffaele, ti prego: a me non interessa niente di Ponte quando ce l'ho davanti, figurati adesso che sta a due chilometri di distanza. Andiamo al dunque, che voleva Garzo da te?
- Commissa', voi mi dovete far raccontare, se no perdo il filo e mi scordo qualcosa di importante. Insomma, Ponte mi porta da Garzo. E vi dico che io cos non l'avevo mai visto: era tutto a macchie rosse che pareva che teneva la scarlattina, e non riusciva a parlare. Io ho pensato: lascia fa' a Dio, mo' muore di colpo apoplettico e ci leviamo tutti quanti il pensiero. Invece mi fa: Maione, Maione. Come devo fare, con voi due?
Ricciardi era disorientato.
- Vedeva doppio?
- Commissa', voi pazziate. Ma lui non pazziava. "Voi due" eravamo io e voi, eravamo. Io gli ho detto: non capisco, dotto'. E lui ha cominciato a sventolarmi una busta davanti. Ho pensato: se si avvicina e me la d in faccia, gliela faccio mangiare in un boccone solo.
- E che ci stava, nella busta?
- Me l'apre e me la legge. Egregio dottore Angelo Garzo, vicequestore eccetera. La presente per rispettosamente richiedervi eccetera. Ci risulta che in data eccetera...
Ricciardi si andava spazientendo.
- Raffaele, mi stai facendo venire l'ansia, e questo non va bene. Puoi andare al dunque, per cortesia? Ti prego.
- E va bene, commissa'. Volete cos, e io cos faccio. Era una lettera della curia arcivescovile, firmata da, se ho capito bene, un monsignore segretario del vescovo Ascalesi. Chiedevano notizie sull'eventuale indagine che era stata avviata sulla morte di un giovane ospite, lo chiamavano proprio cos, della parrocchia di Santa Maria del Soccorso a Santa Teresa. Facevano presente che, a quanto risultava a loro, era stato interrogato pi volte il parroco della suddetta parrocchia, don Antonio Mansi. Che se questa cosa era successa veramente, costituiva una palese violazione agli articoli tot e tot degli atti bilaterali firmati dallo stato italiano e dalla santa sede, in data tot e tot. Insomma, una lamentela sul nostro comportamento.
Ricciardi si gratt il mento.
- Ecco perch stamattina il prete era sorpreso di vedermi: si era fatto il conto che la lettera fosse gi arrivata in questura e che mi sarebbe stato impedito di andare l. Vai avanti.
- E che devo andare avanti, commissa'? Ha fatto il pazzo. Ha detto che lui aveva detto chiaramente che l'indagine non doveva proprio cominciare. Ha detto che lui non aveva autorizzato nulla, e che questa era insubordinazione, che ci faceva passare un guaio, a tutti e due.
- Tutti e due? E tu che c'entri?
Maione fece l'espressione bellicosa.
- Perch, non ci stavo pure io, al primo sopralluogo? E dal dottore, all'ospedale? E quando abbiamo sentito il prete, in questura? Infatti io gli ho detto che a parte le domande di prammatica, quelle che si fanno sempre, noi non abbiamo fatto altro.
Ricciardi si preoccup.
- Tu non c'entri niente con questa storia, e glielo dovevi dire subito. Questa  una cosa che non ti riguarda, tu ti sei fermato quando ti dovevi fermare, punto e basta.
Maione ebbe un recupero di dignit, parzialmente invalidato dalla vestaglia rosa che indossava.
- Commissa', io invece questo vi sono venuto a dire: che io sono disponibile a darmi malato, per aiutarvi nell'indagine. Vi dico la verit, pensavo e penso che la povera creatura  morta perch girava sola e abbandonata alla ricerca di qualcosa da mangiare, e quello che ha trovato si  mangiato: ma lavoro con voi da troppi anni per non capire che se a voi qualcosa non vi suona, allora avete ragione. Quindi, pure se quel fesso di Garzo mi ha mandato a dirvi che se vi permettete di fargli avere un altro soffio dalla curia vi fa perdere il posto, io sto qua per darvi una mano.
Rosa, ferma sulla soglia della cucina, disse:
- Bravo!
Ricciardi la guard:
- Scusa, ma tu non stavi diventando sorda? Vai in cucina, vai, e fatti i fatti tuoi. No, Raffaele, te l'ho gi detto: mi  pi comodo se stai in questura, pronto a distogliere i sospetti.
- Commissa', e allora fatemi fare qualcosa! Io a stare senza darvi una mano, sto solo in pensiero. E poi in questi giorni sono tutti impegnati a lucidare gli ottoni per la visita del Duce, e io non ho niente da fare. Quando sto senza fare niente ingrasso, e non va bene.
- No, che non va bene. Allora magari potresti prendere un paio di informazioni che il prete non mi ha voluto dare. Primo: dicono che Tett lavorava da apprendista con qualcuno, un artigiano, un ambulante. Mi serve sapere chi , e che fa. Poi mi farebbe piacere sapere qualcosa di pi su questo signor parroco, che mi pare troppo poco collaborativo, vorrei capire se c' qualcosa sotto. Ma mi raccomando: usa canali esterni, niente che possa metterti nei guai in questura.
- Ecco, commissa', mo' andiamo bene. Ci penso io, non vi preoccupate: entro stasera saprete tutto. Ci possiamo vedere al Gambrinus a fine turno, diciamo alle otto e mezzo, vi va bene? Fate attenzione, quello Garzo se ci vede insieme fa due pi due, va bene che  cretino, ma fino a questo punto no. Mo' se permettete levo il disturbo, i vestiti saranno asciutti, qua dentro ci saranno quaranta gradi con quella stufa enorme.
Ricciardi annu.
- Io invece, nel frattempo, far una passeggiata da un nostro vecchio amico: vediamo se gli strappo qualche informazione interessante.
Maione si diede una manata sulla fronte.
- A proposito, commissa', mi stavo dimenticando... Stamattina  passata la signora Vezzi, la vedova insomma, che vi cercava: voleva essere accompagnata a scegliere un vestito per la serata che sapete. Si era dimenticata che voi non c'eravate. E io non le ho detto niente, naturalmente.
Ricciardi lanci uno sguardo preoccupato verso la cucina.
- E lei che ha detto?
- Niente, niente. Ha detto che ci pensava da sola, che anzi era meglio, cos voi avevate una bella sorpresa. Certo, se mi posso permettere, commissa',  proprio una donna bellissima. Quando arriva, tutti, dall'appuntato all'ultimo degli inservienti e degli uscieri, trovano una scusa qualsiasi per passare e spassare dove sta lei. E poi  l'unica in grado di toglierci Garzo dalle scatole. Secondo me un piccolo pensiero ce lo dovreste fare, quella con voi ha preso proprio una fissazione.
Ricciardi tagli corto.
- Vabbe', vabbe', tu non te ne preoccupare. L'importante  che non le hai dato l'indirizzo mio.
- No, non mi sarei mai permesso!
- Bravo. Mo' vestiti e vai a fare quello che ti ho detto. A Garzo dici che non mi hai trovato, perch sono andato al paese per certi affari di famiglia. Ah, Raffae': grazie. Grazie di tutto.
Maione fece un inchino, che insieme alla vestaglia lo rese straordinariamente simile a un lottatore di sumo.
- Figuratevi, commissa'. Sempre a disposizione! Ma voi andateci piano: soprattutto col prete.
A qualche metro di distanza, una tata occasionalmente tutt'altro che sorda elaborava le informazioni appena assunte con un'espressione molto preoccupata.


28.

Correva attraverso le strade e i vicoli. Correva a piedi nudi, scansando automobili e carrozze, tram e carretti. Correva attraverso il mercatino, saltando ostacoli e urtando grasse signore che sceglievano le mele. Correva sui marciapiedi, schizzando l'acqua dalle pozzanghere addosso a impiegati che andavano al lavoro cercando di tenere i pantaloni asciutti, e attirandosi cos imprecazioni e bestemmie.
Cristiano correva, senza curarsi di chi o che cosa incontrasse sulla sua strada, n della gelida pioggia sottile; correndo si riscaldava, e respirare l'acqua gli piaceva.
Correva perch stava cercando qualcuno, e andava dall'uno all'altro posto in cui questo qualcuno poteva trovarsi. Finch lo trov.
Cosimo Capone faceva il saponaro. Un mestiere che ne comprendeva molti altri, come diceva sempre. Teoricamente si basava sul baratto, roba vecchia contro roba vecchia, e conguagli da pagare con pietre di sapone bruno dalla forma irregolare, difficili a maneggiarsi quanto a sciogliersi. Teoricamente. Nella pratica, Cosimo chiacchierava.
Chiacchierava con tutti, specie con le donne. Sapeva di essere affascinante, con il suo bel sorriso e la sua facilit di parola, e che alle massaie e alle lavandaie un paio di complimenti detti bene aprivano il cuore; e insieme al cuore, si aprivano i borsellini. Se poi al rassicurante carretto strabordante di pentole di rame e vestiti logori si aggiungeva una bella canzone, il gioco era fatto.
Secondo Cosimo essere accompagnati da un ragazzino lacero era una grande idea, per chi faceva il suo mestiere; e pi gracile e denutrito sembrava, meglio era. Le donne sono madri, o vorrebbero diventarlo: un bambino in cattive condizioni  un richiamo irresistibile alla piet, e quindi alla generosit. Se poi il bambino dimostra molto meno dell'et che ha, non riesce a parlare perch  fortemente balbuziente ed  accompagnato da un cane randagio messo peggio di lui, la condizione allora diventa ideale.
Tett costituiva per Cosimo una vera miniera d'oro; di volta in volta lasciava pensare che era suo figlio e che la madre era morta di parto, o che l'aveva raccolto per - strada, o che era il figlio di un compagno d'armi perito in guerra. Era abilissimo a comprendere le sfumature di dolore nella vita della donna che si avvicinava al carretto, e a toccarne le corde pi riposte; le contrattazioni si ammorbidivano e il ricavato era sempre largamente maggiore di quanto sarebbe stato giusto attendersi.
Ma non era quello, l'unico motivo per il quale Tett era l'aiutante ideale: per l'altro motivo, il pi importante, erano stati necessari mesi di addestramento. Un investimento di tempo e sforzi che aveva da poco cominciato a dare i suoi frutti, e che Cosimo, da coscienzioso imprenditore, non era disposto a perdere.
Quando Cristiano, fradicio di pioggia e senza fiato, lo raggiunse, Cosimo stava imbonendo una diffidente dama di mezza et affacciata alla finestra di un basso.
- Signo', voi stamattina siete uno spettacolo: gli occhi miei non vi possono guardare, ch rimangono abbagliati e poi non posso camminare per i vicoli, ch vado a sbattere col carretto in faccia al muro. Ma come fate, ditemi, a mantenervi tanto bella?
La donna, dotata di barba e baffi quanto un cadetto e pesante come un carico di mattoni, non ci casc.
- Stamattina non mi incantate, Cosimo. Io questi due stracci tengo, e mi serve una pietra grossa di sapone. Se me la volete dare, bene; se no fate spazio, ch col carretto davanti alla finestra mi manca l'aria.
- Donna Carme', - piagnucol lui, - voi cos mi volete rovinare! Un pezzo grosso vale una camicia, e in buone condizioni: o almeno un tegame non bucato. Che me ne devo fare, di queste due pezze logore? Metteteci almeno cinque centesimi vicino, e me ne fate andare contento! Non vi approfittate che sono innamorato di voi!
La donna si dimostrava un osso durissimo: distava trent'anni dall'ultimo complimento sincero, e non si lasciava prendere in giro.
- Niente da fare. Allora, decidetevi presto presto, che tengo che fare.
In quel momento Cosimo si accorse della presenza di Cristiano, che ritrovato il fiato gli disse:
- Don Co', ci lavoro io con voi, ci vado io nelle case, quello il cacaglio non ci viene pi!
Donna Carmela chiuse le palpebre a fessura e con aria ancora pi diffidente chiese:
- Che dice, la creatura? In quali case deve andare?
Con la rapidit di un serpente a sonagli, il braccio del rigattiere scatt a ghermire la spalla di Cristiano con una stretta violentissima. Il bambino tacque subito.
- No, e quello chi sa per chi mi ha preso, donna Carme'. Io manco lo conosco, a 'sto scugnizzo. Voi lo sapete, con me tengo solo al mio figlioccio, Tett. Ve lo ricordate, no?
Il volto arcigno della donna si rischiar.
- E come no, quel bambino cos bello e tranquillo, col cagnolino bianco e marrone. Sempre educato, che fa l'inchino se gli d un biscotto. Come mai non c' stamattina?
Cosimo fece la faccia preoccupata, senza mollare la spalla di Cristiano.
- Sta malato, un poco di febbre. Se non sta bene non lo faccio uscire, con questo tempo, vi pare? Voi pure tenete figli, no, donna Carme'? Mi potete capire, insomma.
La donna torn diffidente, ma si era un po' ammorbidita al pensiero di Tett:
- No, figli non ne tengo, non mi sono mai sposata, perch non ci stava nessuno che mi andava bene. Per tengo i nipoti, e il bambino vostro mi ricorda un nipotino che mor, tanti anni fa. Vabbe', non perdiamo tempo, eccovi i due stracci e la moneta da cinque, datemi il sapone e iatevenne, che tengo che fare.

Completata la transazione, la donna richiuse la finestra con un rumore secco. Cosimo sput a terra con astio, e girato l'angolo cominci a scuotere Cristiano.
- Chi ti ha detto di parlare, a te? Come ti sei permesso di rivolgermi la parola? Ti dovrei ammazzare con le mani mie!
Il ragazzo era terrorizzato. Cosimo continuava, sibilando:
- Lo sai che sono capace, eh? Lo sai bene. Dove sta l'amico tuo? Perch sono tre giorni che non si vede, lui e quel cane schifoso? Se poi si presenta e va trovando di mangiare, gli spezzo quelle quattro ossa a una a una, lo giuro su Dio!
Cristiano prese fiato e disse, parlando fitto.
- Don Co', quello il cacaglio non viene pi:  morto. Si  mangiato il veleno per i topi ed  morto, l'hanno trovato al Tondo di Capodimonte. Allora io volevo venire al posto suo, con voi, ch dal ciabattino non ci voglio andare pi. Io sono veloce, corro: e quel fatto l nelle case lo posso fare pure meglio di lui!
Cosimo sbianc; assicuratosi che non ci fosse nessuno attorno, prese Cristiano per il collo.
- Che vai dicendo? Come,  morto? E chi lo ha saputo? E poi, che vuoi dire con "quel fatto l nelle case"? Che ne sai, tu, con chi hai parlato?
Cristiano adesso aveva paura: non aveva previsto quella reazione del rigattiere, e nel pezzo di vicolo dove l'aveva portato non c'era nessuno a cui chiedere aiuto.
Da animale da strada, sapeva riconoscere la fredda determinazione negli occhi dell'uomo, e cap che era in pericolo.
- No, no, lasciatemi, io non dico niente a nessuno. E non lo sa nessuno, a me l'ha detto il cacaglio, che qualche volta mentre faceva il giro con voi si buttava nelle case e acchiappava qualcosa, mentre le femmine parlavano con voi. Ma me l'ha detto solo a me, giuro, e io non lo dico a nessuno. Lasciatemi, per. Io ho detto al prete che venivo un attimo a parlare con voi e subito tornavo.
Cosimo pens velocemente e allent la presa. Sulla gola di Cristiano si vedeva l'impronta livida delle sue dita. Si pass la mano davanti alla faccia per asciugare la pioggia: era stato a tanto cos dall'ammazzarlo.
- E tornaci, allora, dal prete. E non ti fare vedere mai pi da me. Ricordati, per: se qualcuno sapr qualcosa, io ti vengo a pigliare dovunque stai, e finisco quello che avevo cominciato stamattina. Mi hai capito bene? E mo' vattenne!
Cristiano non se lo fece dire due volte, e si mise a correre scivolando sulla strada bagnata.
Cosimo si lasci cadere sul carretto, con un lieve clangore di pentole di rame. E' morto, quindi, pens. E' morto.
E adesso, come faccio?

29.

Ricciardi giunse nella chiesa di San Ferdinando con tutt'altro spirito rispetto a quando era entrato a Santa Maria del Soccorso. Era quasi divertito da tutto quel girare per chiese, cos lontano dal proprio carattere; stavolta, per, era contento di incontrare una vecchia conoscenza.
Vecchia non proprio, a dire la verit; aveva conosciuto don Pierino, il viceparroco della bella chiesa in centro, in occasione dell'indagine sull'omicidio del marito di Livia, il tenore Arnaldo Vezzi. L'assassinio, avvenuto sette mesi prima, aveva fatto un immenso rumore in citt, soprattutto fra gli amanti della musica lirica. Don Pierino era uno di essi, presente al San Carlo la sera in cui si era verificato il delitto.
I due uomini non avrebbero potuto essere pi diversi: proprio per questo, probabilmente, avevano simpatizzato. Don Pierino opponeva al cupo materialismo di Ricciardi una fede semplice e assoluta, che si espandeva nel sociale con un'azione costante a supporto dei pi deboli: per vie opposte arrivavano alla stessa accorata partecipazione per ci che accadeva nel ventre molle della citt.
Ricciardi non amava l'opera, e pi in generale cercava di evitare la rappresentazione di false emozioni, consapevole com'era di quanto le vere passioni potessero risultare devastanti e letali; don Pierino amava la lirica e la musica, la cui bellezza gli sembrava una testimonianza dell'amore di Dio verso il genere umano. Il commissario aveva trovato cos nel piccolo prete una guida importante in occasione della sua indagine, una guida senza la quale non sarebbe riuscito a risolvere l'enigma.
Nella semioscurit della navata, Ricciardi distinse la figura del viceparroco uscire dal confessionale. Don Pierino era di bassa statura, con una pancia che si andava facendo prominente ma non gli impediva di essere in perenne movimento, scattante e dinamico come un bambino irrequieto. Intravide Ricciardi e si illumin.
- Commissario, che felicit! Era parecchio tempo, che non vi ricordavate di questo vostro amico, eh? Siete tutto bagnato, piove ancora, fuori? Sono tre ore che confesso, finalmente non c' pi nessuno.
Ricciardi strinse la mano al sacerdote.
- Come state, padre? Avete l'aria stanca. E' mai possibile? Anche quelli come voi ogni tanto provano un po' di sfinimento?
Don Pierino un le mani sul ventre, in un gesto che gli era consueto.
- Qualsiasi prete vi sapr dire, commissario, che nulla stanca come le confessioni. Ti devi affacciare sull'inferno che ognuno porta dentro, lo devi leggere, lo devi capire e devi perdonare per conto di Dio. Un perdono che molti non vogliono nemmeno, perch lo vorrebbero dagli altri. E pesante, e a volte atroce, credetemi. Voi, piuttosto: come state? Quando penso a voi, e ci penso spesso nelle mie preghiere, ricordo sempre che mi avete promesso che vi lascerete condurre all'opera, una sera.
Ricciardi fece una smorfia di esagerato fastidio.
- Padre, lo so, ve l'ho promesso: per dovete credermi, l'opera che questa citt riesce a mettere in scena ogni giorno me lo impedisce. E proprio questo, oltre naturalmente al piacere di venirvi a salutare, mi porta qui stasera.
Don Pierino si fece serio.
- Io lo so, quale piet e quale compassione avete per la povera gente; perci vi aiuto volentieri. Se si trattasse solo di mandare qualcuno in galera non sarei cos felice di parlare con voi. Sono tempi strani e difficili, commissario, chi meglio di voi lo sa: certi criminali, cos definiti, sono assai pi innocenti di chi li perseguita.
Ricciardi annu.
- Lo so, padre. Lo so bene. Invece certe vittime sono sicuramente innocenti. Dovete sapere che luned mattina  stato trovato un bambino...
- S, al Tondo di Capodimonte, l'ho sentito. Una delle povere creature di Santa Maria del Soccorso. Me l'ha detto una mia parrocchiana, che lavora in un negozio da quelle parti. Che pena.
- S, padre. Una vera pena. Insomma, io vorrei vederci meglio, in questa storia; non che ci siano dubbi sulla maniera in cui il ragazzo  morto, sia chiaro: ha ingerito del veleno per topi.
- La fame. La maledetta fame. Queste cose non dovrebbero mai succedere; ai bambini, poi, meno che mai.
Ricciardi era d'accordo.
- S, proprio cos. Insomma, ho fatto qualche domanda per capire come vivesse il bambino; ma ho incontrato molta resistenza da parte del parroco di Santa Maria del Soccorso, con mia sorpresa.
Don Pierino era meravigliato.
- E come mai queste domande, commissario? Voi pensate che... che qualcuno possa... Scusatemi, ma non ci posso proprio credere. Un bambino piccolo, povero, orfano...
Ricciardi agit la mano.
- No, no, padre. Nessun dubbio, su questo. Si  trattato di una disgrazia, sicuramente. Ma quello che avrei voluto capire meglio,  come e perch un bambino possa essere messo in grado di introdursi di notte in un deposito per rubacchiare qualcosa da mangiare, e invece trovare la morte in un boccone avvelenato, come un topo di fogna. Le mie domande vertevano su questo.
- Mi rendo conto. Il parroco di Santa Maria, don Antonio Mansi, lo conosco. Abbiamo anche studiato nello stesso corso, per un periodo. Era bravo, negli studi. Bravo e... diplomatico, anche. Uno di quelli che sanno piacere agli insegnanti, insomma. Poi ci siamo persi di vista, ma qualche volta ci incontriamo per strada e facciamo due chiacchiere.
Ricciardi temeva di risultare indiscreto.
- Padre, io non voglio mettervi in difficolt. N  mia intenzione parlare male di don Antonio, che ho a stento incontrato un paio di volte. Solo che questa reticenza mi  sembrata strana. Addirittura ha fatto intervenire la curia, per fermarmi. Non vi pare assurdo?
- No, non mi pare assurdo. Uno ci vede da fuori e ogni prete pare uguale a un altro. E invece no, non  cos. Siamo esseri umani, ognuno coi suoi difetti, qualche vizio, qualche fissazione. Io, per esempio, sono appassionato di musica, lo sapete: e ogni tanto questa mia passione mi porta a fare qualcosa che non dovrei, come quando ci siamo conosciuti che stavo nascosto sulle scale di servizio del palcoscenico del San Carlo, vi ricordate?
Il commissario attendeva, paziente, che don Pierino assolvesse agli obblighi della propria coscienza prima di dire quali perplessit avesse su don Antonio.
- Qualche volta si tratta di vizi gravi, e i superiori intervengono per mettere riparo: c' chi si innamora di una donna, chi va in crisi di fede; quelle sono cose che ti impediscono di fare il prete, ed  giusto che si venga allontanati per un po', vi pare? Qualcuno invece ha qualche... propensione, qualche talento che a certi potrebbe sembrare un difetto, e che invece ad altri fa comodo.
- E nel caso di don Antonio, qual  il talento, padre?
Don Pierino guard pensoso il tetto affrescato della chiesa.
- Don Antonio  un ottimo amministratore. Molto bravo a tenere i conti, diciamo cos. La sua parrocchia catalizza buone donazioni, lui si  reso indipendente economicamente, e la curia gliene  molto grata, a quanto so. Mantiene ottimi rapporti con tutti, famiglie ricche della zona e superiori all'arcivescovado,  stimato e rispettato. Ha un sacco di amici, insomma.
- E allora? Perch a voi questo sembra un difetto? Perch a voi sembra un difetto, se vi conosco un po'.
Don Pierino rise.
- S, mi conoscete. Io penso che se uno lavora in questa citt di questi tempi, e coi bambini per di pi, i soldi che entrano devono pure uscire. Tutto qua.
- E invece lui ci guadagna.
Il prete protest con forza.
- No, no, commissario, io non ho detto questo. Don Antonio  un ottimo sacerdote, che toglie bambini dalla strada e in molti casi, io e voi lo sappiamo bene, questo significa salvargli la vita. Solo che, quando una famiglia adotta uno dei bambini o, per lavarsi la coscienza, fa una grossa donazione alla chiesa, lui utilizza quei soldi per contribuzioni alla curia invece che per migliorare la vita dei ragazzi pi grandi che non vengono adottati, e questo a me non piace. Solo questo. Ma vi ripeto,  importante quello che fa per loro: questo conta.
- Gi. Questo conta. Vi ringrazio, padre. E' sempre bello, parlare con voi.
- Anche per me, commissario. Permettetemi una domanda, per. Vedo qualcosa, nella vostra espressione: come un dolore, una tristezza. Che succede?
Ricciardi tacque un attimo, poi rispose.
- Padre, voi lo sapete: a girare per la citt e a essere testimone di quello che succede, si diventa tristi per forza. Il giorno che non mi rattrister pi vedere un bambino cos piccolo morto e buttato via come un vestito vecchio; il giorno che non mi dar pi dolore pensare che a sette, otto anni si pu morire di fame o, come nel caso di questo ragazzo, per fame, riducendosi a mangiare le esche avvelenate; il giorno che non vorr capire perch di notte e sotto la pioggia un ragazzino girava da solo, a piedi scalzi; il giorno che per me sar normale trovare un cadavere seduto su uno scalone all'alba, vegliato soltanto da un cane; quel giorno, ve lo giuro, padre, smetter di fare questo mestiere e me ne torner al paese mio.
Ricciardi aveva bisbigliato, nel silenzio freddo e umido della chiesa di San Ferdinando; ma a don Pierino era sembrato che avesse urlato a pieni polmoni. Non pot fare a meno di posargli una mano sulle braccia che teneva conserte in petto, come se fosse stato in preda a un forte dolore all'addome.
- Lo sapete, commissario: voi siete forse l'unica persona dalla quale imparo ogni volta qualcosa. E siete pi cristiano voi, che dite di non credere, di tanti che riempiono questi banchi ogni domenica per far vedere i vestiti nuovi. Avete ragione; e scusatemi per non aver capito. Una cosa soltanto: state attento, molto attento; don Antonio in curia ha amici molto potenti, proprio per il flusso di denaro che assicura. Pu darvi molto, molto fastidio.

30.

Il Gambrinus era affollato, quella sera. La pioggia e il freddo rendevano impossibile l'utilizzo dei tavolini all'aperto e la gente aveva voglia di qualcosa di caldo.
Ricciardi, in anticipo sull'orario dell'appuntamento con Maione, dovette aspettare per prendere posto al suo solito tavolo, un po' in disparte, davanti alla vetrata che dava su via Chiaia; vedeva passare un flusso costante di persone che, cercando riparo dall'acqua, tornavano a casa dai negozi e dagli uffici del centro.
Seduta a terra, vide una donna che chiedeva l'elemosina, lacera e fradicia, con la mano tesa; dietro di lei un bambino, fermo sotto un cornicione, avvolto in una coperta. La madre, ammesso che lo fosse, biascicava una richiesta a ogni passante, Ricciardi non sentiva cosa dicesse; erano pochissimi a gettarle qualche spicciolo, senza nemmeno rallentare.
A qualche metro di distanza, in piedi, un giovane in abito bianco irrideva rumorosamente qualcuno, mentre uno squarcio sul panciotto elegante pompava a fiotti sangue nero. Diceva: Voglio vedere, di. Voglio vedere se lo fai. Ricciardi ricordava la rissa, avvenuta due mesi prima: ad accoltellare a morte il giovane era stato il suo migliore amico, stanco di essere deriso per la propria eccentricit nel vestire e per la presunta vigliaccheria. Un modo come un altro di esprimere un civile dissenso tra guappi sull'eleganza maschile.
Se c'era una cosa che avviliva Ricciardi, in merito al Fatto, era il dover prendere coscienza dell'inutilit di certe morti. Non che ci fosse una morte utile, beninteso: su questo era d'accordo con Modo. Ma la futilit di certe motivazioni dietro una coltellata o un suicidio lo offendevano profondamente.
Mentre attendeva Maione per ordinare, si sofferm sul contrasto che gli si presentava davanti: l'attaccamento disperato alla vita di quel bambino, che tremava sotto la coperta vicino alla madre, la quale, forse, sfruttava lo spettacolo di sofferenza del figlio per impietosire i passanti; e la risata sganasciata che era stata il punto esclamativo della vita del guappo accoltellato. Vita per la quale si lotta, vita che si getta via. Ma era sempre la stessa vita. Oppure no.
La riflessione fu interrotta dall'arrivo di un circospetto e umido Maione, che si guardava attorno come un adultero in flagranza di colpa.
- Commissa', buonasera. Ci dobbiamo stare molto accorti, l'aria in questura diventa irrespirabile ogni momento di pi. Quella, solo la lettera del segretario dell'arcivescovo, ci mancava. Se li vedete, Garzo e Ponte sembrano due ballerine del San Carlo: saltellano sulle punte una continuazione, si aprono le porte delle stanze e uno entra e l'altro esce.
Ricciardi alz le spalle.
- Sono contento di non esserci, allora. Siediti, aspettavo te per ordinare. Che prendi?
- Ma niente, commissa', io devo tornare a casa per la cena, ch Lucia e i bambini mi aspettano. Magari tre zeppolelle, una sfogliatella con la crema e un bicchiere di rosato, grazie.
- Bene, cos ti mantieni leggero per il rag di tua moglie, eh? Per me la solita sfogliatella e un caff, grazie -. Congedato il cameriere, Ricciardi chiese: - Allora, ce l'hai fatta a sapere qualcosa di quello che ti avevo chiesto?
- Nientedimeno, commissa'? E che, vi risulta che qualche volta che volevo sapere qualcosa non ci sono riuscito? Dunque: mi  venuto in mente che l'appuntato Antonelli tiene un figlio grandicello che frequenta Capodimonte,
una guagliona che gli piace sta da quelle parti. Allora l'ho mandato a chiamare, a lui e alla guagliona, e ho chiesto un poco di notizie sulla parrocchia e su Tett. Il bambino era una conoscenza di tutti, faceva tenerezza, stava sempre col cane appresso, lo vedevano andare avanti e indietro. Prima pensavano che fosse muto perch non lo sentivano mai parlare, poi si accorsero che era talmente balbuziente che riusciva a chiacchierare solo col cane. E proprio per questo fatto che era balbuziente, mi ha detto la guagliona che lavora in una bottega vicino alla chiesa, gli altri ragazzi della casa se lo mettevano sotto e lo sfottevano e lo picchiavano. La vita di quella povera creatura doveva essere un inferno.
Ricciardi annu.
- Lo sospettavo dal momento che il prete mi disse, per prima cosa, che tutti gli volevano bene. Una precisazione non richiesta. Vai avanti.
- Comunque il bambino non reagiva mai. Era affamato d'affetto, la ragazza si ricorda che cercava lo sguardo degli altri per avere un sorriso, una manifestazione di amicizia: proprio per questo lo trattavano peggio. I ragazzi sono cattivi, certe volte, lo sappiamo. Ho scoperto pure con chi lavorava, Tett: ed  stata una bella sorpresa. Stava appresso a Capone Cosimo, una nostra vecchia conoscenza. Fa il saponaro, va in giro con uno di quei carretti da rigattiere carichi di merce, lo sapete, "qua la pezza, qua il sapone": ma ha fatto visita alle nostre stanze pi di una volta, io me lo ricordo benissimo. Lingua lunga, elegante: un fetente fra i peggiori. Si dice che da ragazzo ammazz a uno, non  stato mai accusato formalmente, ma lui si vanta di questa leggenda per fare paura a chi  pi fesso di lui. Ah, grazie, mettete qua.
Quando il cameriere si fu allontanato, Maione riprese a raccontare.
- E insomma, non era un vero e proprio apprendista, Tett. Serviva a Capone per fare pena alle signore, e per tirare meglio sui prezzi. Mo' a questo punto, la guagliona del giovane Antonelli  diventata un poco evasiva, e
allora io mi sono andato a fare un giro dai colleghi che prendono le denunce di quella zona, tra Capodimonte e la Sanit, sapete. E ho scoperto che tre o quattro lamentele per piccoli furti di giorno sono arrivate, ed era nominato il nostro amico Capone. Ci sta qualcosa, insomma; pu essere pure che il veleno il bambino lo ha trovato "lavorando" per questo signore, e se l' mangiato casualmente.
- Tu pensi che si servisse del bambino per rubare?
Maione rispose a bocca piena, spruzzando zucchero a velo.
- Voi lo sapete, commissa', come funziona coi bassi: se io sono bravo a chiacchierare, tengo l'attenzione delle signore su di me, e un bambino piccolo e svelto pu facilmente entrare e uscire senza che nessuno se ne accorge. Rapido e indolore, come dice il dottor Modo, no? Forse, e dico forse, quel bastardo di Capone cos faceva. Se no, non capisco proprio che mestiere si poteva imparare Tett, e nemmeno che aiuto poteva dare a quell'uomo: non poteva parlare perch cacagliava, e non poteva portare grossi pesi perch era piccolo e senza forze. L'unica cosa che poteva fare, era fare pena.
Il commissario annu, guardando dalla vetrata il bambino avvolto nella coperta lacera e zuppa di pioggia.
- S, hai ragione. Poteva solo fare pena. Quindi si deve parlare con questo Capone, magari mettendogli un poco di paura addosso, per capire se la morte accidentale del ragazzo rimonta a lui.
Maione inghiott una zeppola in un solo colpo e disse:
- Io per non credo che c'entri Capone, commissa', vi dico la verit. E per due motivi: primo,  uno di quelli che fa solo chiacchiere ma non farebbe male a nessuno, troppo vigliacco; secondo, sta di casa al Vomero, lontano da dove abbiamo trovato a Tett; scende la mattina per lavorare, se lo vogliamo chiamare lavoro, e il pomeriggio se ne sale a casa e ci mette due ore, e la domenica non viene proprio. La morte del ragazzo, su questo il dottore  stato chiaro, risale alla tarda serata di domenica: se fosse stato in giro a quell'ora e in un giorno cos insolito per lui, qualcuno nel quartiere lo avrebbe notato, a Capone, e invece nessuno l'ha visto. Ho verificato.
Ricciardi bevve un sorso dalla tazzina, riflettendo.
- Questo Capone Cosimo mi pare un personaggio da controllare. Non  detto, che non c'entri niente. E sulla vita in parrocchia, c' altro?
Maione raccoglieva con le dita i resti mortali della sfogliatella, crema inclusa.
- S, commissa'. La guagliona del figlio di Antonelli, vi ho detto, lavora in una bottega che tra i clienti tiene proprio la parrocchia. E mi ha parlato abbastanza a lungo di questo prete, don Antonio, e in generale della vita che si fa l dentro.
Ricciardi ironizz:
- Che bello, che nessuno si fa i fatti suoi, in questa citt. Uno pu stare tranquillo che se c' qualcosa da sapere, alla fine si sa.
Maione assent, filosofico.
- Infatti. Comunque, pare che il prete vuole vedere tutti i conti personalmente, controllando il peso della merce eccetera:  uno attaccatissimo ai soldi, secondo quello che mi ha detto la ragazza. E dice pure che  terribile con le punizioni, i ragazzi sono terrorizzati da lui. Pare che quando qualcuno fa qualcosa che non deve fare, li chiude in uno stanzino fuori al cortile, dove d'estate non si respira e d'inverno si muore dal freddo, pieno di topi e d'insetti. Appena nomina lo stanzino, pure come minaccia, tutti rigano dritto. Mi servirebbe pure a me, in casa, questo stanzino, che i figli miei io parlo e quello che dico da una parte gli entra e dall'altra gli esce. Insomma, questo prete  un fascista, solo che non usa l'olio di ricino.
Ricciardi pens che la personalit di don Antonio andava arricchendosi di simpatici particolari. Guard dalla vetrata, e si accorse che il cane di Tett si era accucciato sulle zampe posteriori fra la mendicante e il guappo ucciso e lo fissava. Rabbrivid.
- Vi siete raffreddato, eh, commissa'? E per forza, con tutta l'acqua che state prendendo in questi giorni, senza cappello e ombrello. Una cosa importante la ragazza me l'ha detta all'ultimo, proprio mentre se ne stava andando: pare che il motivo principale, per cui gli altri ragazzi a Tett se lo mettevano sotto, era che lui era il preferito di una dama di carit, che se lo prendeva e se lo portava in giro sulla sua macchina. Dice che questa, la guagliona il nome non lo conosceva, d talmente tanti soldi alla parrocchia che il prete le fa fare quello che vuole, e lei non ha figli e Tett era una specie di figlio.
- Lo so, me l'hanno pi o meno detto, sia il prete che l'altra dama di carit, una signora di una simpatia che non ti dico.
- Chiaramente gli altri ragazzi lo invidiavano assai; per, pi che sfotterlo e sballottarlo un po' ogni tanto, non gli facevano, perch il bambino metteva in comune quello che la donna gli dava, e il prete ci teneva assai che l'idillio continuava, per i soldi che gli arrivavano. Chiss mo' come far, a tenersi stretta la gallinella dalle uova d'oro: mi sa che deve cambiare bambino.
- In effetti il nostro amico con la tonaca mi  sembrato piuttosto preoccupato, di questa cosa. La signora  un'altra con cui mi piacerebbe parlare.
- Credo che ci parlerete abbastanza presto, commissa'. Ha telefonato il dottor Modo, stasera: vi saluta e vi dice di godervi le vacanze; ha fatto pure un discorso su un posto che vi voleva consigliare per passare un po' di tempo, ma secondo me  meglio che non ve lo dico. Dice che domani mattina ci sar il funerale del bambino, una cosa di lusso, pagato da una certa signora che penso sia proprio quella di cui stiamo parlando, e se ci volete andare.
Ricciardi guard fuori. Il flusso della folla che tornava a casa era andato scemando, e la mendicante, raccattati la coperta e il bambino come fosse un fagotto di stracci, se n'era andata per i vicoli. A presidiare la strada erano rimasti il ridanciano guappo morto e il cane.
- Va bene. Andr a seguire l'ultima passeggiata in carrozza di Diotallevi Matteo, per gli amici Tett. Solo che amici non ne aveva.
Di spalle alla vetrata, con un sospiro, Maione disse: - A parte il cane.
Come rispondendo a un segnale, quello che era stato l'unico amico di Tett si alz e se ne and sotto la fredda pioggia sottile.

31.

Gioved, 22 ottobre 1931 - nono.

Tett corre.
Corre a rotta di collo, con gli zoccoli in mano per non cadere.
Corre e rischia la vita, che comunque perder, sfiorando le ruote di macchine e carrozze, che strombazzano di fastidio.
Corre, e schiva i bastoni dei signori che se lo vedono arrivare addosso, che colpiscono per essersi dovuti scansare.
Corre, e schizza acqua dalle pozzanghere sulle balie che spingono alte carrozzine, che inveiscono contro di lui con parole incomprensibili pronunciate in dialetti sconosciuti.
Corre, e altri scugnizzi cercano di sgambettarlo per ridere di una sua rovinosa caduta, ma lui lo sa e salta, e non cade.
Corre, e le vetrine corrono al suo fianco, con le commesse che vestono i manichini che gli sorridono.
Corre, e due bambini con i grembiuli e le cartelle, che camminano tenendo per mano la madre, lo guardano, e gli invidiano la libert.
Corre nel vicolo, e il cane corre dietro di lui, leggero, senza sforzo, con le orecchie che sventolano come fazzoletti agitati da un treno in partenza. Fa gli stessi scarti del ragazzo, sceglie le stesse traiettorie come se fosse stato avvisato in anticipo del percorso, come se lo avessero concordato insieme.
Corrono, il cane e il bambino: le stesse costole sporgenti, gli stessi occhi concentrati, le stesse bocche semiaperte nello sforzo.
Corrono, e sperano di farcela in tempo.

Cosimo sta fermo col carretto in una piazzetta fra quattro vicoli, nei Quartieri Spagnoli. Il giro  sempre lo stesso, perci Tett sa dove raggiungerlo a quell'ora. Una volta che era buono con lui gli ha detto che cos, a passare a orari fissi, le donne lo riconoscono meglio e lo aspettano, e gli riservano i pezzi migliori e fa buoni affari.
Infatti, qualche volta Cosimo  buono, con lui. In quei momenti, quando magari sta scurando notte e gli affari sono andati bene, si mette a raccontargli storie. Tett lo sta a sentire, e pensa che magari Cosimo potrebbe essere pap suo, e lui il suo bambino. Una volta addirittura Cosimo gli ha regalato una moneta, lucida lucida, e Tett non l'ha mai spesa; se l'era conservata nella tasca dei pantaloni e ogni tanto la tirava fuori per rimirarla: poi Amedeo l'aveva visto e se l'era presa, ma lui se la poteva ricordare.
Tett pensa; parlare non ci riesce, ma pensa. E ricorda, ricorda tutto. Ricorda le cose buone e le cose cattive, ma in quelle cattive non ci va, nella sua testa: le conserva perch possono servire, ma non ci va. Va in quelle buone, e in quelle buone c' Cosimo che gli racconta una storia mentre sta scurando notte.
Stavolta per Cosimo non  buono, con lui. Lo capisce dalla faccia che gli fa quando lo vede arrivare, pure se subito non lo guarda pi, se no le donne che stanno attorno a lui se ne accorgono.
Qualcuna la conosce, e infatti, quando lo vede arrivare, gli fa festa. Eccolo Tett, gli dice: bello, e com' che non c'eri, stamattina? Ecco pure il cane, ma glielo vuoi dare un nome a questo cagnolino, Tett? Non lo sai, che si d un nome pure alle bestie?
Tett non risponde,  preoccupato della faccia di Cosimo. E poi non glielo vuole dare, un nome, al cane. Lui col cane ci parla, stanno insieme. Sono uguali. E se sono uguali, come fa a darglielo lui un nome, pensa Tett. Lui un nome ce l'ha, nella lingua sua. Quando vorr glielo dice.
Ma il cane non parla; e allora?, pensa Tett. Nemmeno io, parlo: solo con lui. E gliel'ho detto, che mi chiamo Tett. Lui lo sa gi.
La donna grassa che lo ha salutato gli fa una carezza. Cosimo se ne accorge, e dice che gli vuole bene come a un figlio, e comincia a raccontare la storia dell'amico suo che  morto in guerra affianco a lui nella trincea, e che morendo gli ha detto di prendersi il figlio con s.
Una volta Tett ha preso coraggio e gliel'ha chiesto, a Cosimo, se la storia era vera: se il suo pap veramente era morto in guerra. Cosimo gli ha dato uno schiaffo dietro la testa e ha detto: scemo, brutto cacaglio fesso, sei scemo. Io in guerra non ci sono proprio andato, ch ho il cuore che salta un battito. Lo dico per fare piet alle donne e avere pi soldi per il sapone. Tuo padre chiss che disgraziato , e tua madre una donna da niente. E lo schiaffo  per avermi fatto stare qua tutto questo tempo, ad aspettare che dicevi queste due parole.
Ora Cosimo, per far vedere alle donne che lui  come un figlio, gli ha messo la mano dietro il collo. Gli d un pizzicotto, fortissimo. Tett non piange, sa che se si mette a piangere  peggio, ma fa gli occhi pieni di lacrime. Quant' bello, guardate, dice un'altra delle donne, quando gli parlano del padre morto ancora gli vengono le lacrime. Lui si passa la manica della camicia sugli occhi e fa finta di non provare il dolore terribile.
Il cane emette un ringhio e scopre le zanne. Se ne accorge solo Cosimo, che allenta la stretta. Scambiati le pentole di rame e il sapone, le donne se ne vanno e Cosimo dice a Tett un sacco di parole brutte, perch ha fatto tardi e lui ha dovuto dire a quella signora l, di cui hanno parlato ieri, che ripassava dopo. Per colpa sua, deve correre un rischio in pi. E gli dice pure che se il bastardo gli ringhia di nuovo gliel'ammazza: lui  capace di spezzare un collo con le mani, chiedesse in giro Tett, lo sanno tutti che lui ha ammazzato a uno, da ragazzo.
Arrivano vicino a un portone intarsiato. Entrano nel cortile, Cosimo fa il suo richiamo, si affacciano alcune donne, la portinaia esce dalla casa al pianterreno. Si mettono a chiacchierare, Cosimo attira l'attenzione, mostra la merce del carretto, le donne ridono, lui fa lo spiritoso. E' bravo, Cosimo: sa quello che le donne vogliono sentirsi dire. Qualcuna accarezza frettolosa Tett, qualcun'altra gioca un po' col cane.
A un certo punto Cosimo comincia a raccontare una storia che ha saputo, di una certa signora di Santa Lucia che ha l'amante, che il marito l'ha trovata con questo, eccetera. E' il segnale convenuto: Cosimo dice sempre che le donne non resistono, quando si comincia a raccontare storie di mariti e di amanti. Infatti tutte le donne stanno l, attorno a Cosimo, con le bocche aperte.
Tett striscia piano nella casa della portiera. Non ha molto tempo e lo sa. Il cane rimane accucciato fuori la porta: se qualcuno dovesse avvicinarsi si metterebbe ad abbaiare e Tett capirebbe. Lo hanno gi fatto tante volte.
Dentro  scuro, ma  caldo. Sul fuoco sta bollendo una pentola che manda un odore buonissimo, lo stomaco di Tett brontola. Appena si abitua a quella luce fioca, si guarda attorno: vede un cassetto, lo apre. Ci sono delle posate che sembrano d'argento, Tett ne prende tre e le mette nella camicia. C' della biancheria appena stirata col ferro a carbonella, lui prende un fazzoletto ricamato e lo mette in tasca. Il segreto, dice Cosimo,  prendere poche cose: le donne non se ne accorgono subito, lo capiranno dopo giorni e non ci penseranno, che sono passati loro.
Prima di uscire, sulle punte dei piedi scalzi che non fanno rumore, vede un pezzo di dolce caduto a terra vicino alla tavola: lo prende, e mette in tasca anche quello.
Ora Tett  fuori, e appena lo vede, Cosimo conclude la storia fra le risate e gli "oooh" di meraviglia delle donne. Vende qualcosa, fa un prezzo buono e loro sono contente. Salutano con la mano e se ne vanno.
Si allontanano un bel po', per sicurezza. Cosimo non dice niente, sorride alle persone che incontra, ogni tanto lancia il suo urlo di richiamo. Tett d al cane il dolce, una briciola alla volta, e l'ultimo pezzetto lo mangia lui. E' buono, anche se c' qualche formica dentro. Basta toglierla prima, Tett ci sta attento.
Arrivano dietro un angolo, dove c' la campagna. Qui non c' nessuno. Tett tira fuori le tre posate e il fazzoletto ricamato. Cosimo grugnisce soddisfatto, le posate sono d'argento massiccio. Hai capito la portiera, commenta: chiss dove le ha rubate.
Tett gli parla. Il serpente sale dallo stomaco e si annoda nella gola, come sempre: ma Tett ha una cosa importante da dire. Dice a Cosimo che ha fatto tardi perch ha dovuto servire messa, quella mattina. Cosimo  di buon umore, gli dice che hanno risolto lo stesso, che va bene. Ma Tett gli deve dire un'altra cosa. Cerca di respirare, quando respira bene il serpente rimane indietro e lo lascia parlare. A volte.
Gli dice che il prete, don Antonio, ha parlato di chi ruba. Ha detto che chi ruba va all'inferno, e brucia per l'eternit. Lui una volta si  bruciato, dice Tett, per riscaldarsi vicino a un fuoco in un portone, e fa male, fa un male terribile. Gli fa vedere il segno sul braccio, dove la pelle  andata via e non  pi tornata. Gli dice che lui, Tett, ha paura di bruciare nelle fiamme dell'inferno, e che non vuole nemmeno che ci bruci lui, Cosimo. Che perci lo prega, lo prega di non farglielo fare pi.
Cosimo sembra che lo stia ad ascoltare. Poi all'improvviso allunga la mano e lo prende per il collo, e stringe e alza. Tett rimane con i piedi a mezz'aria e si aggrappa alla mano di Cosimo per non morire strozzato. Il cane balza in piedi abbaiando e ringhiando, Cosimo lo guarda storto e posa di nuovo a terra il bambino, ma non gli lascia la gola.
Stammi a sentire, cacaglio fesso, gli dice. Ascoltami bene, ch te lo dico una volta sola. Tu prova a parlarne a qualcuno, a chiunque, delle cose che facciamo, e io ti ammazzo. Ti ammazzo, capisci? E ti ammazzo in un modo che nessuno potr mai capire che sono stato io. Gi l'ho fatto, te l'ho detto, e in galera non mi ci hanno messo. Lo capisci? Prima ti ammazzo il cane, e te lo faccio vedere morire: anzi, sai che faccio? Accendo un fuoco grande, dato che dici che hai paura del fuoco. E poi ti ci butto dentro il cane. Cos lo vedi bene, che significa bruciare all'inferno. Lo capisci una volta per tutte. E poi ammazzo a te.
Lo lascia cadere, con una spinta. Tett cade e vomita acqua e il pezzetto di dolce. Il cane si avvicina e gli lecca la faccia.

32.

Chi fosse entrato nell'ufficio al secondo piano della questura, in fondo al corridoio, avrebbe visto un solerte vicequestore nell'atto di spulciare alcuni rapporti in un ambiente luccicante di ordine e pulizia. Un vero inno all'efficienza e all'attaccamento al lavoro del Nuovo Stato Fascista.
La realt era diversa. Gli occhi seguivano le righe dattiloscritte, ma la mente volava per fatti suoi dietro cupi pensieri.
Garzo guard di sfuggita l'apparecchio telefonico sulla scrivania. Risent l'odiosa voce nasale del questore, che l'avvertiva del prossimo arrivo di un funzionario di un'organizzazione non meglio identificata; l'uomo avrebbe dovuto ricevere da lui alcune notizie, nella prospettiva della prossima visita del Duce, in merito alla sicurezza e pi in generale alle indagini in quel momento in corso presso la questura, con riferimento naturalmente al crimine ordinario, che era quello che gli competeva.
La cosa non gli piaceva, neppure un po'. E per diversi motivi. Primo: qual era questa organizzazione? Non aveva un nome? Era una struttura del ministero dell'Interno? Si trattava di una qualche branca dell'esercito? Secondo: che significava "con riferimento naturalmente al crimine ordinario "? Qual era l'altro o gli altri crimini sotto osservazione, per i quali la questura non era competente? Terzo: la sicurezza oggetto dell'intervista era quella del Duce e del suo seguito? E chi era questo funzionario? Come l'avrebbe riconosciuto, se non gli era stato detto un nome?
Il vicequestore era uno di quelli che non riuscivano a sopportare gli imprevisti: gli davano un senso di disordine, gli impedivano di pianificare. Gli piaceva muoversi nel solco tracciato dalle procedure, quando ogni evento aveva un precedente al quale rifarsi e uno schema da seguire pedissequamente. E quella visita, annunciata e non annunciata, non aveva, a sua memoria, alcun precedente.
Mentre scorreva il rapporto senza leggerlo, ud un discreto colpo di tosse alla sua destra. Fece un salto spettacolare: la penna gli vol di mano, tracciando una striscia d'inchiostro in aria e poi una pioggerella di gocce nere sul ripiano della scrivania; le lenti caddero, fortunatamente senza rompersi, e gli venne fuori un urlo in falsetto piuttosto mortificante.
Davanti a lui, in piedi col soprabito sul braccio e in mano un ombrello chiuso, stava un uomo di mezza et con pochi capelli brizzolati e un abito scuro piuttosto ordinario.
- Chi... chi accidenti siete, voi? E che ci fate, qui dentro? Come siete entrato? Ponte! Ponte!
Lo sconosciuto lo rassicur.
- Calmo, dottore. Nessun problema. Ponte non c', gli  stato detto di andare in pausa, prima del mio arrivo. Un ordine da parte vostra, che ci farete la cortesia di confermare. Io sono la persona che aspettavate. Potete chiamarmi Falco. Appartengo all'organizzazione che sta predisponendo quanto necessario alla visita del Duce.
Garzo non aveva ripreso fiato e continuava a fissare il sedicente Falco a bocca spalancata.
- Ma... ma... non  questo il modo! Non siete abituati a bussare alle porte, voi? Poteva prendermi un colpo!
Falco non accenn a scusarsi.
- Non possiamo trattenerci a lungo in un corridoio, dottore. Questo comporta, a volte, un atto di apparente maleducazione. Vogliamo venire a noi, adesso? Immagino che vi sia stato gi detto quello che ci serve sapere.
Ritrovato un minimo di controllo, Garzo cercava di pensare pi velocemente possibile. Quella specie di spettro che gli si era parato davanti era sicuramente della polizia segreta, di cui si favoleggiava in tutte le questure e sui giornali sediziosi stampati clandestinamente e gettati alla folla di nascosto. Ci implicava che doveva stare molto attento: aveva sentito di persone e persino di famiglie intere sparite nel nulla, che dalla sera alla mattina non avevano lasciato alcuna traccia dietro di s. Bisognava compiacerli.
Si rimise le lenti sul naso e disse:
- Prego, accomodatevi e ditemi pure.
Oltre tre ore dopo avevano pianificato ogni singolo attimo della visita del Duce, valutando percorsi alternativi a quelli che sarebbero stati annunciati, persone che avrebbero assistito agli incontri, momenti istituzionali e privati. Quando Garzo manifestava preoccupazione in merito alla disponibilit di uomini, Falco sorvolava.
- Non c' alcun problema, su questo. Non vi preoccupate.
Il vicequestore cap che ci sarebbe stato un contingente molto nutrito a fare da nastro protettivo, in incognito e senza divisa. Ci gli trasmetteva ansia, invece di rassicurarlo; ma era meglio eccedere in prudenza.
Alla fine Falco chiese:
- E ditemi, adesso, dottore: quali e quante indagini per crimini seri ci sono in corso? Ci piace avere tutta la situazione sotto controllo, come avrete capito, e non vogliamo certo che qualche nodo arrivi al pettine proprio quando sono presenti la massima carica dello stato dopo il re e tutti i maggiori funzionari del ministero, no?
Garzo fronteggi fiero l'uomo:
- No, certo. Grazie al cielo non ci sono stati eventi recenti, e le indagini in corso concernono reati minimi e contro il patrimonio. Questa citt, caro signore,  mantenuta in perfetto ordine.
Falco lo fiss per un lungo, imbarazzante momento, in seguito al quale sul collo di Garzo si form la famosa chiazza rossa che cominci a espandersi verso nord. Alla fine annu.
- Va bene. In effetti cos ci risulta. E l'organico  al completo?
Garzo prese i registri del personale e li squadern davanti all'ospite.
- Abbiamo sospeso i turni di ferie. L'unico assente  il commissario Ricciardi Luigi Alfredo, che ha chiesto qualche giorno di vacanza ma rientrer in servizio il giorno prima della visita del Duce. Abbiamo ritenuto di autorizzarlo perch frequenta... cio,  in amicizia con una persona vicina alla famiglia stessa di Sua Eccellenza, amica della figlia, che terr un ricevimento al quale donna Edda dovrebbe partecipare.
Falco assunse un'aria pensosa.
- Ah, la signora Ciano. Quello  un altro problema, che per non vi riguarda direttamente. La signora  molto meno controllabile di Sua Eccellenza, purtroppo. E' insofferente a ogni forma di accertamento e molto dinamica e intraprendente. Va protetta a sua insaputa.
Garzo valut che qualsiasi commento avrebbe potuto essere usato contro di lui, e tacque. Falco continu.
- Sappiamo, ovviamente, di questo ricevimento. E sappiamo di questo Ricciardi, della sua amicizia con la signora... Vezzi, vero? La vedova di Arnaldo Vezzi, che  arrivata da poco in citt. Una bellissima donna, molto apprezzata a Roma. Il vostro Ricciardi  un uomo fortunato.
Garzo credette di aver fiutato l'aria e comment entusiasta:
- Uno dei nostri uomini migliori, credetemi. Capace e fidato, per me  un aiuto indispensabile. Non so quante volte, con le mie indicazioni naturalmente,  riuscito a chiudere indagini intricatissime.
Falco assent.
- Certo, certo. Mi risulta anche questo. Ma non tutte le sue frequentazioni sono cos apprezzabili; alcuni personaggi a lui vicini ci lasciano un po' perplessi, in verit. Il medico legale, Modo, per dirne uno. Un uomo che non perde occasione di gridare ai quattro venti pesanti critiche al regime. Il che, come potete immaginare, non ci fa piacere.
Garzo boccheggi come una triglia in punto di morte e si produsse in un formidabile dietrofront.
- Ah, ma io non ho alcun rapporto con Ricciardi, al di fuori del lavoro! Anzi, vi dir, eccellenza, che quell'uomo ha dei lati oscuri che non mi piacciono. Mi propongo di controllarlo meglio, in futuro, state pure tranquillo. Falco si alz.
- Non esageriamo, Garzo. E non chiamatemi eccellenza. Anzi, mi userete la cortesia di dimenticare questo nostro incontro, e di fingere di non riconoscermi se, ma  altamente improbabile, ci incroceremo per strada. Buonasera, e divertitevi, con la signora, al ricevimento della vedova Vezzi. Non abbiate pensieri, perch la serata si svolger lieta e senza alcun imprevisto.
E usc, silenzioso com'era entrato.
Rimasto solo, Garzo cominci a tremare; non riusc neanche ad accendersi una sigaretta. Si sentiva come uno che ha rischiato la morte e se ne accorge soltanto con colpevole ritardo. Apr il cassetto e guard la busta della curia, con la richiesta di chiarimenti sulla presunta indagine per la morte del bambino: si pass la mano nei capelli e si sbotton il colletto della camicia, emettendo un lungo sospiro.
Era necessario, indispensabile che nessuno si sognasse di infastidire ulteriormente il parroco di Santa Maria del Soccorso. Se ne sarebbe occupato di persona, se necessario.
Ringrazi il cielo che l'organizzazione di Falco non avesse saputo di quella lettera.


33..
Venerd, 30 ottobre 1931. nono.

Ricciardi arriv all'ospedale molto presto. Voleva trovarsi da solo col dottore, per parlargli con calma prima dell'inizio del funerale di Tett.
Pioveva, tanto per cambiare; ma la pioggia quella mattina era un'atmosfera. Sottile, costante, rendeva grigia l'aria e grigie le anime. Il colore giusto, pens il commissario. Lungo la strada il cane non c'era, ma lui non ne fu sorpreso; lo trov infatti dove se l'aspettava, nel cortile che dava sull'obitorio dell'ospedale, in disparte, accucciato in una rientranza del muro di cinta. Sotto la tettoia, fumando, Modo lo fissava.
- Quel cane m'inquieta. Lo vedo spesso, da quando  arrivato il bambino. Ogni tanto se ne va, come se sentisse un richiamo; ma poi torna. L'altroieri ho fatto il turno di notte e non si  mosso per tutto il tempo. Gli ho dato qualcosa da mangiare, ma non si  avvicinato. Ha aspettato che io mi allontanassi, e poi ha spazzolato tutto in un minuto.
- S, lo vedo. Mi  capitato d'incontrarlo, ultimamente. Percorre le stesse strade che faceva con Tett.
- Tett, eh? Ti sei affezionato al bambino dopo morto, a forza di scavare. D'altra parte ti si conf, questo: il tetro Ricciardi si lega ai morti pi che ai vivi. Forse hai sbagliato mestiere, sai: dovevi fare il mio. 0 quello di quei signori l.
Modo indic col capo il carro funebre bianco trainato da due cavalli, presso il quale due uomini fumavano e battevano i piedi a terra per il freddo.
- Non si  badato a spese, hai visto? Chi ha pagato il funerale ne ha voluto uno di buon livello. Non esagerato, non pomposo, ma di buon livello. L'ultimo viaggio lo fa in carrozza, il tuo... come hai detto... Tett. Pochi anni, ma un'uscita di scena degna di nota.
- A proposito, Bruno, ma chi lo paga il funerale? Il prete non mi  parso uno incline alle spese di rappresentanza.
- Figurati. Quelli si fanno pagare pure l'illusione del paradiso, immagina se tirerebbero fuori un centesimo per seppellire un orfanello. No, non certo il prete. Ho chiesto ai becchini, il funerale  stato predisposto e pagato da una certa signora Fago di San Marcello, che pare facesse la dama di carit presso la parrocchia di Santa Maria del Soccorso. Soldi da buttare, evidentemente. Poteva spenderli meglio dando da mangiare al bambino, cos non sarebbe stato costretto a ingerire le esche avvelenate e adesso sarebbe ancora vivo, a giocare col suo cane.
- Sempre cinico e materialista. Invece  bello che, almeno da morto, ci sia qualcuno che lo rimpianga. Lo sai, di queste creature non importa niente a nessuno.
- Gi, sono fantasmi. Migliaia e forse centinaia di migliaia di fantasmi di questa citt. Quelli che nessuno vede.
Lo dici tu, pens Ricciardi. Qualcuno che li vede, i fantasmi, c'. Purtroppo.
- Infatti, Bruno. Ma che almeno dopo morti hanno diritto di avere qualche risposta.
Modo aspir una boccata dalla sigaretta.
- Perci il commissario Ricciardi, cavaliere delle anime perse, si mette a scavare. Attento, per: tieni presente che il tuo capo in testa, stivaloni e orbace inclusi, sta per arrivare e vorr trovare tutto in ordine. Finisce che ti prende per l'orecchio e ti spiega a calcioni e olio di ricino che invece tutto va bene, che la citt  meravigliosa e in ordine e che il rancio  ottimo e abbondante.
- Stai diventando vecchio, Bruno. E con la vecchiaia stai prendendo delle brutte fissazioni. Ormai la butti in politica qualsiasi discorso tu faccia. Lo capisci che questo non ti rende poi molto diverso da quelli che odi? Anche loro parlano sempre e comunque di politica. A me la politica non interessa, per niente. A me interessa fare quello che posso. Se ognuno facesse cos, magari parlare dei massimi sistemi diventerebbe inutile. Finalmente.
- Luigi Alfredo Ricciardi, detto san Francesco. Bravo! Fregatene anche tu, lasciamo tutto in mano a loro. Tanto gi hanno preso tutto.
Ricciardi si strinse nelle spalle:
- Basta, basta, per carit. Ho imparato la lezione: darti subito ragione, cos si pu cambiare argomento. A proposito di cambiare argomento: al di l della maniera in cui  morto, l'altro giorno mi hai accennato di quanto fosse malandato il bambino. Mi spieghi un po' meglio?
Modo schiacci a terra il mozzicone, esalando l'ultima boccata di fumo.
- Allora, fammi ricordare: era magro, magrissimo e questo lo hai visto anche tu. Lo strato di adipe sotto la pelle era una pellicola sottilissima. Abrasioni sulle ginocchia, lividi sulle gambe, ma roba di giorni e settimane prima, niente di contestuale alla morte. Una bruciatura su un braccio, piuttosto grave ma vecchia, forse di uno o due anni fa. Profonda, per. Un segno brutto. Di strano, alcuni lividi sul collo, di tre, quattro giorni prima di morire, perch i segni erano bluastri, non rossi: qualcuno lo ha preso per la gola. Questi ragazzi fanno lotte terribili per campare, spesso fra di loro. Lui per non ricambiava le cortesie: le mani erano in ordine, le unghie non erano spezzate, niente lividi sulle nocche. Subiva, e basta. La pelle dei piedi, invece, sotto, era ispessita come una suola per l'abitudine a camminare scalzo.
- Quindi niente di recentissimo. Niente che faccia pensare a una colluttazione precedente alla morte.
- No, te l'ho detto. L'ingestione delle esche  stata volontaria, non forzata. Il cavo orale, l'esofago, l'interno delle guance: tutto in ordine. Quelle che ti ho elencato sono ferite di guerra: la guerra che un bambino come quello fa ogni giorno per campare, in questa tua bella citt fascista.
- Che  anche la tua, peraltro. Almeno fino a quando arriveranno un paio d'uomini vestiti di nero a prenderti, e nessuno sapr pi nulla di te.
Modo si strofin le mani per riscaldarle.
- Mi dicono che il confino sia in posti caldi e di mare, molte volte. E il premio maggiore sar non dover vedere pi la tua brutta faccia.
Si interruppero per l'arrivo del piccolo corteo della parrocchia di Santa Maria del Soccorso: in testa, un compunto don Antonio, completo di paramenti e cappello a ruota; a seguire i cinque ragazzi, vestiti al meglio e comunque piuttosto laceri, le teste rasate lucide di pioggia; a chiudere il sagrestano, con una coppola calcata fin sulle orecchie e le mani in tasca. Il parroco incroci gli occhi di Ricciardi e Modo e restitu un freddo cenno del capo, prima di entrare nella cappella dell'ospedale.
Qualche attimo dopo fece il suo ingresso nel cortile una Torpedo color crema, guidata da un autista in livrea. L'uomo scese e, cercando di non inzaccherarsi, apr lo sportello posteriore dal quale scese la signora De Nicola Bassi, maestosa quanto la vettura ma in cappotto marrone; dietro di lei un'altra donna, pi giovane, interamente in nero. Ricciardi ne osserv  la figura: sottile, la carnagione chiara che si intuiva sotto il cappello con la veletta nera, molto elegante. Era piegata sulla schiena e stringeva un fazzoletto sulla bocca: sembrava l'allegoria della sofferenza.
Le due donne entrarono in chiesa. Modo e Ricciardi le seguirono, rimanendo per in fondo alla navata senza sedersi. Al centro, su un catafalco, una cassa bianca di minuscole dimensioni: da morto e nella sua bara, Tett sembrava ancora pi piccino.
I ragazzi erano stretti nello stesso banco; cercavano di tenersi distanti dalla cassa come se la morte fosse contagiosa. Passando vicino per andare in prima fila, sorretta dalla De Nicola, l'altra donna proruppe in accorati singhiozzi rauchi. Don Antonio le si avvicin per sorreggerla e accompagnarla a sedersi.
L'ufficio funebre fu breve e solenne. A Ricciardi non parve che ci fosse un reale coinvolgimento di don Antonio, che pure parl molto bene; ma imput l'impressione al proprio negativo pregiudizio. Durante la funzione Carmen Fago di San Marcello, questo era il nome dell'altra dama di carit, non smise di singhiozzare e tossire. Un dolore del genere non si fingeva: il commissario sent subito una forte sintonia con quella sofferenza cos profonda.
Alla fine entrarono i becchini e portarono la bara fuori, nel carro. Nel frattempo erano arrivate alcune corone di fiori, i cui nastri indicavano come mittenti la De Nicola e l'organizzazione delle dame di carit. Su una, la pi bella, c'era scritto solo: "A Tett, con tutto l'amore ". La Fago si avvicin, ne estrasse una rosa bianca e la baci, per poi adagiarla con cura sulla bara lucida di pioggia.
Ricciardi si avvicin e le fece un lieve inchino col capo.
- Signora, mi chiamo Ricciardi. Credetemi, vi sono molto vicino per la perdita. Non ho conosciuto il bambino, ma vi sono lo stesso vicino.
La donna alz il velo, mostrando un volto bello ma straziato dal dolore.
- Il commissario, s, mi hanno detto. Io sono Carmen Fago; vi ringrazio. La perdita  di tutti, non si poteva non amare Tett.
- Ne sono certo. Io vi chiedo scusa per il momento, ma sarebbe per me molto opportuno poter scambiare con voi due parole, dopo... quando sar finita la cerimonia.
La De Nicola, che si era avvicinata per avvertire Carmen della partenza del corteo funebre, fulmin Ricciardi con lo sguardo.
- Ma vi pare il momento, questo? Siete un insensibile, senza cuore. Non vedete, com' disperata la mia amica?
La Fago mise una mano guantata sul braccio della donna.
- No, Eleonora: ti prego, voglio parlare col commissario, invece. Lui vuole capire, e anch'io.
L'altra cerc di protestare.
- Carmen, te l'ho gi detto, non c' niente da capire. E' stata una disgrazia, una terribile disgrazia. Perch vuoi tormentarti ancora?
La Fago scosse il capo, decisa.
- Io l'ho visto solo due giorni prima. L'ho visto e stava bene, capisci? Stava bene. Era il mio bambino, quello che mi ha fatto provare la tenerezza che la natura mi nega. Non posso, non voglio lasciarlo andar via cos -. Si rivolse di nuovo a Ricciardi: - Commissario, sar con voi subito dopo, quando Tett... quando lo avremo lasciato. Vi prego, aspettatemi.

34.

Il carro si avvi, immergendosi nel popolare e affollatissimo quartiere della Pignasecca.
Nonostante la pioggia sottile, il mercato imperversava con i suoi mille suoni, richiami, litigi, contrattazioni rumorose; quando per il carro bianco emerse, si fece uno spettrale silenzio e si formarono due ali di folla. I cavalli conoscevano il proprio mestiere, e anche se il carico era leggero, assunsero un passo fiero e cadenzato.
Don Antonio apriva il corteo, con l'aspersorio, alle spalle i due gemelli con la veste da chierichetto; il loro aspetto, in tutto uguale se quello senza denti davanti teneva la bocca chiusa, era molto coreografico.
Seguiva Carmen, che non smetteva di piangere, sostenuta da un'Eleonora seria e matronale.
Gli altri tre ragazzi camminavano a capo chino; Cristiano lanci un fugace sguardo a Ricciardi, piantando poi gli occhi al suolo senza pi spostarli. Un passo dietro di loro, il sagrestano, a sorvegliarne le mosse come un secondino.
Ricciardi e Modo, uno a capo scoperto e l'altro col cappello calcato in testa, chiudevano il corteo. Dietro di loro, ruggendo come una pantera pronta all'attacco, la Torpedo che aveva condotto le due donne.
Gli uomini si toglievano il cappello o facevano un saluto militare; le donne si segnavano, qualcuna tir fuori addirittura un rosario e cominci a pregare in silenzio. Molti chiedevano con curiosit a chi gli stava affianco di chi si trattasse: i funerali dei poveri non erano cos sfarzosi, con carro e fiori, e quando moriva un bambino di famiglia benestante la voce si spargeva subito.

Arrivati all'angolo dello Spirito Santo, quando la strada si congiungeva con via Toledo, Carmen apr la borsa e cav una manciata di confetti bianchi, che lanci ai lati come se seminasse. Subito un nugolo di bambini scalzi e laceri, silenziosamente, si lanciarono per recuperare i dolci, litigandoseli.
Ricciardi conosceva l'uso: i confetti rappresentavano le feste che il bambino morto non avrebbe mai avuto, comunione, cresima, matrimonio. Osserv quei bambini festosi e affamati dietro il funerale. La morte e la vita, a intrecciarsi per l'eternit.
Saverio, uno dei ragazzi di Santa Maria del Soccorso, segu l'istinto e si lanci su una manciata di confetti per litigarseli con due scugnizzi, ma il sagrestano, repentino, lo afferr per la collottola e lo rimise in posizione.
Il corteo mantenne la formazione fino a piazza Dante, dove si sciolse. Uno dei becchini si avvicin a Carmen, che prese dalla borsa una busta; l'uomo si tocc il cappello e rimont sul carro, che part verso il cimitero di Poggioreale. Ricciardi attese in disparte con Modo, mentre don Antonio si fermava a salutare cerimoniosamente le due dame. Al commissario non sfugg l'eleganza e la rapidit con cui nascose nelle pieghe della tonaca un'altra busta che Carmen aveva estratto.
Dopo qualche minuto di reciproche condoglianze, il prete si avvi verso Capodimonte, seguito dai ragazzi e dal sagrestano.
Modo si avvicin a Ricciardi e gli strinse il braccio.
- Ti saluto, amico mio: dopo aver fatto compagnia a un morto vado a vedere se posso fare qualcosa di buono per qualche vivo, che magari non lo rimarr a lungo. Stai attento, mi raccomando; sono preoccupato per te, anche se questo Ricciardi che indaga da solo non mi dispiace.
Ricciardi gli indirizz una smorfia.
- Concludiamo ogni nostro incontro raccomandandoci reciprocamente di stare attenti. Ci dev'essere qualcosa che non va.
Si avvicin alle due donne. Eleonora lo accolse con una certa ostilit e si rivolse a Carmen.
- Se vuoi ti aspetto in macchina, cos poi ti riporto a casa.
- No, stai tranquilla: vai pure. Chieder al commissario di riaccompagnarmi, abito qui vicino, saranno dieci minuti a piedi, e piove pochissimo. Voglio anche prendere un po' d'aria... Grazie, Eleonora. Ti telefono pi tardi, magari.
- Va bene, se vuoi cos. Salutami tuo marito. A dopo.
E se ne and, senza salutare.
Ricciardi disse:
- Temo di non piacere molto alla vostra amica. Interpreta le mie domande sulla vita di Matteo come un dubbio sul modo di don Antonio di assistere i ragazzi, e anche lui condivide la sensazione.
Carmen rispose con la voce ancora arrochita dal pianto.
- E non  cos, commissario? Qual  il motivo delle vostre domande, se non questo?
Si avviarono, ripercorrendo via Toledo nel senso opposto al corteo funebre. Carmen aveva aperto un ombrellino per ripararsi dalla pioggia. Ricciardi constat che era giovane, probabilmente non pi che trentenne, ma aveva dentro un dolore insopportabile.
- No, signora, - rispose, - non ho dubbi su don Antonio. Penso che si potrebbe fare di meglio, s; ma fa pur sempre molto. E non ho nemmeno dubbi sulla tragica casualit della morte di Tett, se  per questo: quello che voglio capire  se e come posso evitare che succeda ancora a qualcun altro dei ragazzi. E per capirlo devo sapere di pi sulla vita del bambino, tutto qui.
Carmen si soffi il naso nel fazzoletto che aveva sotto il guanto.
- Capisco. Vedete, commissario, io sono sterile. Fin da bambina ho avuto un unico sogno: avere un figlio mio. La mia era una famiglia semplice, mio padre un maestro, mia madre stava in casa. La guardavo e desideravo di essere come lei: una madre, solo una madre. Poi ho conosciuto mio marito, e con lui avrei voluto avere dieci, dodici figli. Una di quelle belle, sane famiglie numerose. E invece niente, non sono venuti.

Ricciardi sentiva l'onda incessante della malinconia nella voce della donna: un flusso come la risacca del mare, calmo e terribile.
- Non so da quanti medici siamo stati, in quanti santuari. Mio marito  ricco, sapete: molto ricco. Avrebbe potuto adottarne cento di bambini, ma io non ho voluto. Volevo carne della mia carne tra le braccia, il frutto del mio amore, non di quello di altri. Dopo dieci anni mi sono... ci siamo rassegnati. Saremmo invecchiati da soli, e con noi sarebbe finito il nome di mio marito. Io mi sono data alla carit. Questa citt ne ha un disperato bisogno, sapete, commissario.
Ricciardi annu; ne era consapevole.
- Poi, dopo circa un anno, ho conosciuto Tett. Era il pi piccolo, balbuziente, non riusciva nemmeno a parlare. Ma aveva un sorriso, commissario, un sorriso che scioglieva un nodo in petto che non sapevo nemmeno di avere. Io lo ricordo... scusate...
Carmen fu interrotta da un accesso di lacrime. Ricciardi aspett che si calmasse.
- Ci siamo capiti subito,  bastato uno sguardo. Lui non parlava con nessuno, quel difetto di parola spazientiva gli adulti, anche Eleonora, mentre gli altri ragazzi lo prendevano in giro. Io non sono una persona paziente, non lo sono mai stata: con lui, per, lo ero. Ci mettevamo per ore, lui a disegnare e io a parlargli con dolcezza, e alla fine con me non balbettava quasi pi. Riusciva a dirmi del suo mondo, delle sue cose. Io raccontavo a lui, lui raccontava a me. Era come se le nostre due solitudini si fossero incontrate, dopo essersi attese per tanto tempo.
Ricciardi ascoltava, in silenzio. Poi disse:
- Lo vedevate spesso, signora? Intendo, a parte le lezioni che gli facevate due volte alla settimana.
Carmen sospir.
- Andavo a prenderlo perlomeno una volta alla settimana: adorava la mia macchina, era eccitatissimo ogni volta che poteva salirci. Gli avevo comprato dei vestiti che tenevano in parrocchia, coi quali lo vestivano quando usciva da solo con me. Lo portavo a mangiare, ma si saziava
subito, perch aveva lo stomaco piccolo. Io lo portavo in giro senza autista, lui si sporgeva dal finestrino, amava il vento in faccia, e d'estate scoprivo la capote e ridevamo, quanto ridevamo. Erano i momenti pi felici, per me e per lui. Era il figlio che non avevo avuto, commissario. Dio me l'aveva dato, alla fine.

35.

Venerd, 23 ottobre 1931. nono.

Nello stanzone fa freddo, freddissimo. E' ancora presto, ma Tett  sveglio da tempo, imbacuccato sotto le tele di sacco che usa come coperte.
L'umidit e la pioggia che picchietta sulle imposte ancora chiuse dovrebbero renderlo triste; invece Tett sorride felice. E' il giorno pi bello della settimana, quello. Il giorno del suo angelo.
Tett sogna a occhi aperti e aspetta. Quando Nanni apre la porta e urla di svegliarsi, balza dal letto e comincia a ripiegare le coperte improvvisate, recuperando da sotto il pagliericcio pantaloni e camicia. Rabbrividisce indossandoli, sono gelidi sulla pelle nuda.
Il sagrestano, una volta assicuratosi che anche i pi recalcitranti siano fuori dalle coperte, si avvicina a Tett e gli fa segno di andare con lui. Tett lo segue, con gioia. Gli altri ragazzi li fissano, e i gemelli si scambiano un cenno d'intesa.
Nell'altra stanza fa ancora pi freddo, perch non ci dorme nessuno;  un piccolo ambiente che il sagrestano tiene chiuso a chiave. C' un tavolo con due sedie e un armadietto di ferro arrugginito. Il sagrestano lo apre, tirando fuori la chiave dalla tasca. Tett non riesce a non sorridere, e Nanni lo guarda storto.
L'uomo prende dall'armadio un paio di calzoni corti e una blusa da marinaretto, un cappellino e un paio di scarpe di cuoio nere. Gli abiti sono immacolati e perfettamente stirati. Nanni li pone come una reliquia sul tavolo e si siede a osservare Tett che si cambia.
A Tett non piace lo sguardo del sagrestano;  uno di quegli sguardi in cui non si riesce a leggere niente. Tett sa, come tutti i ragazzi, che l'uomo si ubriaca la sera in una taverna vicino al porto. Lo hanno visto molte volte russare a bocca aperta sdraiato per strada, d'estate.
Ti stai facendo grande, dice Nanni. Proprio grande. Tett fa in fretta a vestirsi con gli abiti puliti, e per far presto perde l'equilibrio e quasi strappa i pantaloni. L'uomo fa uno scatto e gli molla uno schiaffone.
Stupido cacaglio, gli dice: questi calzoni valgono assai pi di te. Non hai idea di quello che ti fa don Antonio, se li strappi. A Tett ronza l'orecchio dov' stato colpito, ma ricaccia indietro le lacrime. Vuole solo fare presto, e uscire dalla stanza.
Nanni parla ancora: ricordati che io conosco il tuo segreto, cacaglio. Il segreto che sappiamo solo io e te. E ricordati che lo posso sempre dire, e se lo dico tu perdi tutto, cacaglio fesso. Perdi anche queste belle passeggiate che ti fai coi vestiti nuovi, in macchina con la signora.
Tett vorrebbe rispondere: vorrebbe dire no, io non lo voglio il segreto, tienitelo! Io voglio solo stare col mio angelo, e basta.
Ma perch non mi lasci in pace?
Vorrebbe; ma il serpente  subito salito dallo stomaco e si  avvolto attorno alla gola, e gli toglie il fiato. E come al solito, non lascia che parli.
L'uomo ride, e apre la bocca piena di denti guasti. A Tett arriva la puzza del vino. Tett chiude le palpebre e pensa: tra due minuti, tanto, io non ci sto pi qua dentro. Tra due minuti sto per strada, con don Antonio che mi tiene per mano, ad aspettare la macchina che arriva e mi prende.
Col mio angelo.

36.

Carmen si era fermata nei pressi di un portone, un palazzo tra i pi belli di via Toledo, subito prima di largo della Carit.
- Il figlio che non avevo avuto. Io non lo so, il motivo per cui mi sono tanto legata a lui. Avrei potuto scegliere un bambino ancora pi piccolo, e... sano, senza difetti. Forse una bambina, da educare e da vestire come una bambola. Molte lo fanno, sapete, commissario. Io ho tante amiche che hanno un pupillo, sul quale sfogano l'istinto di madre. Ma io non cercavo un giocattolo, e Tett infatti non lo era.
Ricciardi ricord il passaggio di buste bianche e chiese:
- Ho visto che don Antonio, in ospedale e anche alla fine della funzione, si  avvicinato a voi. A me ha detto che era preoccupato che non andaste pi dagli altri ragazzi, ora che Tett  morto. E' vero, questo?
Carmen fece un sorriso amaro. Secondo un processo che Ricciardi purtroppo conosceva bene, il dolore cieco andava lasciando lentamente il posto a una sorda malinconia che ci avrebbe messo un sacco di tempo a sfumare; e magari non sarebbe sparita mai pi.
- Il denaro. La preoccupazione di don Antonio  il denaro, credete che non lo sappia? Lo so bene; ma non m'importa. Io dispongo di molto pi denaro di quanto me ne serva. E lui, come avete detto voi stesso, almeno qualcosa per questi bambini la fa. Non lo so, se riuscir ad andare pi in parrocchia. Non me la sento di vedere quel posto senza...
Scoppi di nuovo in lacrime. Alcuni passanti si girarono: l'abito nero parlava di un lutto recente, e quindi la gente si scambi un cenno di commiserazione. Carmen si calm e riprese:
- Non mi affezioner mai pi a un bambino, commissario. Questo lo so. Gli accarezzavo la testa, e lui la schiacciava contro la mia mano, per non perdersene un momento. Non potr accarezzare mai pi un altro bambino.
Ricciardi provava una gran pena per la donna, privata dalla natura prima e dalla sorte poi dell'unico sentimento che avrebbe voluto provare.
- Signora, non dovreste parlarne adesso, con questa perdita cos fresca. Aspettate: in questo sono d'accordo con don Antonio. Sono cos poche le persone che fanno qualcosa per questi bambini perduti. Non potete rinunciare.
Carmen non ascoltava, presa dai ricordi.
- Gli avevo comprato una divisa da marinaretto. Quando lo andavo a prendere per le nostre gite chiedevo a don Antonio di mettergliela. Era bellissimo, e cos felice. Capivo dal fatto che quegli abiti non si consumavano che lo vestivano cos solo per uscire con me. Ma come pu essere successo, commissario? Poteva avere cos fame da mangiare le esche per i topi? Non avrebbe piuttosto detto a me, che gli avrei dato tutto?
- Non lo so, signora. Sto cercando di comprendere. Prima parlavo col dottor Modo, che ha fatto... le indagini necessarie sul corpo del bambino; ha trovato molti segni, lividi, ecchimosi. Niente di risalente al momento della morte, per, o immediatamente precedente.
- Io non ho avuto il coraggio di vederlo morto, commissario. Eleonora mi ha detto... era scandalizzata. Diceva che era atroce, imperversare cos sul povero corpo di un bambino morto. Io... io non so che cosa pensare, in realt. Non posso credere nemmeno che non lo vedr pi. Ma ditemi, quali segni? Che cosa sono, queste ferite che aveva?
- No, signora, non vere e proprie ferite. Piuttosto segni di maltrattamenti. Per esempio, qualcuno lo aveva preso per il collo, un paio di giorni prima.
La donna port la mano guantata davanti alla bocca, come per trattenere un urlo.
- Davvero? Per il collo... quindi qualcuno voleva ucciderlo? E allora, la sua morte potrebbe essere... mio Dio!
Ricciardi alz una mano, come a fermare il flusso di quei pensieri.
- No, no, signora. Non  cos. La morte, vi ripeto,  stata accidentale. Non ci sono segni di ingestione forzata. Tett ha mangiato volontariamente le esche. Quello che mi interessa sapere  se lui vi ha raccontato di qualche maltrattamento, di recente. Di qualche lite violenta. Se insomma ci poteva essere qualcuno che ce l'aveva con lui.
Carmen cerc di ricordare.
- So che la vita in parrocchia non era facile, questo s. Non gli piaceva parlarne, forse temeva che avrei protestato con don Antonio e che ci sarebbero state ritorsioni. Gli altri ragazzi lo prendevano in giro per la balbuzie, si rifacevano su di lui perch era il pi piccolo, il pi indifeso. Una volta gli vidi un livido sulla faccia ma non mi volle dire come se l'era procurato, diceva che era caduto ma io non gli credetti. Allora lo dissi al parroco, che mi promise di provvedere, ma non ne seppi pi nulla.
Ricciardi approfitt dell'occasione.
- E delle persone che gli stavano attorno e di quello che faceva, le parlava mai? Dell'apprendistato, per esempio; del sagrestano, dello stesso don Antonio; se frequentava qualche luogo, se andava in qualche posto, che so, magari con quel rigattiere, quel Cosimo Capone, o con altri?
Carmen si pass una mano tremante sugli occhi, scavando nella memoria:
- Non so, io veramente, in questo momento non mi pare... Mi faceva male pensarlo abbandonato a s stesso, e lui lo sapeva, quindi non mi raccontava poi molto. Quell'uomo, quel rigattiere dove faceva apprendistato, per esempio: un giorno mi capit di incontrarli insieme. Vidi prima Tett; mi fece pena, lacero, con quel suo cagnolino. Ma sorrideva, per; non mi parve infelice. L'uomo era strano, vestito con una marsina logora e un cappello sformato, che declamava credo una poesia, la gente attorno che rideva. Insomma, me ne andai per non farmi vedere da Tett, lui ci teneva tanto a essere ben vestito e pulito, quando mi incontrava. Ma non mi parve cattivo, e vi ripeto, Tett sorrideva.
Ricciardi insistette.
- E al di l del giro col rigattiere, andava in altri posti? Per esempio, di sera andava da qualche parte?
Carmen corrug la fronte.
- No, commissario. La cosa pi strana  proprio questa: Tett di notte fuori, mi pare assurdo. Non amava il buio, aveva paura; non ce lo vedo, per strada, in queste serate di pioggia, con tuoni e fulmini. E comunque non in posti insoliti rispetto a quelli che praticava gi. Dio, commissario, non posso crederlo: che sia morto, che magari si poteva evitarlo.
Ricciardi consider che sarebbe stato meglio concludere la conversazione; la donna sembrava sull'orlo di un crollo nervoso.
- Signora, non parliamone pi, per ora. Siete stanca, avete bisogno di riposare. Se dovesse venirvi in mente qualcosa, in questura troverete il brigadiere Maione; io mancher per qualche giorno, ma lui sa dove rintracciarmi.
Carmen annu, ancora pensosa, e si avvi verso il portone. Poi si ferm e torn indietro.
- Voglio dirvi una cosa, commissario. Forse penserete che, se l'avessi amato quanto dico, avrei adottato Tett e lo avrei tenuto con me.
- Signora, io...
La donna lo interruppe, alzando la mano guantata.
- Lo so, che lo pensate. Lo penso anch'io. E ne avevo l'intenzione, Dio m' testimone. Ma dovete sapere che mio marito  malato, molto malato. La sua infermit lo invalida completamente, e portare un bambino in casa, in questa condizione, sarebbe stato fargli del male.
Ricciardi era imbarazzato da quelle confidenze.
- Signora, vi prego: io non ho titolo per giudicare nessuno. Voglio solo capire se nella disgraziata morte del bambino c' qualcosa che la possa spiegare. Tutto qui.
Carmen annu.

- Ma io sar per sempre dannata, commissario. Sar dannata dal pensiero che se fosse stato con me, quella notte, e non abbandonato al proprio destino, adesso probabilmente Tett sarebbe vivo. E io avrei avuto ancora una possibilit di essere felice.
Si gir e and via, portando sulle spalle un immenso dolore. Ricciardi ebbe pena di lei, perch quello che aveva detto era vero.

37.

Venerd, 23 ottobre 1931. nono.

Tett lascia la mano di don Antonio e sale in macchina. Socchiude gli occhi: l'odore della pelle dei sedili, dell'olio caldo del motore, della benzina. Il rumore della velocit, il vento leggero che entra dal finestrino.
Ciao, amore mio, dice il suo angelo. Lui le sorride, innamorato. Adora ogni momento che passa con lei, dovunque stiano, dovunque vadano. Prova un po' di dispiacere per aver lasciato il cane, ma sa che lui lo capisce perch gliel'ha spiegato: solo pochi minuti sono, gli ha sussurrato nell'orecchio, un'ora o due al massimo.
Lei gli accarezza la testa, lui tiene il berretto in mano. Dove vuoi andare?, gli chiede. Ti va una bella pasticceria? S, dice lui. Certo che s.
Pensa che gli altri bambini un momento cos non ce l'hanno. Se lo sognano, un momento cos. Una delle prime volte gli hanno chiesto di raccontare: di, cacaglio fesso, dicci dove sei andato con la signora Carmen. E lui glielo avrebbe voluto raccontare, ma il serpente  salito dallo stomaco e non ce l'ha fatta; allora gli hanno dato le botte, i gemelli a tenerlo fermo, Saverio a prenderlo a calci nella pancia e Amedeo a ridere. Cristiano invece  uscito, per non vedere.
Cristiano a Tett piace. Pensa che potrebbero essere pure amici, se lui riuscisse a parlare. E' l'unico che qualche volta lo protegge, l'unico che si mette in mezzo.
Da allora, ogni volta che vanno fuori prega l'angelo di lasciargli portar dietro qualcosa, un dolce, qualche biscotto, una pasta. Cos gliela d, loro mangiano e nessuno lo picchia.
Tutti ce l'hanno con lui, per questo fatto che il suo angelo gli vuole bene. Ma siccome ognuno ha qualcosa in cambio, gliela lasciano, questa cosa, e non lo ammazzano di botte o dicono qualcosa di falso, di brutto a lei.
Mentre la macchina arriva alla pasticceria e si ferma, Tett ripensa a quello che ha detto Nanni, il sagrestano. Pensa a questa cosa brutta che sta succedendo, a questo segreto che non voleva e al fatto che se l'angelo lo sapesse, come ha detto Nanni, non lo vorrebbe pi vedere.
Tett potrebbe perdere tutto. Anche il cane, potrebbe perdere, e lui lo ama da morire,  l'unico amico che ha. Ma non rinuncerebbe mai a quei momenti con l'angelo. Mai.
Adesso sono entrati nella pasticceria, il proprietario si inchina, li affida a un cameriere che li porta a un bel tavolino. L'angelo gli chiede cosa desidera, lui indica una pasta con la crema.
Mangia, non finisce perch non ce la fa. L'angelo ride, dice: ma  mai possibile che hai tanta fame, sei tanto magro e mangi quanto un uccellino. Lui ride: quanto un uccellino! Prega l'angelo di far mettere la mezza pasta rimasta in un cartoccio, cos la porta agli altri ragazzi. Lei si commuove, e intenerita gli dice: bravo, quanto sei buono a pensare ai bambini meno fortunati. Tett pensa: s, e poi cos nessuno mi batte come un tamburo di Piedigrotta.
Pensa che un pezzettino magari riesce anche a conservarlo per darlo al cane, ma deve trovare un altro posto per nasconderlo, ora che sanno del mattone spostato nel muro.
Il suo angelo gli chiede le solite cose. Come stai? Come ti trattano in parrocchia? Qualcuno tifa del male? E il rigattiere?
Che dovrebbe rispondere, Tett? Dovrebbe forse rovinarsi quei momenti tanto attesi, cos voluti? Dovrebbe parlare dell'odio, dei dispetti, degli sfott? Non  meglio, pensa Tett, separare le due vite, e godersi quei momenti di paradiso?
No. Scuote la testa e sorride. Va tutto bene, angelo mio.
Tutto bene, se tu sei con me.


38.

Livia decise di andare in questura per sapere dove fosse e che cosa facesse Ricciardi: aveva contribuito in maniera determinante alla concessione delle ferie, senza avere successivamente alcuna manifestazione che fosse ancora vivo.
Le notizie ricevute dall'organizzazione di Falco, mediante la lettura del rapporto, erano state materia di lunga riflessione, in seguito alla quale il fascino che il commissario esercitava sulla donna si era ulteriormente incrementato.
Era nobile e ricco, quindi; in possesso di una posizione che gli avrebbe consentito di rivestire un ruolo importante nella vita dell'alta societ. Non era omosessuale, e ci confermava quello che l'istinto le aveva suggerito. Non aveva una donna. Aveva scelto di vivere modestamente, con la vecchia tata e in una zona non elegante, in disparte. Anche l'amicizia con Modo, per pericolosa che fosse, indicava che Ricciardi aveva valori che prescindevano dall'utilit personale.
Quell'uomo era un mistero vivente. Affascinante, pens Livia scendendo dallo sportello tenuto aperto dall'autista. Molto affascinante.
Nell'androne si materializz Ponte, l'untuoso assistente di Garzo, evidentemente di vedetta in attesa di novit.
- Signora, benvenuta. Il dottore Garzo sar felicissimo, di vedervi. Prego, prego, venite con me, vi accompagno da lui.
Livia non era certo l per Garzo.
- No, grazie. Io vorrei incontrare il commissario Ricciardi, veramente.
Ponte l'aveva presa per il gomito e non la mollava.
- Ma il commissario Ricciardi non c', signo'. E' in vacanza, non vi ricordate? Anzi, penso che forse lo vedete pi voi che noi, in questi giorni, no? Venite, venite. Un momento solo, il dottore vi saluta e ve ne andate. Quello se sa che siete venuta e io non vi ho portato da lui, sapete come si arrabbia!
La condusse per le scale fino all'ufficio di Garzo, che la vide dallo spiraglio della porta.
- Mia cara signora! Finalmente un raggio di luce in questa giornata umida e buia! Accomodatevi, prego, accomodatevi qui!
Livia si era pentita di aver avuto l'idea di andare in questura.
- No, dottore, non vi voglio far perdere tempo, con tutte le cose che avrete da fare. Io ero passata per... volevo solo dire una cosa a Ricciardi, ma il vostro assistente mi ha detto che non c', quindi...
Garzo l'aveva fatta sedere quasi a forza e aveva chiuso la porta dietro di lei.
- Ma solo cinque minuti, non  mai una perdita di tempo parlare con voi e soprattutto vedervi. Come state? Come vanno le cose?
- Bene, molto bene, grazie. Vado completando la mia organizzazione domestica.
Garzo cercava di mostrarsi affascinante e mondano, apparendo a Livia pi insulso del solito.
- E a proposito di organizzazione, come va quella del ricevimento? In citt non si parla d'altro. Personalmente, non oso dire che ne abbiamo parlato, e che addirittura avete espresso la volont di invitare me e la mia signora, ma ascolto sempre con grande attenzione.
- S, so che la gente si cura fin troppo di questi piccoli eventi mondani. Per me  solo un'occasione di rivedere una vecchia amica e di presentarle le mie nuove conoscenze, tutto qui.
Il vicequestore assunse un'aria cospiratrice.
- Parliamoci chiaro, signora: il vostro ruolo e la vostra presenza in citt sono osservati. Osservati con tanta, tanta attenzione.
Segu un attimo di silenzio. Livia guardava il funzionario con una nuova consapevolezza: poteva darsi che quel vanitoso burocrate fosse informato dell'attivit dell'organizzazione misteriosa della quale Falco faceva parte. In fondo si trattava di un qualche tipo di polizia, e la questura poteva pur esserne consapevole. In quel caso, forse Garzo avrebbe potuto, nell'ansia di compiacerla, fornirle qualche altra notizia su quanto Ricciardi fosse nelle loro attenzioni. Livia era certa di poter proteggere il commissario.
Decise di mostrarsi consapevole della sorveglianza della polizia segreta, per far aprire Garzo a qualche confidenza.
- Certo, dottore; so bene che la figlia del Duce, e di riflesso questa sua insignificante amica, debba essere protetta e quindi sorvegliata. Sono tempi difficili, chi meglio di voi lo sa. Ma siccome non abbiamo niente da nascondere,  rassicurante sentirsi protette. Soprattutto quando chi sorveglia ha la gentilezza di informarci. Per quanto riguarda il ricevimento, sar reso sicurissimo, quindi, quali invitati, state pure tranquilli.
Garzo si illumin: essere annoverato esplicitamente fra gli invitati, e scoprire nel contempo che Livia sapeva della sorveglianza della polizia segreta e ne era contenta, era pi di quanto si aspettasse.
- Signora, lo so anch'io e ne sono felice. Avete detto benissimo: quando non si ha niente da nascondere, essere sorvegliati  addirittura rassicurante.
Non era vero, e lo sapevano entrambi. Circolavano troppe voci su persone inconsapevoli e innocenti portate in luoghi segreti a subire processi che inevitabilmente sfociavano in condanne; ma si fidavano troppo poco l'una dell'altro per esprimere timori.
- Dottore, ero passata per avere notizie di Ricciardi, che non vedo dall'ultima volta che sono venuta qui. Ne sapete qualcosa? E una vera primula rossa, quell'uomo!
Fece seguire le parole da una risata allegra, per non tradire una punta di preoccupazione.
- No, signora. Anzi, vi dir che vorrei sapere qualcosa di pi di quello che combina. Giacch stiamo parlando in confidenza, vi dico che a volte prende iniziative personali che lo mettono a rischio di guai; assume comportamenti, ha frequentazioni che potrebbero essere interpretati male. Voi e io, che gli siamo amici, dovremmo spingerlo a una maggiore attenzione.
Livia comprese immediatamente che Garzo aveva le stesse informazioni che erano state fornite a lei. Che altro sapeva?
- Infatti. E proprio quello che mi riprometto di fare, quando si degner di farsi vedere. Ma voi, dottore, avete idea di quali siano gli impegni che lo hanno portato a prendere questi giorni di vacanza? Dove lo posso raggiungere, per parlargli?
Il vicequestore non era intenzionato a spingersi oltre. Non si poteva mai sapere: e se la stessa Livia fosse stata un'informatrice di Falco e dei suoi? In fondo veniva da Roma, non si poteva esser certi che non fosse stata mandata da qualcuno per indagare su di lui e sulla questura.
- Mah, non saprei proprio dirvi. C'eravate voi, l'ultima volta che l'ho visto. E poi con Ricciardi, lo sappiamo bene, non si pu mai dire. Spero solo che non si cacci in qualche guaio che sia al di fuori della mia capacit di proteggerlo, anche perch dovete sapere, signora, che nonostante l'affetto e la simpatia personale, io non farei mai nulla che contrastasse anche minimamente con la volont del regime.
Livia trattenne un moto di disgusto. Quell'uomo era un vigliacco, e pensava che lei stessa fosse un'informatrice.
- Ne sono pi che certa, dottore. Grazie. Ora per devo andare, ci sono ancora molte cose da fare.
Garzo si alz per accompagnarla alla porta.
- Certo, certo, capisco benissimo. Arrivederci, allora, cara signora. Aspetto... posta da voi.
- E non mancherete di riceverne. Buona giornata.
Proprio mentre l'automobile usciva dall'edificio, Livia intravide la sagoma massiccia del brigadiere Maione. Disse all'autista di fermarsi, scese e l'avvicin.
- Brigadiere, buon pomeriggio. Come andiamo? Sono appena stata sequestrata dal vostro dottor Garzo, che non sa nulla di Ricciardi. Voi sapete per caso dirmi che fine ha fatto?
Maione sembrava in difficolt.
- No, no, signora. E come faccio io a sapere che fa il commissario? Quello sta in vacanza, come risulta pure a voi, beato lui. E noi invece qua a lavorare.
Livia spazz con un gesto sbrigativo la reticenza del brigadiere.
- Non facciamo scene, brigadiere. Il benessere e la salute di Ricciardi stanno a cuore a voi come a me. In che pasticcio si  cacciato, si pu sapere? Un uomo non sparisce dalla sera alla mattina, e io so che voi non rimarreste senza sapere niente o lui senza informarvi, quindi ditemi: che cosa sta succedendo?
Maione era un uomo sposato: conosceva bene la testardaggine delle donne e sapeva di non avere sufficienti risorse per resistere. Meglio dire qualcosa, pens; cos la teniamo buona.
- Signo', forse vi ricordate che il commissario vi accenn quando vi siete visti, che c'ero pure io, della morte di questo bambino a Capodimonte. Era un orfanello, povera creatura. L'ultima volta che ci ho parlato si stava interessando di questo fatto, ma cos, solo per capire meglio. Aveva chiesto al dottor Modo di fare un'indagine sul cadavere, voleva sapere come era morto, queste cose qua. Vi so dire solo questo. Scusatemi, signo', vi devo lasciare, adesso. Ho finito il turno, e prima di tornare a casa devo passare da una parte. Vi saluto, buona serata.
E, toccatosi la visiera del cappello, se ne and sotto un enorme ombrello nella pioggia.
Nel sentire il nome del dottore, Livia si preoccup ancora di pi. Con tutte le sue forze, sper che Ricciardi non si stesse cacciando in un brutto guaio.

39.

Per la centesima volta, passando davanti alla finestra, Enrica gett uno sguardo dall'altra parte della strada. Buio. Da Ricciardi non venivano bagliori di luce. La cosa era angosciante, perch lei non poteva sapere se la sua lettera di risposta fosse stata letta o meno.
Aveva scelto un tono cortese, cordiale ma non affettuoso, attraverso il quale informava Ricciardi che non le dispiaceva affatto essere salutata, cos come era un piacere per lei incontrarlo e salutarlo a sua volta. Faceva riferimento ai rapporti di buon vicinato, e all'educazione ricevuta. Con apparente disinvoltura, verso la fine della paginetta scritta con la grafia precisa di mancina incorreggibile persino dalle suore, aveva lasciato cadere la notizia che non avrebbe offeso nessuno salutandola, e cos sperava di lui.
Ora era molto preoccupata. Temeva che quel riferimento all'inesistenza di un fidanzato e di una fidanzata fosse un po' minaccioso, e facesse credere che lei aspirava a un legame serio e definitivo. E se lui avesse pensato che la sua condizione di donna sola a quell'et la rendesse una cacciatrice, in cerca disperata di un matrimonio? Se avesse avuto paura e si fosse allontanato? Se non le avesse pi scritto, lei che avrebbe fatto?
Sospir; per una persona paziente come lei, quell'ansia dell'attesa era una situazione nuova e assai difficile da sopportare. Decise che, se non avesse ricevuto risposte entro il giorno successivo, sarebbe tornata da Rosa per avere notizie.

Affannando in salita e imprecando contro la pioggia che nonostante l'ombrello gli si infilava nel colletto, il brigadiere Maione rifletteva preoccupato. Le domande di Livia, la crescente tensione che si avvertiva in questura, la terribile propensione di Ricciardi a cacciarsi a capofitto nei guai lo facevano stare in ansia per lui.
Soprattutto, lo avviliva non comprendere il motivo per cui il commissario volesse rimestare nella vita di quel povero bambino. Si era abituato nel tempo a non discutere le intuizioni di Ricciardi, di cui non seguiva i percorsi logici che spesso si rivelavano corrispondenti a quello che realmente era successo. Le stesse analisi, i processi mentali che tanta diffidenza ispiravano in quei poliziotti che evitavano di confrontarsi col suo superiore e che livorosamente non perdevano l'occasione di definirlo menagramo, per Maione erano verit rivelate, frutto di una misteriosa capacit che non si sognava di discutere.
Eppure stavolta, pens mentre affrontava l'ultimo tratto della salita, il rischio era grosso: la protesta semiufficiale dell'arcivescovado, giunta peraltro nel momento difficile della prossima visita di Mussolini, metteva in mano a quell'idiota di Garzo un'arma molto pericolosa. Che cosa aveva visto Ricciardi nella fine tragica di quell'orfanello? Quale piccolo indizio, quale sensazione che ci fosse sotto qualcos'altro?
Non lo capiva; ma proprio perch non era abituato a discutere quello che Ricciardi gli ordinava, aveva intenzione di accompagnarlo in quella strada pericolosa: e che tutto il resto andasse a farsi fregare come e dove voleva.
Fiss sconsolato la ripida rampa di scale che avrebbe dovuto salire; il commissario gli aveva chiesto di raccogliere informazioni, e lui aveva messo in moto il migliore degli informatori di cui disponeva. E se costui aveva l'eccentrica abitudine di conferire sempre e comunque a casa sua, che era appunto in cima alle scale che stavano in cima alla salita pi ripida di Napoli, lui ci sarebbe andato.
Fu cos un brigadiere stanco, affamato e fradicio di pioggia e di sudore quello che buss alla porta di Bambinella.
Il vero nome di quel particolare personaggio era noto a pochissimi; il soprannome, col quale era universalmente famoso nei vicoli pi sordidi, derivava da una canzone di Raffaele Viviani molto in voga negli ultimi anni, la cui protagonista era una prostituta bella e innamorata. La figura che apr la porta, avvolta in uno sgargiante kimono di seta fiorata e pesantemente imbellettata, era effettivamente bella nei lineamenti e magari pure innamorata: tuttavia era evidente, sotto la cipria, un velo di barba scura che alimentava l'equivoco indotto dall'altezza e dall'ampiezza delle spalle.
- U, brigadie' : e che bella sorpresa, con questo tempo da lupi! Io mi credevo che non venivate pi, a quest'ora. Accomodatevi, prego: fate come se foste a casa vostra.
Il tono basso, di gola, era maschile: ma la modulazione, dolce e affettata, non lasciava dubbi sull'assoluta femminilit di chi parlava. Bambinella camminava, respirava e viveva perfettamente a proprio agio lungo una sottile linea di confine: il che era possibile solo l, nella citt pi tollerante del mondo. A cui era peraltro talmente organico che riusciva, per la naturale propensione al pettegolezzo, a sapere in tempi brevissimi tutto di tutti, e a fare dono delle informazioni soltanto al brigadiere Raffaele Maione, in nome di una stranissima e particolare amicizia tra due persone che pi lontane non avrebbero potuto essere.
- Bambine', mi devi credere: fra tutte le storture tue, questa di voler parlare con me solo a casa tua, che sta sulla cima di una montagna,  quella che meno sopporto. Una volta di queste mi fai venire un infarto e mi porti sulla coscienza, mi porti.
Maione si era lasciato cadere su una poltroncina di vimini che gemette sotto il peso, allentandosi il colletto della camicia e sventolandosi col fazzoletto. Bambinella si sedette di fronte a lui, inclinando le gambe fasciate da calze velate.
- E gi, quello ci manca solo che ci vedono insieme in un caff a fare le nostre chiacchiere. Cos a me qualcuno mi apre la panza col coltello, e a voi minimo minimo vanno a dire alla signora che vi hanno visto con la sciantosa pi bella di Napoli, e vi apre la panza pure lei.
Maione andava riprendendo fiato.
- Questo pure  vero, e io perci ci vengo, fino a qua. Ma ci sta un'altra possibilit: che io ti arresto e cos possiamo parlare quanto voglio io comodamente, senza nemmeno fare le scale. Che ne dici?
Bambinella batt le mani.
- E bravo il brigadiere, questa s che  una buona idea. Cos io ci ho il vitto e l'alloggio a gratis, e voi rimanete con in mano le informazioni che posso avere in galera, che dite, vi vanno bene?
Maione sbuff.
- D'accordo, ti lascio libera per mo'. Vediamo se quello che hai per me  sufficiente, se no magari ci ripenso. Allora?
Bambinella alz gli occhi al cielo, come per richiamare alla memoria i dati.
- Dunque, che volevate sapere? Ah, s, Cosimo il saponaro. Ma poi, perch vi interessa? Quello  un povero dio, senza arte n parte, che pu avere combinato?
- Te l'ho detto, Bambine', ti devi fare i fatti tuoi, con me. Solo con me, per, se no diventi inutile e io ti devo sbattere in galera.
- Mamma mia, e come siete rude! La fortuna vostra  che a me gli uomini in divisa mi piacciono troppo, e non riesco a dirvi di no. Allora, Cosimo: avevate ragione voi, me l'ha confermato una compagnella mia che sta a servizio nel palazzo all'angolo di San Giovanni Maggiore con Sedile di Porto, che l'ha visto all'opera. Effettivamente rubacchia. Il metodo  semplice: lui si mette a chiacchierare, racconta fatti inventati, fa complimenti, e le femmine si distraggono. Quelle, noi donne siamo sceme: ci facciamo incantare dal primo che arriva e ci fa un complimento.
Maione consider il filo di barba e i peli irti che facevano capolino dal kimono che la grossa mano di Bambinella teneva stretto sul torace, e disse:
- Hai proprio ragione: voi donne cos, siete. Vai avanti.
- Insomma, mentre lui parlava, la creatura che teneva appresso, che era appunto il povero bambino che avete trovato morto a Capodimonte, si infilava di soppiatto nelle case e pigliava qualche cosa. Niente di eccezionale: una forchetta, un soprammobile, una federa. Tutta roba che poi si trovava sul carretto del saponaro, ma in un altro quartiere, se no si faceva scoprire. Cosarelle, eh: ma arrotondava. Mo' si deve capire come si organizza senza il bambino.
Maione si gratt la testa.
- Quindi un reato, pure se piccolo, ci stava nella vita di questo bambino. Anche se l'esperienza mi dice che i ladri difficilmente sono assassini.
Bambinella si drizz sulla sedia.
- Assassino? Perch, voi dite che il bambino  morto ammazzato? Uh, Madonna mia, e secondo voi  stato Cosimo?
- No, Bambine', calmati, per carit! Non ho detto assolutamente questo, e poi il bambino, gi te l'ho detto,  morto perch si  mangiato per sbaglio il veleno per i topi. Sto solo cercando di spiegarmi perch il commissario mi ha chiesto queste notizie, solo questo.
Bambinella sospir.
- Quello il commissario vostro ogni volta che tiene un dubbio alla fine si scopre che ci aveva ragione. Mamma mia, che bell'uomo che ! Peccato che tiene un brutto carattere e che porta male, salute a noi, se no ci facevo proprio un pensierino, dato che voi non mi volete.
Maione si lament.
- E no, che non ti voglio, Bambine'! Io sto qua solo per evitare di arrestarti, lo sai, che il mestiere tuo in mezzo alla strada come lo fai tu non si pu fare. E non ti permettere di dire pi che il commissario mio porta male, se no, informazioni o non informazioni, ti sbatto dentro.
Bambinella prese un ventaglio e cominci a sventolarsi.
- Uh, e come vi infiammate subito! Vabbe', non lo dico pi che porta male, pure se in questura lo dicono tutti quanti. E per il mestiere mio, brigadie', non  colpa mia se i casini li fanno solo per le femmine all'anagrafe. Mo' una per campare come si deve industriare, abbiate pazienza?
Maione agit le mani in segno di resa.
- Va bene, mi arrendo, hai ragione, basta che andiamo avanti. Che altro hai saputo?
Bambinella enumer:
- Dunque: Cosimo vi ho detto,  un miserabile; al massimo pu arrabbiarsi, ubriacarsi e dare fastidio a qualche femmina in mezzo alla strada, ma secondo me non fa male a nessuno. Dice che ammazz a uno quando era ragazzo, ma si sa che non fu lui ma un altro che poi  scappato in America. Ho chiesto in giro della vita nella parrocchia, e mi hanno confermato quello che vi hanno detto a voi; in pi ho saputo che il prete, don Antonio, presta i soldi con l'interesse. Non cose grosse, un poco qua e un poco l, e minaccia a chi non li pu restituire di farlo sapere. Voi non vi rendete conto di quello che la gente sopporta pur di non fare sapere in giro che si puzza di fame. E poi si dice pure che compra e vende case, appartamenti, negozi, e li intesta a prestanome che pigliano le pigioni e le dnno a lui. Insomma, un affarista che per passatempo fa il prete.
Maione era disgustato.
- Che bella cosa. Predica bene e razzola male: questo  proprio il caso di dirlo. E poi?
Bambinella sorrise, sussiegoso:
- Un'altra bella notizia me l'ha detta una compagna mia che fa i capelli alle vecchie, proprio nella zona di Santa Teresa. Dice che il sagrestano, un ubriacone che si chiama Nanni, oltre a bere tiene il vizio di mettere le mani addosso... proprio addosso, mi capite... alle femmine e, sentitemi bene, ai ragazzini. Insomma,  uno fissato con quella cosa l. Alla compagna mia ce l'ha raccontato una vecchia bacucca che addirittura lo ha messo a posto, e diceva la compagna mia che invece era meglio che accettava, che  talmente vecchia e brutta che quando ci ricapita pi? Comunque, l'hanno visto che cercava di abbracciare a uno dei ragazzi pi grandi, mentre era ubriaco, e quello ci ha dato un calcio ed  scappato. Mo' non so se vi serve, questa cosa, ma ve la volevo dire.
Maione assunse un'aria pensosa.
- Insomma, un bell'ambiente, questa parrocchia del Soccorso. Guarda un poco che schifo, in questa citt qualsiasi tombino alzi esce una fogna. Va bene, va'. Questo mi pare tutto: grazie, Bambine', se mi serve qualche altra cosa ti faccio sapere. E tu nel frattempo, mi raccomando, tira dritto e non ti fare accoltellare da nessuno.
Bambinella si era alzato in piedi per accompagnarlo alla porta.
- Brigadie', voi lo sapete che qua siete sempre il benvenuto. Ve l'ho detto, non c' pericolo che vi vedono, perch casomai io dico che siete un affezionato cliente.
Maione lo squadr arcigno.
- Tu permettiti solamente, di dire una cosa cos, e io se non ti ammazzo ti sbatto in galera per trent'anni, hai capito?
- Ho capito, ho capito. E vabbe', dico che venite in incognito e non lo volete fare sapere, va bene?
Maione ripieg le spalle, sconfitto.
- Dici quello che vuoi tu! Se hai altre notizie, mandami a chiamare.
Proprio mentre il brigadiere si trovava sul pianerottolo, Bambinella lo richiam.
- A proposito, mo' mi dimenticavo... Vi devo dire che un cliente mio, che fa il venditore di frutta ambulante, un bravo guaglione che non tiene soldi perch ci ha sei figli e allora io ci faccio met prezzo perch mi fa pena, ha visto il bambino, quello che  morto, dice che girava con un cagnolino,  vero?
Maione annu.
- S. Be'?
- L'ha visto non lontano dalla parrocchia, sabato scorso. Il cliente mio  rimasto colpito perch lo aveva visto sempre solo, lui e il cane, qualche volta gli regalava una noce, una ciliegia a maggio, gli faceva pena perch vi ho detto, tiene pure lui i figli piccoli. E invece questa volta qua non era solo, il bambino.
- E con chi stava? Con gli altri ragazzi? Col sagrestano?
- No, no. Stava con un uomo alto, elegante: un signore, insomma. E al cliente mio ci  rimasto impresso, perch non camminava bene, zoppicava un po', insomma. Il cliente mio ha pensato: vedi un po', un cacaglio e uno zoppo. Che bella coppia.

40.

Nulla di meglio della cena di Rosa, se hai gi mal di testa, pensava Ricciardi:  talmente deflagrante che lo stomaco, nell'impegno improbo della digestione, pretende la massima attenzione e qualsiasi altro malessere diventer secondario. E guai a non mangiare: Rosa metter il muso e l'aria in casa diventer irrespirabile.
Quella sera gli era stata inflitta, con la pretesa di ricostituire il necessario calore corporeo, una zuppa maritata: in una ciotola delle dimensioni di una piazzetta navigavano salsicce, lardo, fagioli, sedano e altri elementi non identificabili. L'aglio e la cipolla imperversavano, come era avvertibile fin dall'androne del palazzo. Ricciardi valutava una completa digestione non prima di quarantott'ore, sempre se non fosse defunto prima.
I pensieri non l'avevano mai lasciato, mentre combatteva con l'intruglio sotto lo sguardo vigile della cuoca, come sempre in piedi a sorvegliare il pasto sulla soglia della cucina. I volti di don Antonio, di Carmen ed Eleonora, quelli dei ragazzi, la figura ambigua del sagrestano si succedevano nella sua mente, alternandosi al rigattiere misterioso, al padrone del deposito di alimentari, ai mille occhi diffidenti e malevoli che gli si posavano addosso dalla penombra dei vicoli, come quelli del giovinastro che aveva chiesto a Cristiano se avesse bisogno di aiuto. Non riusciva a formarsi un'idea completa della vita del bambino morto: qualcosa continuava a sfuggirgli.
Cominciava a capire il sordo, fortissimo bisogno di affetto che spingeva Tett a compiacere chi gli stava attorno, e a spingere questi stessi ad approfittarne per perseguitarlo; esclusi Carmen e il cane. Il pensiero di quest'ultimo gli diede un brivido, mentre ascoltava alla radio gli arabeschi di un'orchestra jazz. Non si era abituato a ritrovarselo a pochi metri, in silenzio, appena distinguibile nella pioggia. Gli sembrava che fosse quel bastardino, col mantello chiazzato e un solo orecchio alzato, il committente della sua indagine.
Toss, con un'immediata fitta alla gola. Troppa acqua e vento freddo: il preludio a un raffreddore. Avvertiva quella stanchezza nelle membra che anticipa la febbre.
Con dolorosa ironia pens che lo avrebbe rasserenato vedere il fantasma del bambino, magari in un vicolo nei pressi di dov'era morto.
Forse un uomo, tornando a casa dal lavoro a tarda sera, ne aveva ritrovato il cadavere davanti alla porta della sua abitazione, sotto l'acqua, e per non essere coinvolto in un'indagine di polizia, per non dover dare risposte su qualcosa che non sapeva, lo aveva portato sullo scalone, componendolo con rispetto e tenerezza.
Forse una donna se lo era ritrovato morto nell'androne di un palazzo, e non aveva avuto il coraggio di chiamare qualcuno, portandolo dove sarebbe stato visto dal primo passante.
Forse gli stessi ragazzi, suoi compagni di scorribande, lo avevano portato lontano da dove insieme avevano rubato qualcosa. In fondo Cristiano lo aveva accompagnato subito al deposito.
Ma li l'immagine del Fatto non c'era. E non c'era nello stanzone della parrocchia, n lungo la strada che portava al Tondo di Capodimonte, n ovunque fosse stato negli ultimi giorni, sulle tracce della vita di Tett.
La sua mente and alla testa penzolante e al dolore della compenetrazione in quella solitudine. Per paradossale che fosse, sarebbe stato rasserenante subire una volta in pi il male estremo, sentirsi addosso il Fatto e le ultime dolenti parole del distacco del bambino dalla sua vita terrena. Vederlo magari in preda all'immenso bruciore del veleno, alle convulsioni, la bava giallastra alla bocca, gli arti serrati in un ultimo terribile spasmo. Lo avrebbe osservato, occhi negli occhi spenti. Ne avrebbe ascoltato le ultime parole, come sempre incoerenti col momento estremo, rilevando una volta di pi come, morendo, si va verso il nulla guardando indietro.
Almeno avrebbe saputo; e si sarebbe messo l'animo in pace. Avrebbe avvicinato il cane, gli avrebbe offerto qualcosa da mangiare, e poi ognuno per la sua strada. Ognuno coi suoi ricordi insopportabili.
L'annunciatore declam che un rabarbaro offriva agli, ascoltatori la prossima canzone, Polvere di stelle: e l'orchestra attacc una malinconica melodia.
Si alz dalla poltrona, la testa in fiamme, la gola in fiamme, lo stomaco in fiamme. Seguito da due pupille indagatrici che lo scrutavano dalla cucina, vide sulla mensola dell'ingresso una busta chiusa che gli era sfuggita fino ad allora. La prese con titubanza: immagin subito di che si trattasse, e ne ebbe un'immediata, feroce paura.
La risposta di Enrica. Gli aveva scritto anche lei.
Ebbe una vertigine, accompagnata dalla nausea; mascher il malessere, per evitare una qualche terribile tisana del Cilento che sarebbe stato il colpo di grazia alle sue precarie condizioni. Non intendeva perdere le residue chance di non vomitare.
Chiese a Rosa:
- Chi l'ha portata, questa lettera? Non  arrivata per posta ordinaria, non  affrancata.
La tata, che non aveva perso un solo movimento di Ricciardi, finse di trasalire.
- Mamma mia, e che paura che mi avete fatto mettere, mi credevo che vi eravate addormentato sulla poltrona. Quella lettera? E che ne so chi l'ha portata? Io l'ho trovata nella cassetta della posta, gi nell'androne.
- Ah, s? E quando mai ci guardi tu, nella cassetta della posta?
Rosa assunse l'aria bellicosa che prendeva ogni volta che si trovava con le spalle al muro.
- E perch, non ci posso guardare, nella cassetta della posta? E i conti che arrivano dal paese, le fatture e tutte le carte che servono per mandare avanti le terre, chi li sbroglia, il signorino per caso? Non me la vedo io, con tutto che sono vecchia e che gli occhi non mi funzionano pi, e che ho dolori in tutte le ossa?
Compreso l'errore, Ricciardi fece una brusca marcia indietro.
- Per carit, lascia stare: fai come se non avessi detto niente. Certo che ci puoi guardare nella cassetta, ci mancherebbe altro. Mi chiedevo solo chi potesse avercela messa, tutto qua.
Consider una complicit di Rosa con Enrica, ma scart subito l'idea: non era possibile che la tata avesse cognizione del fatto che la osservava dalla finestra, e tantomeno che le avesse scritto. Era stato molto attento, non poteva essersene accorta. Lo escludeva categoricamente.
Fingendo noncuranza, si risedette in poltrona. Le mani gli tremavano, ma non voleva correre il rischio di lacerare la lettera insieme alla busta. Quando si fu calmato, l' apr. La grafia gli fece subito tenerezza, inclinata dal lato sbagliato: era mancina e non corretta. Pens che era stata capace di conservare quel connotato della sua personalit e, manco a dirlo, la cosa gli piacque.
Non si risolveva a leggere. Una sola facciata, la firma in fondo: " Cordialmente vostra, Enrica Colombo". Non molto lunga, la lettera; d'altronde, nemmeno la sua lo era stata. Ebbe paura: non c' nessun concetto tanto breve a esprimersi quanto un rifiuto.
Si rigirava il foglio in mano da pi di un minuto quando Rosa parl.
- E allora? Se voglio sapere che c' scritto, leggo.
La voce della tata fu come un colpo di fucile, e Ricciardi sobbalz.
- Leggo, leggo. E per me, una questione... una questione di lavoro, ecco. Cose d'ufficio, non ti preoccupare.
Vai, vai a dormire, che  tardi. Buonanotte. La tata rispose con un burbero: - Buonanotte.
Ma si avvi allegra in camera sua.
Ricciardi alla fine lesse, d'un fiato; poi rilesse, e alla fine rilesse ancora, assaporando parola per parola, arrotolandosele in bocca e compitandole in silenzio, come una poesia da mandare a memoria. Ci ritrov perfetta l'immagine che si era fatta di lei, serena, dolce, seria ma incline al sorriso.
Ora sapeva la cosa pi importante: che non era fidanzata, non si era promessa a nessuno. Sapeva che voleva una famiglia, un giorno: una casa sua, in cui muoversi con naturalezza, con calma e quiete.
Che non provava fastidio n disgusto per lui, per la sua ruvidezza, per l'incapacit che sapeva di avere nei rapporti con le persone. Che i suoi occhi, abituati a osservare il dolore e a riconoscerlo, le erano graditi.
Come ogni volta che ci pensava, la parte razionale di s gli comandava di allontanarsi, di strappare quel foglio, di chiudere le imposte e di non incontrarla mai pi; di non sognare un futuro in cui il Fatto sarebbe stato forse trasmesso a figli innocenti, in cui avrebbe dovuto condividere la sua condanna con chi pi amava.
L'altra parte, quella che ogni giorno di pi pretendeva una vita normale, quella quotidianit che solo a lui era negata, lo spingeva invece a correre alla finestra, a spalancarla e a chiamare Enrica a gran voce.
Scelse com'era ovvio la via di mezzo: si alz dalla poltrona, spense la radio e la luce, si avvi in camera sua e and alla finestra; guard dall'altra parte della strada una luce accesa, come ogni sera; fece un leggero cenno con la mano, ricevendone in cambio un grazioso inchino col capo dalla ragazza con lenti che ricamava con la mano sinistra.
Mostr il foglio che aveva nella mano tremante. Lei arross e abbandon un attimo il lavoro sulle gambe. Poi riprese a ricamare, sorridendo.
Ricciardi pens che di sicuro aveva la febbre.

41.

Sabato, 31 ottobre 1931. nono.

A Maione andare a lavorare piaceva di meno, in quei giorni. Ci pensava quella mattina presto, cercando di non scivolare sulle lastre di pietra nera, lucide di pioggia, della lunga discesa da casa alla questura.
Prima di tutto, non era abituato all'assenza di Ricciardi. Non che il commissario fosse di grande compagnia, beninteso: nemmeno lui, che era l'unico a essergli affezionato, avrebbe potuto sostenere una cosa del genere. Ma era pur sempre un punto di riferimento costante, un centro di gravit attorno al quale ruotava la giornata del brigadiere.
Poi, non gli piaceva l'atmosfera che si respirava da qualche tempo in questura e anche in citt: una sorta di euforia minacciosa, uno stato di eccitazione perenne per l'avvicinarsi della visita del Duce. Man mano che comparivano scritte e ritratti sui muri dei palazzi, che venivano affissi manifesti inneggianti a Mussolini e che gruppi di fannulloni percorrevano le strade cantando e tenendosi per le braccia, Garzo diventava pi isterico, facendo venire i nervi a fior di pelle a tutto il personale. Non era soltanto un fastidio, era anche un pericolo: in quella condizione di infiammabilit bastava una scintilla, e infatti nelle ultime ore c'erano state risse in pi parti della citt, con chiamate e corse delle pattuglie alle quali spesso non restava che registrare i danni.
Infine, e non meno fastidioso degli altri fattori, c'era il clima. Pioveva, pioveva sempre da quasi due settimane, con pochissimi intervalli. Pioggia forte, pioggia sottile, pioggia e vento. L'acqua si infiltrava e provocava allagamenti, crolli, cadute, incidenti d'auto. Per un poliziotto nulla era peggio della pioggia.
Preso da quei foschi pensieri e attento a non cadere a sua volta, Maione quasi non si accorse della figura che lo aspettava, all'impiedi, sotto un cornicione all'angolo di vico della Tofa, a pochi metri dal palazzo della questura.
- U, commissa', e che ci fate voi qui a quest'ora? Io stavo proprio pensando a voi, e vi trovo qua davanti! Ma come vi sentite? State bene?
In effetti Ricciardi non aveva un bell'aspetto: era pallido e pareva febbricitante.
- Sto bene, grazie. Un po' di mal di testa, ma passer. Volevo parlarti prima che andassi al lavoro; magari ti offro un caff.
Maione controll attorno: voleva essere sicuro che non ci fosse in giro qualcuno che avrebbe poi potuto riferire al vicequestore del loro incontro. Non aveva la pazienza di sostenere un interrogatorio di Garzo sul modo di Ricciardi di trascorrere le proprie vacanze.
Segu il commissario all'interno di un piccolo locale; si sedettero e ordinarono, Maione qualcosa da mangiare, Ricciardi un bicchiere di vino rosso. Il brigadiere lo guard sorpreso.
- Commissa', io credo che non dovreste stare per strada con la pioggia, se non state bene. Secondo me tenete pure la febbre, e non  che un bicchiere di vino a prima mattina vi fa guarire.
- Cos mi riscaldo un po'. Ho i brividi, questa maledetta umidit non finisce pi. Piuttosto, dimmi: hai saputo qualcosa?
Maione rifer accuratamente le informazioni assunte da Bambinella sul rigattiere, il prete e il sagrestano; tutto quadrava con l'idea che si erano fatti della vita reale del bambino, al di l delle rosee descrizioni degli interrogati.
Ricciardi disse, pensoso:
- Tutti questi sono dei violenti. Gente che pu avere uno scoppio d'ira, fare del male, s; ma in maniera grossolana. Possono essere, e sicuramente saranno, i responsabili dei segni sul corpo del povero Tett, lividi, tagli, perfino della bruciatura sul braccio; ma non ce li vedo a premeditare un delitto. E poi, perch l'avrebbero dovuto fare?
Maione intervenne con forza.
- E infatti non l'hanno fatto, commissa'. Nessuno l'ha ammazzato, al povero bambino. Questo l'avete ammesso pure voi, no? E l'ha detto il dottore, mi pare. Io ancora non lo capisco, che stiamo cercando.
Ricciardi valut che qualcosa a Maione doveva pur dirla; se non altro per motivarne le ricerche che stava facendo per lui.
- Io ho ragione di pensare, Raffae', che il cadavere di Tett sia stato spostato. Non voglio dire che qualcuno l'abbia ucciso, attenzione; ma non penso che sia morto l, dove l'abbiamo trovato.
Maione accolse sorpreso la rivelazione di Ricciardi.
- Davvero? E come mai, pensate questa cosa? Che segni avete visto?
Ricciardi si era preparato la risposta:
- Segni veri e propri, prove intendo, non ce ne sono, altrimenti le avresti viste anche tu o te le avrei dette subito. Ma prima di tutto, la morte per stricnina porta convulsioni, ha detto Modo, e io non credo che morire con le convulsioni ti lasci seduto sereno e placido, con le gambe diritte e le mani in grembo come abbiamo trovato Tett. Sarebbe caduto, ti pare? Lo avremmo trovato a terra, nella pioggia. Poi c' il problema del cane.
Maione era sempre pi perplesso.
- Che c'entra il cane, commissa'? E poi, quale cane?
Ricciardi picchiett con l'indice sul bicchiere vuoto.
- Ti ricordi, il cane che abbiamo trovato vicino al bambino? Tutti quelli con cui abbiamo parlato ci hanno riferito che Tett non se ne separava mai; quindi gli dava anche da mangiare, no? E come mai, allora, il cane era vivo? Avrebbe dovuto essersi avvelenato pure lui, ti pare? Invece no, se ne stava tranquillo accucciato vicino a quella povera creatura morta.
Maione assent, pensoso. Non era del tutto convinto.
- Certo, questa  una stranezza. Ma  possibile, per, commissa', che il bambino sia entrato nel deposito da solo, abbia preso diverse cose da mangiare e soltanto per sfortuna, al buio, pure uno dei bocconi avvelenati. Il dottore disse che bastano pochi granelli di veleno, per ammazzare un bambino cos piccolo. E poi, il fatto delle convulsioni... il bambino gi stava debolissimo, magari  morto subito subito per arresto cardiaco e non ha fatto in tempo a soffrire. Sarebbe meglio, no?
Ricciardi annu.
- Certo, sarebbe meglio. Ma finch non sono sicuro vorrei capire. Te l'ho detto, non sono prove;  pi una sensazione mia. Per lo sai come sono fatto: se una cosa non mi quadra, ci voglio vedere chiaro. Tutto qua.
- S, la conosco, la vostra capa tosta, e come no. Va bene, commissa', andiamo avanti; anche perch dalle informazioni di Bambinella, che  sempre affidabile come sapete, esce un mondo che fa veramente schifo, attorno a questi bambini. La notizia pi importante che mi ha dato, per, ancora ve la devo dire: e riguarda quello che ha visto un verdumaio ambulante cliente suo; gli ha detto che ha visto il bambino, proprio una settimana fa, con un personaggio strano.
E raccont a Ricciardi dell'incontro con l'uomo elegante e alto, claudicante, che discuteva con Tett. Il commissario si fece pi attento.
- E come discuteva? Litigavano, o serenamente? E com'era, questa persona? Che et, pi o meno? E alto quanto?
Maione allarg le braccia.
- E che ne posso sapere, commissa'? Stiamo parlando di una cosa vista di sfuggita da un ambulante, una settimana fa, in mezzo alla strada. Gi  assai che l'abbiamo saputo grazie a Bambinella, che mi pare il centro dell'informazione di questa citt. Secondo me i giornali lo dovrebbero assumere, glieli scriverebbe tutti interi, dalla prima all'ultima pagina.
Ricciardi si pass la mano sulla fronte. Era caldissima.
- Si deve capire chi era questo signore. Un elemento di stranezza, inconsueto, il giorno prima di morire:  un fatto importantissimo. E mi pare anche necessario, a questo punto, parlare direttamente con chi fino adesso non ho sentito: il saponaro e il sagrestano. E si dovrebbe sentire pure Cristiano, il ragazzino, che  l'osso pi duro.
Maione interloqu con decisione.
- E allora ce li dividiamo, commissa'. Magari voi parlate col sagrestano e io col rigattiere e il ragazzo, ch se vedono la divisa si mettono pi paura: voi lo sapete, la paura scioglie la lingua meglio di un bicchiere di vino.
Ricciardi protest.
- Non se ne parla. Lo sai che aria tira, in questura. Ci manca solo che ti accusano di insubordinazione e ti mettono in galera. Lascia che me ne occupi io, grazie.
Ma Maione, quando prendeva una decisione, diventava irremovibile.
- No, commissa'. Stavolta si fa cos. Prima di tutto perch non mi sembrate cos in forze da fare avanti e indietro per la citt, sotto la pioggia; poi perch io in questura non mi fido di stare, con quel pazzo di Garzo che imperversa; e infine perch quasi sicuramente ci sar bisogno dell'aiuto di Bambinella, e quello lo sapete, parla solo con me. Quindi abbiate pazienza, per una volta fate voi quello che dico io, invece che tutto il contrario.
Ricciardi alz le mani.
- E va bene, mi arrendo. Procedi pure, io parler col sagrestano, Nanni. E facciamo presto: ho la sensazione che pi tempo passa, meno elementi troveremo.

42.

Sabato 24 ottobre 1931. nono.

Tett  contento:  riuscito a far passare inosservato il pezzo di dolce che non ha mangiato il giorno prima in pasticceria; ora  uscito ed  col cane, si ripara dalla pioggia nell'androne di un palazzo.
Rompe la pasta indurita in piccoli frammenti, uno lo mangia lui stesso e due li d al cane, che li ingoia vorace.
All'improvviso qualcosa gli toglie la scarsa luce, mettendosi fra loro e il portone. Tett alza la testa, sorpreso, e vede il signore zoppo. Trattiene il fiato,  terrorizzato. Ha molta paura di quell'uomo.
Ciao, bambino, gli dice. Parla sempre a voce bassa, sembra voler scappare da un momento all'altro e non gli ha mai fatto niente; ma a Tett fa lo stesso paura. Se lo trova davanti come un fantasma, quando meno se lo aspetta, e mai quando sta a casa, in parrocchia.
Ciao, bambino, dice. Che stai facendo, mangi tu e il cane? E chi te lo ha dato, questo mangiare? Il serpente  subito salito attorno alla gola, Tett non ci prova nemmeno a rispondergli. Fa segno di no con la testa, nemmeno sa perch.
Allora l'uomo gli dice: alzati, andiamo fuori di qua. Tett non si vuole muovere, non sa dove l'uomo lo vuole portare; lui lo prende per il braccio e lo fa sollevare di scatto.
Il cane, appena vede la mano dell'uomo su Tett, balza in piedi e ringhia forte. L'uomo tiene in mano un bastone per camminare, e lo usa sul cane: un colpo secco, sulla schiena. Gemono insieme, Tett e il cane, quasi lo stesso suono. L'animale si allontana di qualche metro, e rimane a ringhiare guardando lo zoppo, anche se emette ancora un guaito di dolore.
Se state buoni non vi faccio niente, dice lo zoppo. N a te, n al cane. Lo sai. Ma dovete fare quello che dico io. Tu, per esempio, devi rispondere alle domande. Se no, lo sai quello che succede.
Tett lo sa, eccome: Nanni gliel'ha ripetuto cento volte, da quando una settimana prima  venuto a prenderlo e l'ha portato fuori, dietro l'angolo della strada, dove li aspettava lo zoppo. Se dici a qualcuno, a chiunque, di quest'incontro, del fatto che lo zoppo ti viene a parlare, io parlo con la signora bionda. E tu non la vedi pi, mai pi. Le dico certe cose che quella scappa via, non viene manco a fare pi la scuola. Se per vai con lo zoppo a parlare, io non dico niente a nessuno. E' un segreto, cacaglio fesso: un piccolo segreto. Lo sai tu e lo so io, e se non lo sa nessun altro va tutto bene. Se no, peggio solo per te.
Lo zoppo lo trascina per il braccio, e con l'altra mano appoggia il bastone per terra; ogni tanto la punta scivola sulla strada bagnata, ma lo zoppo non cade. Tett cammina svelto, se no quello lo porta di peso e gli fa male al braccio.
Il cane li segue da lontano. Ringhia ancora, per fortuna cammina bene, lo zoppo non gli ha fatto troppo male, pensa Tett.
Si fermano dietro un vicolo. Lo zoppo ridiventa gentile, gli accarezza la testa. Bravo, gli dice, sei proprio un bravo bambino. La vuoi una caramella? Ecco qua, ti ho portato una caramella al miele. Tett la prende e se la mette in tasca. Ringrazia, serio, come gli ha insegnato l'angelo. Non la mangi?, chiede lo zoppo. Dopo, risponde lui: la mangio dopo.
Lo zoppo comincia a fare domande, con tono tranquillo: fa sempre cos. Che fai, che mangi, quanti anni hai, da quanto tempo sei in questa parrocchia. E poi, come fa ogni volta, comincia a scavare nei ricordi che Tett non ha: non sai chi ti ha portato qua? Il prete non ti ha mai detto niente? Non conservi qualcosa, un vestito, un lenzuolo? Che ti ricordi, di quand'eri piccolo piccolo? Mai possibile che non ti ricordi niente?
Anche col serpente arrotolato attorno alla gola, Tett risponde. Lo zoppo non ha pazienza, ma aspetta. Ha la faccia gentile, ma gli stringe il braccio.
Inizia con le domande che gli fanno pi paura: chi ti viene a trovare? Qualcuno, in chiesa, ti guarda con pi attenzione degli altri? E quando esci con lei, con la signora bionda, dove vai? Dove ti porta? Che ti dice? Di che cosa parlate? E tu, che rispondi?
Tett non vuole dire allo zoppo di quando  col suo angelo. Ha paura che gli tolga quel tempo; e poi  geloso, sono cose sue e del suo angelo, non vuole dire niente.
Allora lo zoppo si accorge che lui non vuole rispondere, e si arrabbia. La mano preme forte sul bastone, Tett vede che si fanno le pieghe sui guanti bianchi, le labbra si serrano e perdono il sangue.
L'altra mano stringe il braccio, e stringe, e stringe sempre di pi: Tett non sente pi la mano e si lamenta.
Il cane fa un passo avanti, ringhiando ancora, e lo zoppo alza il bastone nella sua direzione. Il cane si ferma, ma non smette di ringhiare, il pelo ritto sulla schiena, la coda ferma, le orecchie basse: sembra sul punto di saltare, bastone o non bastone.
Parla, fa lo zoppo. Parla, idiota di un balbuziente, brutto minorato.
Stringe troppo: Tett fa un lamento lungo, proprio mentre fuori il vicolo, nella strada, passa un fruttivendolo col carretto. L'uomo avverte il lamento e si gira, strizzando gli occhi per vedere nell'oscurit.
Chi  l?, urla. Che sta succedendo?
Lo zoppo si gira, e cambia subito espressione. Lascia il braccio di Tett e gli accarezza la testa. Poveri bambini, dice all'ambulante. Che si inventerebbero, per avere qualche spicciolo. L'uomo lo scruta da sotto la coppola, in piedi fra le assi del carretto. Non dice niente. Ha bambini a casa, e non gli piace quando i signori vengono nei vicoli a fare strane cose.
Lo zoppo si rende conto che il fruttivendolo non se ne andr da l se non se ne va prima lui. Fissa Tett, poi si mette l'indice guantato sulle labbra. Attento, gli sussurra. Stai attento.
E se ne va zoppicando, col bastone che scivola sulle pietre bagnate.

43.

Alla fine della messa Maione si era appostato dietro l'angolo della parrocchia di Santa Maria del Soccorso. Aveva calcolato il tempo che Cristiano, dopo aver servito in chiesa, ci avrebbe messo a uscire per andarsene un po' in giro.
E a un certo punto il ragazzo pass, le mani in tasca, fischiettando spavaldo un motivetto in voga. Il brigadiere usc dall'ombra e gli si par davanti in tutte le sue considerevoli dimensioni. Cristiano quasi gli and a sbattere contro.
La prima reazione fu di fuggire: Maione lo aveva previsto, e di scatto allung la mano afferrandolo per il braccio. Cristiano cerc di divincolarsi, ma Maione non moll la presa.
- Se ti stai fermo, ce la caviamo in un minuto e ti lascio andare. Se no, ti porto in questura e parliamo l. Che vuoi fare?
Il concetto, sibilato in faccia al ragazzino come uno schiaffo, sort l'effetto sperato. Cristiano fiss sfrontato il brigadiere.
- Io non ho fatto niente. Che volete da me?
- E quando mai c' stato bisogno che avete fatto qualche cosa, per portarvi in questura? Lo sai, un motivo lo trovo. Voglio solo fare due chiacchiere, con calma.
Cristiano si guard attorno circospetto; essere visto mentre parlava con un poliziotto non era il massimo, nel suo ambiente. Maione comprese al volo e lo port verso un vicolo buio dove avrebbero potuto parlare al riparo
da occhi indiscreti. Giunti l, Cristiano riacquist la sua arrogante sicurezza.
- Io niente ho fatto e niente so, gi ce l'ho detto al collega vostro. Non tengo niente da dire.
Maione gli prese il sottomento fra le dita e strinse, senza che Cristiano battesse ciglio.
- Senti, bello: il collega mio, che non  un collega ma un commissario,  troppo tenero con voi, che siete carne da strada. Io vi conosco bene, e so quando dite la verit e quando dite fesserie. E soprattutto so come fare a non farvi campare pi quieti. Allora, te lo chiedo una volta solamente: che mi sai dire, di come pu essere successo che l'amico tuo  morto avvelenato? E non mi dire che non ne sai niente, perch ti giuro che nessuno ti vede pi per un sacco di tempo.
Cristiano valut l'interlocutore; era poco pi che un bambino, ma stava per strada da cos tanto tempo che sapeva pesare bene chi aveva di fronte, le opportunit e i rischi che una situazione poteva comportare. La sua valutazione, per, non port a niente di buono. Fece uno scarto di lato, perch gli era parso che l'attenzione del brigadiere fosse calata, ma quello si mosse veloce e lo sgambett; prima che Cristiano toccasse terra, Maione lo aveva preso per il colletto della camicia e l'aveva rimesso in piedi.
- Stai attento, che cos cadi. Non lo vedi, dove metti i piedi? Provaci ancora e ti tolgo la possibilit di tornartene a casa con le gambe tue, sono stato chiaro?
Cristiano si massaggi il collo. Lo sapeva, ma doveva provarci.
- Che volete da me, si pu sapere? Che vi devo dire?
- Te l'ho detto. Che  successo all'amico tuo?
- Amico mio? Non era un amico mio. Era uno della casa, il pi piccolo. Niente altro.
Maione continuava a fissarlo.
- Davvero? Eppure qualcuno ci ha detto che tu eri l'unico con cui parlava. L'unico che non gli dava addosso.
- Parlava? Lui non parlava. Quando ci provava si bloccava e diceva sempre la stessa cosa: mattettette... perci lo chiamavano Tett. Noi invece lo chiamavamo il cacaglio fesso.
- E perch lo chiamavate cos?
- Perch era cacaglio, e perch era fesso. Credeva a tutto, uno gli diceva: vai l, ch ti stanno chiamando, e lui ci andava. Non si era imparato mai niente, ci credeva sempre. E gli altri se lo mettevano sotto, e si divertivano a fargli le cose.
- Che cosa, gli facevano?
Cristiano si strinse nelle spalle.
- Scherzi. Gli mettevano animali morti nel letto, gli toglievano il mangiare dal piatto. Gli infilavano la merda dei cani negli zoccoli. Queste cose qua, gli facevano.
- E tu? Che gli facevi, tu?
- Io non ci perdevo tempo, a fare gli scherzi al cacaglio. Uno scherzo serve a far vedere a tutti che uno  un fesso: se gi si sa, a che serve? E poi un poco mi faceva pena.
- Perch ti faceva pena?
- Ve l'ho detto, perch credeva a tutto. Cercava qualcuno, come vi devo far capire; qualcuno che non gli faceva niente di male. Cercava, ti metteva gli occhi in faccia, senza parlare. Mi pareva inutile, fargli le cose pure io.
Un ragionamento semplice. Maione annu.
- D'accordo. E allora parliamo della sera prima, dell'ultima volta che hai visto Tett. Che mi dici?
- E che ne so? Mica ci controlliamo. Il cacaglio stava per i fatti suoi, e io per i fatti miei. A un certo punto  uscito e non l'ho visto pi, e questo  tutto.
A Maione parve di aver notato un'esitazione.
- Ricordati bene, ch ti conviene. Era successo qualcosa di strano, di diverso dal solito? Quel giorno, o il giorno prima?
- Non mi ricordo. Non mi pare.
- Non ti pare, eh? Invece a me mi pare che tu qualcosa sai e non me lo vuoi dire. Mi sa che l'aria della questura a quelli come a te vi fa bene, vi fa. Andiamo a parlare l,
va'. Pu essere che ti torna la memoria. Cristiano si divincol.
- Ma che volete da me? Il cacaglio era fesso, punto e basta. E morto perch era fesso. La colpa  stata sua, solo sua!
Maione cercava di metterlo alle strette.
- Io invece penso che tu sai qualcosa. Dimmi del veleno per i topi, allora: dimmi com' possibile che uno di voi, che conoscete la strada pietra per pietra, sbaglia e si mangia un boccone avvelenato, come l'ultimo degli animali randagi.
Il ragazzo era esasperato.
- E io che ne posso sapere? Lo sapevamo tutti, dei bocconi avvelenati del deposito. Tutti. Addirittura qualcuno degli altri li prendeva e li usava per i gatti, per vederli morire con tutti i salti che facevano. Li conoscevamo, e mica ce li andavamo a mangiare noi. Non lo so se li conosceva pure il cacaglio, perch con noi non ci veniva; lui era un signorino, era il cocco della maestra, che lo portava nella pasticceria a via Toledo a mangiare le paste. Ma se non li conosceva, se non sapeva che facevano morire, era ancora pi fesso di come sembrava.
Maione insistette.
- E tu non hai fatto caso a niente di insolito? Mai possibile che non ti ricordi, quando  uscito e perch?
Cristiano lo guard con aria di sfida.
- Brigadie', mi potete portare pure in prigione: io non lo so, dov' andato il cacaglio quella sera. E non lo so perch si  andato a mangiare il veleno per i topi: forse se l' mangiato proprio perch voleva morire, o solo perch era fesso. Io non gli volevo male, al cacaglio. Non era cattivo, e poi era piccolo: e chi se la piglia coi piccoli  un vigliacco, e a me mi fa schifo. Perci io male non gliene facevo. Voi che ne pensate, chi se la piglia coi pi piccoli non  un vigliacco?
Maione lo fiss a lungo. Poi gli lasci il braccio, disgustato.
- Vattnne, va'. Ma ricordati: io continuo a cercare. E se scopro che mi hai detto fesserie, ti vengo a pigliare fino in chiesa.
Cristiano corse fino all'ingresso del vicolo; poi si volt verso Maione e fece un rumoroso pernacchio, prima di scappare via.
Il brigadiere non pot fare a meno di scoppiare a ridere.

44.

Sabato 24 ottobre 1931. nono.

La pioggia si  presa un momento di pausa.
I ragazzi sono riuniti nei pressi del deposito di alimentari e granaglie, che  chiuso.
Si sta facendo sera, ormai. E' quell'ora in cui i colori se ne vanno prima della luce: si vede ancora, ma tutto  grigio. Dal bosco della reggia arriva un vento carico dell'odore delle piante e di bagnato e d'inverno.
In disparte c' Tett, col cane. Lo accarezza, gli sussurra all'orecchio. Amedeo fa un segno secco con la testa e Saverio parte verso il portone oltre il quale c' il passaggio per l'interno. Gli altri aspettano. Uno dei gemelli saltella sulle gambe, un po' per l'eccitazione e un po' per riscaldarsi. L'altro stringe forte un sacco.
Dopo un attimo Saverio riemerge dal portone: ha qualcosa tra le mani.
Si sente un tuono forte: sta per riprendere a piovere. Passa un carretto trainato da un cavallo, col carico riparato da un telone bagnato. Il cocchiere dorme col cappello in faccia, coperto da un vecchio cappotto logoro. Nell'aria si spande l'odore della legna bruciata delle stufe. L'oscurit va calando, minuto dopo minuto.
Amedeo prende dalle mani di Saverio un paio di palline: sono i bocconi avvelenati che Lotti, il proprietario del deposito, ha piazzato per uccidere i ratti che vanno a mangiarsi la merce. A un suo segnale il gemello apre il sacco e tira fuori un gatto scheletrico e spelacchiato, legato alla gola con uno spago. Il gatto cerca febbrilmente di liberarsi ma non ci riesce, perch il ragazzo lo tiene per il collo. Tett si  alzato in piedi, una mano sulla testa del cane.

Amedeo offre un boccone al gatto. Quello annusa e gira il muso dall'altra parte. Il ragazzo sogghigna, poi fa segno a Saverio di aiutarlo. Cristiano se ne sta a braccia incrociate, torvo, un po' discosto dal gruppo ma dalla parte opposta rispetto a Tett e al cane. Da lontano si sente arrivare un'automobile, che si avvicina sempre di pi, passa e se ne va senza rallentare.
Saverio tiene il muso del gatto e Amedeo introduce il boccone a forza. Poi lo mettono a terra e si allontanano di un metro, senza lasciare il capo dello spago legato al collo.
Il gatto fa due passi, poi s'irrigidisce; comincia a muoversi sulle zampe diritte, comicamente, come un giocattolo meccanico. Amedeo comincia a ridere, e ridono tutti gli altri, tranne Tett che stringe la mano sulla testa del cane immobile, e Cristiano, che distoglie lo sguardo.
Il gatto si abbatte al suolo e comincia a contrarsi in tutto il corpo, saltando a ventre all'aria. Amedeo, Saverio e i due gemelli ridono ormai a crepapelle, dandosi sonore manate sulle schiene. Dalla bocca del gatto esce una schiuma giallastra.
Le convulsioni durano un minuto, poi smettono. Il gatto si solleva, spaesato, fa due passi verso la strada, come se volesse fuggire, poi s'irrigidisce di nuovo sulle zampe e si abbatte ancora. I ragazzi ricominciano a ridere, finch l'animale, con un'ultima terribile contrazione, rimane morto zampe all'aria.
Tutti continuano a ridere per un altro paio di minuti, poi si zittiscono. Arriva il canto di una donna. C' un altro tuono, stavolta  pi vicino.
Amedeo si fa dare da Saverio gli altri bocconi avvelenati, e si volta verso Tett. Cacaglio infame, gli dice, porta subito qua quel sacco di pulci che ti viene appresso.
Tett cerca di supplicarlo, no, direbbe, ti prego, lui non  come un gatto, lui  amico mio. Lui  l'unico amico che ho. Gli direbbe: io gli parlo, sai, e lui mi ascolta. Pure lui parla con me, e io capisco quello che mi dice. Conosce le mie carezze, mi lecca la mano, ci dividiamo quello che troviamo da mangiare, quando voi mi costringete a darvi il mio pasto. Cos direbbe, se potesse parlare; se il serpente non fosse risalito dallo stomaco, e non stesse cercando di soffocarlo dall'interno.
Parlerebbe, Tett: e gli uscirebbe una sola lettera gutturale, e tutti riderebbero di lui e farebbero quello che vogliono, come fanno sempre. Ma stavolta no, stavolta Tett non vuole.
Si guarda attorno, disperato: non passa nessuno. Saverio fa per venire dalla sua parte, ma Amedeo lo ferma: no, dice. Lo deve portare lui qua, con le mani sue; e glieli deve dare lui, i bocconi al sacco di pulci, se no a noi ci morde. Muoviti, cacaglio fesso: fai presto, che dobbiamo levarci il pensiero prima che viene a piovere.
Tett fissa Cristiano, con gli occhi che pregano: ma Cristiano distoglie i suoi, e si mette a scrutare la notte verso il bosco.
Alla fine per interviene, e dice: lasciate stare, magari il cane nella sofferenza vi morde la mano, o vi piscia addosso. Amedeo si volta verso di lui, e gli chiede se vuole essere preso a calci. Anzi, dice, facciamo cos: se tu, cacaglio, non ci porti il cane e gli di il veleno, lo devi mangiare tu. Questo, ho deciso: o muore il cane o muori tu. Cos vediamo che rumore fa un cacaglio quando mangia il veleno. Secondo me, dice, si capiva meglio quello che diceva il gatto.
Cominciano a ridere di nuovo, tranne Tett e Cristiano.
Cristiano si rivolge a Tett: di, cacaglio, non essere pi fesso di quello che sei. Di il veleno a quel maledetto cane inutile e andiamocene, ch qua viene a piovere.
Quando capisce che nessuno lo difender, Tett allontana il cane con un calcio. Il cane, sorpreso e addolorato, guaisce e si sposta di qualche metro. Allora Tett prende un sasso e glielo tira, e il cane si gira e si mette a trotterellare lungo il muro, in direzione di Santa Maria del Soccorso.
Tett si volta verso Amedeo. Non pu parlare, perch il serpente lo soffoca, ma lo guarda in faccia lo stesso, con aria di sfida.
Amedeo non demorde: li mangerai tu, allora, cacaglio infame. Li mangerai tu, i bocconi avvelenati.
Tu, o il tuo maledetto cane.

45.

Trascinando i piedi rumorosamente, Nanni entr in chiesa dalla sagrestia, uno spazzolone in una mano e un secchio di metallo pieno d'acqua nell'altra. Guardava il pavimento e mormorava, la fronte aggrottata, le spalle curve.
Arrivato nell'angolo in fondo alla navata, verso il portone che dava sulla strada, si accorse di un uomo in piedi nell'ombra, le mani in tasca, i capelli sulla fronte. Ne aveva visto brillare gli occhi nel buio. Occhi verdi.
- Tu sei il sagrestano, no? Nanni, ti chiami cos. Ti devo parlare: vieni fuori.
Lo riconobbe; era quel commissario di polizia che insisteva a chiedere notizie sul bambino cacaglio. Si spavent, la faccia del poliziotto era pallida, smunta. Sembrava lui, il morto.
- Che volete, a don Antonio? Ve lo vado a chiamare, sta riposando, ci ha la messa tra due ore.
- No, non voglio parlare con don Antonio. Voglio parlare proprio con te. Vieni fuori, ho detto.
Il tono era freddo, senza emozione. Nanni si sent a disagio. Quell'uomo gli faceva paura.
Fuori l'aria era umida, la temperatura era scesa ulteriormente e nuvole pesanti si addensavano facendo prevedere un'altra notte di pioggia. Pareva che non dovesse mai finire. Si misero sui gradini, al riparo della tettoia di legno che consentiva un ingresso asciutto in chiesa.
Ricciardi parl senza preamboli.
- Ascoltami bene, non ho tempo da perdere: mi servono notizie sulla vita di Tett, su quello che faceva qui e su chi incontrava.
Nanni fece una risatina nervosa.
- E voi queste cose non le dovete chiedere a me, io sono il sagrestano, non vedo nessuno e non parlo con nessuno. Dovete chiedere a don Antonio,  lui che sta di pi coi ragazzi. Io non ne so niente.
Ricciardi non mosse un muscolo.
- Ti ho detto che non ho tempo da perdere. Col prete ho gi parlato: ora sto parlando con te. E anzi, il prete non deve sapere niente, di quello che ci diciamo. Niente.
Nanni strisci i piedi a terra, sempre pi angosciato.
- Commissa', abbiate pazienza: io non posso... don Antonio  quello che mi d il lavoro, voi capite bene che...
Ricciardi sussurrava come se fossero ancora in chiesa. Nanni doveva fare uno sforzo per capire che gli stava dicendo.
- Allora non mi sono spiegato. Se don Antonio ti d il lavoro, io sono quello che ti fa rimanere fuori dalla galera. Tu prova a tacermi le cose che io voglio sapere, e stanotte dormi in mezzo a venti persone peggio di te, che non aspettano altro. Scegli tu.
Nanni ridacchi di nuovo, come se avesse ascoltato una barzelletta.
- In galera, io? E perch, scusate, se non ho fatto niente?
- Niente, dici? Io posso avere subito almeno tre denunce di donne che hai infastidito, quando eri ubriaco. E anche uomini, se  per questo. Di questi tempi, non serve una condanna: basta spargere una voce. Se pure esci di galera l'indomani, non lavori pi, tantomeno in un posto come questo. E trovi pure una bella squadra di quelli con gli stivaloni, che ti ammazza di botte per ripulire le strade. Allora, che vuoi fare?
Il sagrestano si pass la lingua sulle labbra screpolate. Si trovava in un transitorio stato di sobriet e sapeva che il commissario aveva ragione: se avesse voluto, avrebbe potuto provocargli grossi guai.
- Che volete sapere, commissa'?
- Mi devi raccontare. Voglio sapere quello che faceva Tett di diverso dagli altri ragazzi, tutto: qualsiasi cosa, pure quello che ti pare senza importanza. E fai presto.
Nanni si ripass la lingua sulle labbra, in un gesto a lui consueto e particolarmente disgustoso.
- Il cacaglio... il bambino era buono, non faceva mai niente di male. Ma gli altri se lo mettevano sotto, lo sfottevano proprio per il fatto che era cacaglio. Gli facevano dispetti.
- Questo lo so. Vai avanti.
- Lui era il preferito di una delle due signore, quella pi giovane. Gli aveva regalato dei vestiti nuovi. Don Antonio li aveva messi in un armadietto chiuso a chiave, li prendevamo solo quando doveva uscire con lei. La signora teneva una fissazione, per questo bambino. Lo accarezzava, se lo baciava. Io non capisco, perch non si faceva un figlio lei?
- Non mi interessa, e non interessa nemmeno a te. Vai avanti.
- Il prete, don Antonio, sfruttava questa cosa, la fissazione della signora. Pure perch lei  ricca, ricca assai, e quando don Antonio fiuta l'odore dei soldi si attacca e non molla pi. Ogni volta ci parlava, e diceva: il bambino ha bisogno di questo, il bambino ha bisogno di quest'altro, e lei dava i soldi. Una volta mi ha fatto un regalo pure a me, quando il bambino teneva la febbre, se ci stavo attento e se ci davo le medicine.
Ricciardi non si perdeva una parola.
- E con lui don Antonio come si comportava? Come lo trattava, il bambino?
- Quello a don Antonio ci importa solo dei soldi. Dei bambini non ci importa proprio niente. Per lui il cacaglio era uno qualsiasi, secondo me a stento riconosce uno dall'altro. Per dal bambino gli arrivavano soldi, e allora lo puniva di meno. Solo quando era necessario, se no gli altri lo ammazzavano, al cacaglio, per l'invidia.
- E perch, cos non lo invidiavano? Per quello che la signora faceva per lui, regali, gite: non lo invidiavano, per questo?
- Certo, s; ma gli conveniva, perch lui portava sempre qualche cosa pure per loro. Adesso il cacaglio  morto e loro non mangiano pi.
Dovette sembrargli divertente, perch si mise a ridacchiare. Lo sguardo gelido di Ricciardi lo fece subito smettere.
- Adesso mi devi parlare dello zoppo, dell'uomo che veniva a trovare Tett.
Cadde un silenzio freddo quanto l'aria che li circondava. Nanni era stupefatto. Come sapeva, quel maledetto poliziotto, dello zoppo? Con chi aveva parlato, se il cacaglio era morto e lui non aveva detto niente a nessuno? Cerc di prendere tempo.
- Di che parlate, commissa'? Io non vi capisco.
Ricciardi tacque. Poi disse, in un fiato:
- Va bene. Andiamo a prendere le tue cose, allora. Devi venire con me.
Il sagrestano impallid e barcoll, come se fosse stato schiaffeggiato.
- Commissa', vi prego, non mi rovinate. Io non saprei dove andare, se mi cacciano da qua.
- E allora non ti fare cacciare. Basta che mi dici quello che sai dello zoppo. E subito.
L'uomo passava e ripassava la lingua sulle labbra.
- Una decina di giorni prima di... della morte del cacaglio, mi ha fermato quest'uomo, qua fuori. Un signore, elegante, col bastone con l'impugnatura di osso. Mi ha dato dei soldi, per portargli il bambino.
- Quale bambino? Quello, o uno qualsiasi?
- No, proprio quello, il cacaglio. Io mi credevo che... qualche volta succede, un signore e certe volte pure una signora, vedono un ragazzo e lo vogliono. Mi dicono per dei lavoretti, io non ci credo, ma che me ne importa? Se gli dnno regali, soldi, e qualche cosa pure a me, siamo contenti tutti, no? E io mi credevo che era per questo pure col cacaglio. Io ce l'ho portato, al signore col bastone, il cacaglio. Ma poi non ne ho saputo pi niente.
Ricciardi pens che raramente si era trovato di fronte a qualcuno che fosse pi laido e ripugnante del sagrestano.
- Quante volte gliel'hai portato? Quante volte l'ha visto, Tett, l'uomo col bastone?
Nanni si concentr per ricordare.
- Tre, quattro volte, che io sappia. Non di pi. Poi  morto.
Poi  morto. Ricciardi rabbrivid: sempre pi spesso gli capitava di pensare che i morti facevano meno paura dei vivi. L'uomo era disgustoso, ma non gli sembrava coraggioso abbastanza da fare del male a qualcuno. Diventava sempre pi importante determinare chi fosse lo zoppo, e che cosa volesse da Tett.
Si gir e se ne and, lasciando il sagrestano sui gradini pieno di paure nuove. Lui, invece, era sempre pi perplesso.

46.

Maione rintracci il saponaro nel tardo pomeriggio, dopo aver chiesto in giro per ricostruirne il percorso. Non fu difficile, il personaggio era piuttosto noto.
Lo trov nei pressi di un palazzo signorile, sopra Montecalvario, mentre arringava un gruppo di una mezza dozzina di donne. Lo osserv da lontano: esibiva modi falsamente affettati, gesticolava per sottolineare le sciocchezze che diceva; vestiva una giacca da frac vecchissima e logora, con un cilindro sghembo e ammaccato. Proponeva la propria merce come fosse alta gioielleria, e riusciva a essere pi attraente che ridicolo. Maione pens una volta di pi che quella era una citt di attori.
Attese che le donne furono andate quasi tutte via, molte con qualcosa tra le mani, un tegame o una pezza. Ne rimase una, e Cosimo si fece confidenziale; tir fuori da un vano nascosto del carretto un involto dal quale emerse un oggetto in metallo, forse una posata, che mand un bagliore nella luce grigia.
Maione scelse quel momento per farsi avanti.
- Buona serata. Di che si parla, qua?
Alla vista del brigadiere, la donna, una giovane graziosa, sgran gli occhi.
- Oh, buonasera, brigadie'. Scusatemi, io me ne stavo andando proprio adesso, la signora mia vuole cenare presto. Arrivederci, Cosimo. Ci vediamo la prossima volta che passi.
Il rigattiere era combattuto fra la voglia di non mollare l'affare che riteneva in fase di conclusione e la paura del poliziotto; ma prevalse nettamente quest'ultima.
- Mio caro brigadiere, quale onore ricevere un vostro saluto! Io mi stavo intrattenendo per l'appunto con questa giovane e graziosa signorina, a fine giro, per conservare negli occhi stanchi una bella immagine. Ma mo', come lei stessa ci diceva, si va verso l'ora del riposo, e perci  meglio che me ne vado pure io, ch la giornata  stata lunga e dura. Se permettete...
- E invece no, Capone Cosimo. Mi sa che il tuo riposo deve aspettare un poco; dobbiamo prima fare quattro chiacchiere.
La mente del rigattiere registr che l'enorme brigadiere, che non conosceva, invece conosceva lui, cognome e nome. Un lungo brivido gli attravers la schiena, e l'umidit non c'entrava.
- Ci conosciamo, brigadie'? Io non mi ricordo, eppure una persona notevole e importante come siete voi mi sarebbe sicuramente rimasta nella memoria. Si vede che mi sto facendo vecchio.
- Io ti conosco, e tanto basta, Capone. Conosco te e quelli come te. Io ci lavoro, con quelli come te: come tu lavori con le pentole di rame e le lavandaie.
Capone assunse un'aria perplessa.
- Brigadiere, non vi capisco. Io sono un faticatore che passa tutta la giornata a lavorare, portando questo carretto avanti e indietro per Napoli per abbuscarmi il mangiare. Tengo una famiglia, sopra al Vomero, da mantenere. Che volete dire?
- Pure io ce l'ho, una famiglia da mantenere; e tutti ce l'hanno, e la mantengono senza mettere le mani nella roba degli altri.
Il rigattiere fece la faccia scandalizzata.
- Io non so quale infame vi ha detto questo, ma  falso! Vi giuro sul mio onore, brigadie', che mai mi sono sognato di rubare niente! Sono stato accusato in passato, ma  stata l'invidia malevola di qualche figlio di buona donna che ha voluto rovinarmi. Io vi faccio parlare con le mie clienti, che mi vogliono bene e che si servono da me da anni, e vi faccio dire...
Maione l'interruppe con un gesto secco della mano.
- Capone, non m'incanti: tu sei un ladro. E uno dei peggiori, perch non sembri un ladro. Io apprezzo quelli che escono di notte, con i ferri sottobraccio, vestiti di scuro: noi li acchiappiamo e li sbattiamo dentro, noi facciamo i poliziotti e loro i ladri. Non negano e, una volta che non sono riusciti a scappare, si rassegnano. Fanno i ladri. E' il loro mestiere. Al contrario, quelli come te sono la rovina di questo posto. Fanno finta di essere onesti, e invece sono marci.
Capone cominciava a essere veramente spaventato.
- Brigadie', io non vi capisco. Perch mi dite queste cose? Di che mi state accusando?
- La troverei facilmente, una ragione per sbatterti dentro. E non  detto che, finito quello che sto facendo mo', non ti vengo a cercare per fare una bella perquisizione in questo carretto.
Diede un calcetto all'altezza del vano da cui il rigattiere aveva tirato fuori l'involto da far vedere alla ragazza. Un tintinnio metallico provenne dall'interno. Capone sbianc, e tent la sorte giocandosi la carta sbagliata.
- Brigadie', non mi rovinate. Io sono un padre di famiglia. Tengo una merce di valore, qua dentro: facciamo cos, io ve ne lascio una parte e voi. .. la restituite per conto mio. E ognuno per la sua strada.
Maione non credette alle proprie orecchie: quel mezzo uomo stava tentando di corromperlo! Cont fino a dieci. Poi allung la mano e strinse il braccio di Capone in una morsa. L'uomo emise un lamento di sorpresa e di dolore.
- Stammi a sentire bene, uomo di niente: io ti spezzo tutte le ossa e poi ti sbatto in galera, e dico che hai fatto resistenza. Bugia per bugia, questa mi piace di pi. Tu non sei degno nemmeno di guardarmi in faccia, hai capito o no? Figurati di fare affari con me.
Il rigattiere si mise a balbettare.
- Ma... ma... b-brigadie', ma c-che avete capito? Io non mi sarei permesso mai... lasciatemi, per, mi state rompendo il braccio!
Maione allent la stretta e sospir profondamente, dopodich torn al tono pacato.

- Allora sbrighiamoci, ch mi fa schifo dover parlare con te. Tu non m'interessi, vali troppo poco. Io voglio notizie sul bambino, e sar meglio per te che mi dici quello che voglio sapere, e subito.
Capone cadde dalle nuvole.
- Il bambino? Quale bambino?
- Tett, quello di Santa Maria del Soccorso. Il bambino che ti portavi appresso, e che  morto.
Il rigattiere era disorientato: stava facendo buio, e quel brigadiere enorme sembrava pazzo e gli faceva paura.
- Come no? Era come un figlio, per me. Mi dava una mano, io gli imparavo il mestiere e... Di nuovo la stretta.
- Capo', tu ancora ti credi di potermi pigliare per i fondelli? Ti ho detto che mi devi dire la verit! Io so quello che facevi, come l'usavi a quella povera creatura, che la mandavi a rubare nelle case mentre tu intontivi di chiacchiere a quelle quattro cretine delle clienti tue. Io so tutto.
Cosimo si sentiva in un incubo.
- Ma se sapete gi tutto, che volete da me? Io vi chiedo perdono, vi giuro che non lo far mai pi! Se mi lasciate andare...
- Tu mi devi prima dire del bambino. Di quello che sai di lui, di quello che gli hai fatto.
Il rigattiere si irrigid, terrorizzato.
- Ma che vi pensate, brigadie'? Io questo non ve lo permetto, di pensare a questa cosa! E poi ho saputo che la creatura si  mangiato il veleno, io non c'entro niente!
Maione lo fissava, serio.
- Continua. Voglio sapere com'era, questo bambino. E non mi dire che era come un figlio per te, perch i figli non si mandano a rubare.
Capone aveva ormai capito che conveniva dire le cose come stavano, e cercare di abbreviare l'incubo.
- Era un bambino, brigadie'. Un bambino, come ce ne stanno a migliaia, in mezzo alla strada. Non parlava, se ci provava balbettava; per era piccolo, faceva tenerezza alle donne e perci era comodo, per me. Io... io gli dicevo che se raccontava qualcosa a qualcuno gli facevo del male, ma non gliene avrei mai fatto, mai. E poi non mi conveniva, no? Mo' che gli avevo insegnato come fare a... fare quello che faceva, perch lo dovevo perdere?
Maione era disgustato, ma propenso a credergli.
- Parlami degli ultimi giorni. Quando lo hai visto, l'ultima volta? Hai notato qualcosa di strano, di insolito? Hai visto qualcuno con lui? Parla!
- No, brigadie', io al bambino non lo vedevo da gioved. Mi pensavo che era caduto malato, quello era secco secco, senza salute, pareva sempre che se ne cadeva a terra, non teneva forze. Non ho avuto notizie, e manco lo sono andato a cercare, perch non ho avuto tempo. Poi, l'altroieri, viene l'amico suo, Cristiano, l'altro ragazzo della parrocchia, e mi dice che Tett  morto e se posso pigliare lui a lavorare al posto suo. Io cos l'ho saputo, che era morto. E con lui non c'era mai nessuno, solo quel cane bastardo che gli andava appresso. Non so altro, ve lo giuro!
Il brigadiere lo squadr a lungo. Voleva che il suo disprezzo rimanesse in corpo all'uomo, come una minaccia: se avesse scoperto che gli aveva mentito, se lo avesse di nuovo trovato sulla sua strada, se avesse saputo che aveva ancora rubato o maltrattato, per lui sarebbe stata la fine. Capone comprese.
- Ti trovo, Capone. Come ti ho trovato adesso, ti trovo un'altra volta. Ricordatelo bene. E prega Iddio di non aver mentito.
- Io non ho mentito, brigadie'. Una cosa  rubare, un'altra  ammazzare o permettere che si ammazzi. Non so niente di quello che  successo al bambino; e nemmeno saprei a chi chiedere. Ve l'ho detto, era un bambino come ce ne stanno tanti, per la strada.

Tornando in questura, il brigadiere non riusciva a togliersi dalla mente le ultime parole del saponaro: un bambino come ce ne stanno tanti, per la strada. Si rese conto di averlo pensato lui stesso, quando non si spiegava il perch della fissazione di Ricciardi per quella morte.
La cosa lo terrorizzava: un bambino come ce ne stanno tanti. E se fosse morto lui com'era morto Luca, il suo figlio poliziotto accoltellato da un delinquente? I suoi bambini sarebbero diventati cos, "come ce ne stanno tanti, per la strada"?
Ancora una volta, pens, il commissario aveva ragione. I bambini per strada sono figli di qualcuno, anzi, di tutti. E lui, Maione, si vergognava di non averlo capito immediatamente. Non si liquida la vita di un bambino con due parole scritte su un rapporto. Si deve capire bene. E, come le indagini dimostravano, cose strane e oscure ce n'erano state, nella breve vita di Tett.
Passando per l'angolo di vico della Tofa, dove quella mattina Ricciardi l'aveva aspettato, sent un lieve sibilo e istintivamente si gir: nell'ombra lo aspettava Bambinella, un fazzoletto in testa e stretto in un cappotto rivoltato.
- Bambine', sei tu? Come mai, qua? E che vuoi?
Il femminiello aveva un'espressione seria che Maione non ricordava di avergli mai visto, con due rughe profonde agli angoli della bocca.
- Brigadie', buona serata. Vi devo parlare.

47.

- Signora?... Signo'... Allora, quale vi piace di pi?
Livia si riscosse dai suoi pensieri e per l'ennesima volta tent di concentrarsi sui due abiti che la sarta le proponeva. Le era stata consigliata da una nuova amica napoletana, la marchesa De Luca di Roccatagliata, ed era rimasta contenta dei provini, tra i quali non sapeva decidersi.
La sua mente per vagava disordinata, correndo spesso alla finestra rigata di pioggia. Le poche parole carpite a Maione l'avevano messa in uno stato di tensione e di preoccupazione per Ricciardi, soprattutto per quanto riguardava i suoi contatti col dottor Modo, un sorvegliato speciale della polizia segreta.
In questura era andata proprio per far capire a Ricciardi, non dicendolo esplicitamente, che frequentare il dottore costituiva un rischio molto serio: non ci voleva nulla, in quel periodo, a ritrovarsi al confino.
Poi per Maione le aveva parlato del bambino morto, e anche questo l'aveva colpita al cuore. Lei stessa era stata madre, anche se per poco, perch una malattia le aveva portato via il figlio; il fatto che un uomo si appassionasse alla ricerca delle ragioni della morte di un orfanello l'avvicinava ancora di pi, se possibile, a Ricciardi.
Dalla strada, assieme al rumore della pioggia e delle macchine che passavano, arrivavano le urla allegre degli scugnizzi che giocavano nelle pozzanghere. Chi prova amore per i bambini ha tanto amore da dare, pens. E sorrise alla sarta.
- Sono belli, bellissimi; li prendo tutti e due.

Nello stesso piccolo caff dove si era incontrato con Ricciardi, Maione sedeva con Bambinella che si scaldava le mani attorno a una tazza di t. L'espressione del suo informatore lo preoccupava: in genere era ironico, volgarmente affettuoso, portato allo scherzo e allo sfott; ora lo vedeva serio, cupo, pensoso.
- E allora, Bambine': che succede, si pu sapere? Dici sempre che  pericoloso incontrarsi per strada, e mo' addirittura ti trovo all'angolo della questura che vuoi parlare con me?
Bambinella pos la tazza e prese un tovagliolo con le lunghe dita dalle unghie laccate.
- Brigadie', si tratta della morte del bambino, il piccolo di Santa Maria del Soccorso. Ho saputo una cosa e, siccome mi pareva un'informazione importante, ve la sono venuta a dire. Ho sbagliato?
- No, no, hai fatto bene. Solo che tieni una faccia... insomma, non  la solita brutta faccia che hai.
Bambinella fece una smorfia.
- Lo so, sono uscita di casa come stavo, senza nemmeno ripassarmi il trucco. Ma se una  bella  bella sempre, brigadie'.
- Appunto, se una  bella. Dimmi, allora: che hai saputo?
- Brigadie', ascoltatemi bene: stamattina  venuto quel cliente mio, il verdumaio, l'ambulante che mi aveva detto che aveva visto il bambino con quell'uomo elegante, lo zoppo, vi ricordate?
Maione annu.
- Vai avanti.
- Allora, lui gi me l'aveva detto che aveva avuto l'impressione che l'uomo e la creatura stavano avendo una discussione, che lo zoppo lo teneva per il braccio e lo scotoliava. Tanto che aveva pensato pure di intervenire, perch gli era parso che il bambino teneva bisogno di aiuto.
- S, me l'hai gi detto. E allora?
- E allora, oggi mi ha detto che lo ha rivisto, allo zoppo. L'ha visto uscire da un palazzo, a Santa Lucia, al numero 12; e ha chiesto chi era quel signore. Il portiere, che  amico suo, gli ha detto che quello abita l e si chiama Sersale, Edoardo Sersale. E uno nobile, di non so quale famiglia antica, il cliente mio non ha capito bene. Il nome a me mi ha detto qualcosa, e quando il verdumaio se n' andato sono scesa e sono andata a parlare con una compagna mia che lavora sopra a un casino alla Torretta.
Maione allarg le braccia.
- Non c' niente da fare, tu ci hai una compagna che lavora dovunque, basta che sia un posto schifoso. Casini, taverne, bische, dovunque.
- Infatti, brigadie'. E per fortuna, perch come sempre mi ero ricordata bene: la compagna mia mi aveva parlato di un cliente del casino che ci teneva assai per una delle ragazze, di vista la conosco pure io, bella  bella, ma secondo me  un poco volgare, tiene due zizze cos e la bocca...
Maione lo interruppe con veemenza.
- Ma secondo te io devo starmene qua con te, a rischio che qualcuno mi vede e faccio una figura di niente che mi sfottono da mo' finch campo, per sapere come tiene le zizze una puttana del casino della Torretta? Vogliamo andare avanti, o no?
- Tenete ragione, brigadie', scusatemi, ma io sono fatta cos, mi distraggo. Insomma, questo cliente dell'amica della compagna mia risponde alla descrizione, zoppo, elegante eccetera. Allora io ci ho detto alla compagna mia se mi faceva parlare con la ragazza, e il nome scusatemi ma non ve lo posso dire, perch mi ha fatto promettere sulla Madonna di Pompei e voi lo sapete che sono devota. Insomma, il nome corrisponde: e lui, 'sto Sersale, sta pure inguaiato. Inguaiato assai.
Maione aveva drizzato le orecchie.
- Come, inguaiato assai?
- E nobile, s, ma sta pieno di debiti. Ci piacciono le femmine, i casini e le carte da gioco. Si  mangiato una fortuna, e mo' sta in mano agli strozzini che lo minacciano che se non paga i debiti, fino all'ultimo centesimo, lo fanno nuovo nuovo.
- E che c'entra, col bambino?
- Ah, questo non lo so, lo dovete scoprire voi. Fatto sta che la ragazza ha detto che negli ultimi giorni l'amico suo aveva cambiato faccia. Rideva, pazziava un'altra volta come a prima, era ritornato allegro insomma. Le ha raccontato che tra poco avrebbe avuto i soldi per pagare tutti i debiti e per apparare la situazione. E quando la ragazza gli ha chiesto come, ha risposto: ho trovato il bambino. Solo questo.
Maione era perplesso.
- E che significa, "ho trovato il bambino"? Che voleva dire? Quello Tett era un orfanello, non teneva manco che mangiare, e infatti per fame si  mangiato addirittura il veleno per i topi. Che gli poteva dare, a uno cos?
- Io questo non lo posso sapere, brigadie'. Ma il cuore mi dice che questo zoppo di merda c'entra, eccome, con la morte della povera creatura.
Maione assent.
- Entrarci o no, sicuramente si deve indagare. Grazie, Bambine': avevi ragione tu, l'informazione valeva molto e doveva arrivare urgentemente. Ma ti posso chiedere una cosa? Perch l'hai fatto? Perch ti sei messo a cercare, andando fino alla Torretta sotto all'acqua e poi venendo qua, aspettandomi all'angolo col rischio che non passavo?
Bambinella bevve l'ultimo sorso di t e soggiunse triste:
- Perch sono stato un bambino orfano pure io, brigadie'. Senza un padre e senza una madre, abbandonato in mezzo alle strade di questa citt. Io lo so, che non sei niente; che se campi o muori  lo stesso e nessuno se ne fotte. Mi sono dovuto guadagnare la vita a bocconi e a morsi, proprio come a questa creatura sfortunata che avete trovato a Capodimonte. Diciamo che  stato un fiore sulla cassa di questo bambino. Un fiore da parte di Bambinella.

Le mani di Enrica volavano tra le stoviglie, mentre apparecchiava la tavola per la cena.
E come volavano le mani le volava il cuore, ben al di sopra dei nuvoloni carichi di pioggia che opprimevano la citt.
Aveva ricevuto un'altra lettera. Consegnata con un gesto complice dal padre, che l'aveva estratta rapido dalla posta per non essere visto dalla moglie; un gesto d'intesa che l'aveva fatta diventare rossa come un pomodoro, prima di scappare in camera sua.
Stavolta il tono era pi dolce, pur mantenendosi nel solco di discrezione che era stato tracciato col suo stesso contributo: Ricciardi si scusava maldestramente della sua timidezza, forse eccessiva, che gli impediva di avvicinarla come molti al suo posto avrebbero di sicuro fatto.
Non doveva pensare per che lei, Enrica, non fosse al centro dei suoi pensieri: quello che provava, e che un giorno sperava di saperle dire, era qualcosa di molto importante (e qui aveva dovuto interrompere la lettura, perch il cuore minacciava di balzarle fuori dalle orecchie). Solo, non era incline a quelle situazioni, nelle quali mai in passato si era trovato.
Concludeva dicendo che si augurava che anche lei qualche volta pensasse a lui, e che i suoi pensieri si avvicinassero ai propri. Lo sperava tanto. E la salutava augurandole tutto il bene del mondo, e con tutto il cuore.
Enrica non ricordava di essere mai stata tanto felice. Mai. Nemmeno lontanamente.
Sperava soltanto di riuscire a mettere, nella lettera che si apprestava a scrivere in risposta, tutta la propria emozione: sarebbe stata, anche lei, pi affettuosa.
Si chiese quando si sarebbe deciso a chiederle di incontrarsi.

48.

La popolazione del Gambrinus cambiava, a ora di cena.
La gente dell'aperitivo, i tiratardi della chiacchiera pomeridiana, quelli che si trovavano l per incontri pi o meno clandestini erano rientrati per timbrare il cartellino famigliare, e ora sedevano a tavole imbandite, tenendo conversazioni poco interessanti con sconosciuti che portavano il loro stesso cognome.
I clienti della sera, quelli che volevano ascoltare la musica dal vivo e non erogata dalla cassetta di legno chiamata radio, quelli che volevano incontrare occhi di sesso diverso e imbastire le premesse di future relazioni, quelli che volevano approfittare del clima allegro per instaurare rapporti d'affari positivi, dovevano ancora arrivare.
L'ora di cena al Gambrinus era terra di nessuno. Gli stessi camerieri, i baristi, affilavano le armi per la sera, e calcolavano ricavi e perdite della giornata. Si cominciava a fare il conto delle mance, si sistemavano marsine scucite, si riannodavano cravatte a farfalla rese sghembe dalla concitazione del servizio pomeridiano. Alla monumentale cassa, il campanellino dello sportello coi soldi suonava meno freneticamente, e all'ingresso ci si scappellava meno incontrando chi usciva.
Anche gli odori cambiavano al Gambrinus, a ora di cena. Com'erano stati imperanti Sua Maest il Caff durante la mattina e la fragranza di pomodori cotti, mozzarella e melanzane a ora di pranzo, e le paste e i salatini nel lungo pomeriggio dei vermut e dei rosoli, ora gli aromi si mescolavano senza vincitori n vinti, avendo gi impregnato di s le sete e gli arazzi per quel giorno, in attesa del successivo.
I suoni facevano la loro parte, al Gambrinus a ora di cena. L'allegra melodia del mattino e quella sognante del pomeriggio si erano evolute, sulla tastiera del bel pianoforte a coda, in arpeggi interlocutori, un allenamento armonico senza significato preciso. Un ruscello di note, una polvere di stelle cadenti che circondava i cristalli senza farli vibrare, una musica di attesa e di sottile rimpianto.
L'aria era stranamente limpida, nelle luci del Gambrinus, a ora di cena. Sigari e sigarette erano un ricordo del pomeriggio, quando si mischiavano all'odore della pioggia e al suono argentino delle risate di donna e dei cucchiaini che giravano il t nelle tazze; e sarebbero tornati nella lunga notte, a far da nebbioso contorno alle parole sussurrate e al tango sensuale e disperato ballato al centro della sala, in mezzo ai tavolini strapieni di sguardi e sfogliatelle. Ma a quell'ora, all'ora di cena, la luce degli immensi lampadari di cristallo giocava sugli ori e sugli argenti delle pareti e dei banconi, arrivando intatta com'era partita dalle mille lampadine.
Dura poco, l'ora di cena al Gambrinus: dall'ultimo bicchiere di vermut sorbito e abbandonato sul tavolo al primo nottambulo che entrer guardandosi attorno deluso, trascorrer meno di un'ora. Ma sar un'ora lunghissima.
Perch  l'ora di cena.

Maione entr al Gambrinus circospetto, ma c'era pochissima gente: nessun incontro indesiderato da temere.
Qualche tavolino era occupato, certo; d'altronde la sala era grande. Una donna sola, il trucco un po' sfatto, l'aria bellicosa. Un signore anziano, gli occhi acquosi dell'ubriaco, ogni tanto un'incongrua risatina. Due uomini col colletto rigido, intenti a mangiare un piatto di qualcosa senza guardarsi in faccia. Una coppia, lui col giornale e lei a fissare il vuoto, senza dirsi una parola. Che tristezza, pens il brigadiere.
Vide Ricciardi al solito tavolino, una tazza fumante davanti, le mani in tasca e lo sguardo perso fuori, sulla via lucida di pioggia e striata di luce dai lampioni. Pallido da far paura, il labbro inferiore scosso dai tremiti.

- Commissa', voi non state bene: e queste non sono serate da passare in mezzo alla strada, se uno non sta bene. Tenete la febbre altissima, si vede subito. Fatevi accompagnare a casa, sentite a me: se state male non servite a nessuno.
- Non ti preoccupare, sto bene. Io sono uno di quelli che, se si cura, sta peggio. Ti ho ordinato una sfogliatella e un caff. Piuttosto, dimmi che hai combinato oggi, e poi ti racconto io.
Per oltre mezz'ora si scambiarono le notizie relative alle reciproche indagini. Ricciardi parl del sagrestano, senza riuscire a nascondere il proprio raccapriccio per l'individuo disgustoso che era; Maione parl di Cristiano e della sua scorza, cos triste in un ragazzo tanto giovane, e di Cosimo e delle sue meschinit. Da tutti veniva un'ipotesi di delitto, in tutti c'era la possibilit di una violenza; in nessuno vedevano un avvelenatore.
Poi il brigadiere raccont dell'appostamento di Bambinella e delle notizie relative allo zoppo, che ora forse aveva un cognome, un nome e un indirizzo.
- Commissa', qua non ci esce niente, stiamo girando a vuoto. Pure per lo zoppo, in mano che abbiamo? Le confidenze di una puttana a un'altra puttana. E magari  solo un pervertito, e allora ce lo andiamo a prendere e lo sbattiamo in galera, non prima di avergli fatto un bel mazziatone, sia chiaro.
Ricciardi a sua volta non pareva convinto.
- Ma uno con tutti quei guai, debiti, strozzini addosso, soldi da cercare, si mette a perdere tempo a sfogare le passioni su un bambino? E poi, che c'entra quell'accenno al fatto di aver trovato i soldi perch aveva trovato il bambino? No, 'sto fatto del pervertito non mi quadra proprio.
- E allora torniamo al principio, commissa': quello della morte accidentale. Pi scaviamo pi troviamo schifezze, sono d'accordo con voi; cose orribili, che fanno venire da vomitare. Io vi torno a dire: facciamo una pulizia. Sbattiamo in galera il saponaro, il sagrestano, lo zoppo. Facciamo pure una ricerca col pettine stretto sul prete mo' che il mascellone se ne va, perch fino ad allora non ci lasceranno muovere; insomma, diamo una bella pulita. Ma il bambino  morto per una disgrazia, pace all'anima sua, e mo,'  un angelo in paradiso: lasciamolo stare l.
Ricciardi tacque. Guardava in strada; pioveva e faceva freddo, ma a vegliare c'era il guappo morto che buttava sangue dal cuore e diceva: Voglio vedere, di. Voglio vedere se lo fai. Pens che le cose stanno li, ferme e immutabili; ma qualcuno le vede, e qualcun altro no.
- Domani  festa, Raffaele. E dopodomani  il giorno dei morti. Hai due giorni di riposo, stattene tranquillo a casa coi tuoi. Ti ringrazio tanto per avermi fatto compagnia in questa pazza indagine che probabilmente, anzi, sicuramente,  una mia fissazione.
Maione scrutava il commissario.
- Voi non state bene. Innanzitutto tenete un febbrone da cavallo e il tempo fa schifo, quindi se ve ne state in strada vi prendete una polmonite. Poi vi conosco, un poco: anzi, vi conosco bene, e non siete il tipo da mollare una situazione come questa, a questo punto. Fatemi una promessa, commissa': prendetevi una pausa. Non teniamo piste calde, qua purtroppo tutto  fermo. Abbiamo visto quello che potevamo vedere, altro da fare non c'. Aspettiamo marted, e ci rimettiamo a cercare.
- S, non credo che ci sia altro da fare. Stai tranquillo.
Maione non moll.
- Me lo dovete promettere, commissa'. Se no, non vi faccio uscire dal Gambrinus. Nessuna iniziativa, nessun contatto finch non ci rivediamo io e voi. Se vi accompagno, lo sapete,  meglio per tutti. Vi prego, fatemi stare quieto, alla mia et le preoccupazioni fanno male.
- Io promesse non ne faccio mai, lo sai. Ma ti dico, ancora, di non preoccuparti, perch non c' altro da fare per ora. Ti aspetter. Adesso vai a casa, che pure io mi vado a mettere a letto con un'aspirina.

Lungo la strada, scosso dai brividi e con un mal di testa che si andava facendo insopportabile, Ricciardi pens a Enrica. Ci pens per trovare un rifugio dal tormento dell'immagine del bambino morto, del sagrestano che
si passava la lingua sulle labbra, di Bambinella che parlava a Maione dello zoppo, del rigattiere con l'argento nel carretto.
Mille piccoli particolari, legati o slegati fra loro, e un quadro generale che tardava a comporsi.
Quando entr nel portone si gir, e vide il cane fermo, a osservarlo nella pioggia che aveva ricominciato a cadere.

49..
Domenica, 1 novembre	1931. nono.

La domenica sotto la pioggia  tutta un'altra cosa.
Ti mette di fronte a quello che non pensavi, a quello che non avresti mai voluto. Ti impedisce di tuffarti in mezzo alla gente per strada, di drogarti di luci e di colori, di farti sballottare da grasse balie nei giardini o da giovani coppie nei caff in galleria. Non ti permette di andare a sentire il profumo del mare, e le urla dei pescatori che propongono quello che hanno preso di notte.
La domenica sotto la pioggia chiude le porte. Penetra con la luce dalle fessure, allaga le pareti e il pavimento, entra nell'anima salendo dai piedi e stringendo il cuore in pugno. La domenica sotto la pioggia sa come fare, a giocare con la speranza e la solitudine.
La domenica sotto la pioggia ti fa volere qualcos'altro, rispetto a quello che hai. Ti fa fissare le finestre rigate d'acqua e tutto quello che si vede diventa distorto, alterato. Neanche le immagini del fuori ti consente, la domenica sotto la pioggia, nelle lunghe ore negate al passeggio e agli incontri.
Se sei un vecchio medico con tante ferite di guerra sull'anima, la domenica sotto la pioggia ti scoprir gi sveglio all'alba. Ti alzerai ciabattando in una casa troppo grande, la camicia da notte piena di spifferi freddi, le calze pesanti. Fumerai a lungo, guardando in faccia senza vergogna e con molta paura la tua antica solitudine, e il futuro oscuro che forse non avrai. Penserai alle lontane nebbie e alle piogge della tua adolescenza, piene di giochi e senza frustrazioni; e forse deciderai di vestirti e di andare lo stesso in ospedale, anche se non  il tuo turno. Perch i malati e il loro dolore sono tutto quello che ti resta.
La domenica sotto la pioggia ha le sue armi.
Se sei una ragazza innamorata non vedrai l'ora che succeda qualcosa, e invece la domenica sotto la pioggia sospender il tempo in un nulla che sembra infinito. Leggerai e rileggerai una lettera, la confronterai con quello che speri, e la luce fredda che viene dalle finestre rigate ti far temere il peggio. Preparerai il pranzo con gesti distanti e lontani, e la famiglia percepir preoccupata o infastidita il tuo nervosismo inspiegabile. Tu non te ne accorgerai, avvicinandoti continuamente alla finestra come un pesce alla parete di un acquario, sognando e temendo un mondo in cui forse non riusciresti a respirare.
La domenica sotto la pioggia  piena di paure.
Se sei un uomo che si sente donna passerai forse la giornata a laccarti le unghie, e a togliere ogni singolo pelo dal corpo. Proverai rabbia per non poter uscire con un vestito pieno di fiori, per urlare al mondo che sei bella e forte, a dispetto della natura che non ha voluto ascoltarti. Forse torner alla memoria il bambino che eri, per strada, scacciato e sfottuto, mortificato da quegli stessi che oggi ti vengono a cercare famelici. Qualcuno furtivo verr a trovarti, fradicio d'acqua e trafelato, e temer di essere visto quando arriva e quando se ne va; ma a te non importa, perch anche quello  amore, e se ruba pochi attimi prima o poi te li restituisce.
La domenica sotto la pioggia fa strani regali.
Se sei una donna bellissima e forestiera osserverai la tua strana, nuova citt attraverso la pioggia. Penserai che per essere il paese del sole ci piove abbastanza. Ma che anche la pioggia  diversa, scrosci alternati a raggi di luce pieni di canzoni. Penserai di uscire lo stesso, e girerai in auto per le strade deserte godendoti i palazzi muti di fronte al mare, la spuma delle onde fino in strada, l'aria carica di elettricit. Penserai che hai voglia di un uomo, quando al caff mille mani vorranno accenderti la sigaretta e mille sorrisi renderanno livide le altre dame; ma tu hai voglia di quell'uomo, non di altri, e la tua mente coltiva una speranza per volta.
La domenica sotto la pioggia restringe il campo.
Se sei un brigadiere in un giorno di festa poltrirai nel letto, mentre la pioggia batte sulle imposte. Farai l'amore di mattina, con calma, perdendoti nei capelli biondi e nella pelle morbida della donna che hai amato, che ami e che amerai senza requie finch avrai vita. E poi accoglierai cinque folletti nel letto, mentre lei ti prepara la colazione, e racconterai a tutti quegli occhi spalancati di mirabolanti avventure dell'eroico poliziotto che arresta i delinquenti. E forse penserai a chi non c' pi e gli manderai una lacrima, ricordandogli che nella tua anima di padre una stanza grande, bella e luminosa  per lui, e cos sar sempre.
La domenica di pioggia ha tanti ospiti.
Se sei una vecchia tata piena di dolori guarderai il tuo signorino che si veste per uscire, anche oggi che  domenica, anche oggi che  la festa di Tutti i Santi, anche oggi che piove a dirotto. E protesterai, ti lamenterai ma non verrai ascoltata. Non vieni mai ascoltata. Ne scruterai le pupille luccicanti di febbre, ne ascolterai la tosse secca. Proverai l'acuta sofferenza della tua inadeguatezza, il timore del suo dolore. Legherai una speranza all'averlo visto scrivere di nascosto e conservare un foglio spiegazzato nella tasca della giacca. Proprio sul cuore.
La domenica sotto la pioggia ha qualche speranza, nelle solitudini.

Ricciardi camminava, e i suoi passi risuonavano come di notte bench fosse mattina: la pioggia teneva la gente nelle case, quella domenica d'autunno.
Se ne sarebbe stato anche lui tra le mura domestiche, quel giorno: si sentiva a pezzi, la gola in fiamme, la testa avvolta come nell'ovatta; ma sapeva che non avrebbe avuto riposo finch non fosse riuscito a capire chi fosse lo zoppo, e quale ruolo avesse avuto negli ultimi giorni di vita di Tett.

Il sagrestano era stato solo un tramite; gli altri ragazzi non potevano saperne nulla, e comunque sarebbe stato difficile estorcere loro informazioni; don Antonio non ne era sicuramente informato, e lui non poteva comunque avvicinarlo dopo la lettera della curia; non restava che una persona, alla quale il bambino poteva aver detto qualcosa.
Il portiere del palazzo di via Toledo si mostr molto diffidente: quel bizzarro individuo venuto sotto la pioggia, senza cappello e con quegli occhi verdi lucidi di febbre gli parve troppo strano per consentirgli un facile accesso ai suoi padroni; di domenica mattina, per di pi. Gli stava dicendo di ripassare un altro giorno perch la signora era fuori, quando, smentendolo, lei lo chiam all'interfono ordinandogli di far passare quel curioso visitatore.
Ricciardi fece una rampa di scale e trov Carmen ad attenderlo sulla porta, con una cameriera pronta a impadronirsi del suo soprabito.
- Commissario, prego, accomodatevi. Per fortuna vi ho visto dalla finestra, altrimenti quel cerbero di Alberto non vi avrebbe fatto passare senza nemmeno chiedere a me. Dovr parlargli chiaro, uno di questi giorni.
Ricciardi la segu attraverso alcune sale fino a un soggiorno illuminato da un grande lampadario di cristallo. La casa era grande e molto ricca, piena di tappeti, arazzi e quadri antichi; trasudava un consolidato benessere, fortune risalenti a epoche precedenti e rese stabili dalle generazioni successive. I soprammobili, le statue, i mobili stessi raccontavano di viaggi in paesi esotici e di un gusto raffinato.
- La ricchezza non  mia, commissario. Viene dalla famiglia di mio marito, ve l'ho detto l'altra volta. E questa casa, le altre, tutto questo sfarzo finisce con noi. Per colpa mia, della sterilit.
Il commissario la osserv: il dolore non sembrava averla abbandonata, pur essendo ormai passato dalla fase in cui  un mare in tempesta che urla nell'anima a un sordo rumore di fondo. Il viso era arrossato, sciupato, attraversato dalle rughe del pianto; il fazzoletto strapazzato 
continuamente dalle mani sottili. Indossava un abito nero, in tutto simile a quello che portava al funerale del bambino, o forse era lo stesso.
- Non riesco a non pensarci, commissario. E come un blocco qui, in petto, che fa male ogni volta che respiro. Non mi ero resa conto, io stessa, di ci che quel bambino significasse per me. Pur vedendolo solo due o tre volte a settimana, il pensiero di stare con lui mi dava una forza che non avr pi. Come far, adesso?
Ricciardi prov di nuovo un'acuta sensazione di partecipazione per quella solitudine immensa. La donna era sola, in mezzo alla sua ricchezza, pi di quanto lo fosse stato il povero Tett nella sua vita povera e disperata, cos breve, durata il tempo di un respiro.
- Signora, non vi volevo disturbare: mi rendo conto di quanto siano difficili, per voi, questi momenti.
- Ho molto pensato a quello che ci siamo detti, commissario. E ho capito che avrei dovuto prendere Tett con me. Avrei dovuto superare i timori, le grettezze e le meschinit e avrei dovuto dargli la vita e il benessere che si devono dare a un figlio, perch per me lui era questo, ormai: il figlio che Dio non mi ha voluto far generare. Ho avuto paura, e sono stata punita. Ma la punizione  stata troppo pesante.
Ricciardi cerc di rincuorarla.
- No, non dovete pensare questo. La morte di Tett  figlia della strada, dell'abbandono di queste povere creature. E figlia dell'indifferenza di noi tutti, non della vostra, che anzi eravate l'unica ad aver sentito l'esigenza di dare sollievo.
- No, commissario. Purtroppo non  cos. Forse ho cominciato con quest'intento, ma poi per me Tett era diventato qualcosa di diverso, di pi profondo. A me interessava lui, non gli altri ragazzi, non tutti i poveri bambini che vivono per strada. E non so perdonarmi di averlo lasciato solo a morire.
- Perch vi tormentate, signora? Perch vi accusate di vigliaccheria?
Carmen si alz.

- Venite con me, commissario. Voglio farvi vedere una cosa.
Ricciardi segu la donna per un lungo corridoio e poi per una rampa di scale, in cima alla quale c'era una porta. Su una sedia, un infermiere in camice bianco leggeva un giornale; appena vide la signora si alz in piedi.
- State, state. Voglio solo far vedere una cosa al commissario. Aprite lo spioncino.
A1 centro del battente c'era uno sportellino, con un pomello per aprirlo verso l'esterno. L'uomo diede un'occhiata rapida, dopodich si fece da parte; Carmen rimase a guardare per un po', poi si spost e fece spazio a Ricciardi.
Oltre la porta, la stanza era in penombra, senza finestre, illuminata da una fioca lampada incastrata nel muro e protetta da una rete metallica. L'unico arredo era un letto, al centro del locale. Un uomo era seduto sul materasso, vestito con una camicia da notte.
L'et era indefinibile, avrebbe potuto avere trenta o settant'anni. Dalla testa spuntavano radi ciuffi di capelli neri, smorti. Gli occhi guizzavano continuamente sulle pareti, come se seguissero il movimento di animali notturni. Dalla bocca in movimento costante usciva un filo di bava che colava sul collo e sulla camicia; dallo sportello, protetto da un vetro, si percepiva un mormorio, un flusso di parole senza senso. Carmen lo richiuse.
L'infermiere disse:
- Ha gi fatto colazione e preso la medicina, signora.
- La notte com' andata?
- Tranquilla, per lo pi. Tra poco viene Stefano, l'infermiere di giorno, a darmi il cambio. Avete bisogno d'altro, signora?
Carmen scosse la testa e fece cenno a Ricciardi di seguirla. Quando furono di nuovo seduti in salotto, mostr al commissario una foto in una cornice d'argento.
- Avrei dovuto dire: vi presento mio marito. Ecco, qui  com'era quando ci siamo sposati. Com' adesso, l'avete visto. Una malattia nervosa, i medici dicono che pu essere addirittura ereditaria. Forse  stato meglio, che io sia risultata sterile.
Nella fotografia c'era un uomo alto, bello, che nulla aveva in comune col vegetale in cima alla rampa di scale; teneva sottobraccio una Carmen pi giovane e molto pi felice, vestita di bianco.
- Non molto tempo fa, commissario. E a me invece pare un secolo. Ho voluto farvelo vedere per capire, anche solo in parte, per quale motivo non ho portato subito Tett in questa casa. Infermieri, medicine; porte chiuse. Che posto , per un bambino? E invece sarebbe ancora vivo, se non avessi tentennato. Ma non  solo questo, che mi danna. In realt sono stata un'egoista, una profonda egoista.
- Perch, signora?
- Mio marito ha dei parenti. Personaggi avidi, interessati alla sua ricchezza. Una nostra adozione gli avrebbe sottratto la speranza di poter mettere le mani, un giorno, su quello che  nostro. Avrebbero fatto di tutto, per impedirlo: e io non ho voluto dare a mio marito, nel suo stato, il dolore di ritrovarsi la sua famiglia contro. Preferivo fare donazioni a don Antonio, dare un po' di benessere a Tett in questa maniera indiretta. Sono stata vigliacca, insomma. E adesso non potr mai perdonarmi.
Ricciardi provava pena per la donna: ma non poteva confortarla. Aveva ragione, anche lui al suo posto avrebbe portato sulla coscienza il peso del proprio benessere.
- Signora, perdonatemi: io sono qui per chiedervi una cosa. Da alcune informazioni che abbiamo ottenuto negli ultimi giorni, risulta che Tett aveva incontrato un uomo. Voi ne sapete nulla?
Carmen sbatt le palpebre, perplessa.
- Un uomo? Tett? No, non ne so nulla. Quale uomo?
Ricciardi cerc di essere pi preciso.
- Pare che un uomo elegante, alto, abbia preso contatto col bambino attraverso il sagrestano. Quest'uomo dovrebbe aver visto Tett almeno due o tre volte, nell'ultima settimana prima della morte del bambino. Lo vedeva fuori dalla parrocchia, sono abbastanza sicuro che n don Antonio n gli altri ragazzi ne sapessero nulla. Pensavo che Tett potesse avervene parlato.
- No, assolutamente no. E mi meraviglio molto, mi diceva tutto. Com'era, quest'uomo?
- Vi ho detto, alto, elegante; pare fosse claudicante, girava con un bastone per aiutarsi a camminare.
Ricciardi not l'immediato cambiamento nell'espressione di Carmen: aveva sgranato gli occhi, portando la mano col fazzoletto alla bocca. L'altra mano aveva abbrancato il bracciolo della poltrona, le nocche sbiancate per lo sforzo.
- Che dite, commissario? Siete sicuro?
- S, signora. Altre informazioni, ancora da verificare, indicano che l'uomo abiti a Santa Lucia. Mi riprometto di andarci oggi stesso.
Carmen si alz in piedi. La voce le tremava di eccitazione e dolore.
- Io lo conosco, commissario. Io so chi , quest'uomo!
Ricciardi si alz a sua volta, fissando la donna con espressione interrogativa. Lei riprese:
- E' il fratellastro di mio marito, Edoardo. Si chiama Edoardo Sersale. E mi odia, mi odia con tutta l'anima.
Carmen piomb di nuovo a sedere e prese a singhiozzare disperata. Ricciardi aspett che si calmasse.
- Perch pensate che possa essere lui, signora? Devo dirvi che anche il nome corrisponde a quanto abbiamo saputo. Non volevo dirlo fino a quando non avessi verificato personalmente.
Carmen sembrava distrutta dai propri pensieri.
- E' lui; il figlio di secondo letto della mia povera suocera, che ha fatto morire di dolore. Mi aveva giurato che si sarebbe vendicato. Mi aveva chiesto soldi, io amministro le cose di mio marito, avete visto in che condizioni . E' un uomo dissoluto, donnacce, gioco, cavalli, tutti i vizi possibili lui ce li ha. Io ho detto basta, con lui  come buttare i soldi in un pozzo, non c' fine. E lui mi ha detto: mi vendicher.
Ricciardi era perplesso.
- E cosa pensate che abbia fatto? Che c'entrava, Tett? - Ma non capite, commissario? Mi ha colpita nell'unica cosa che amavo: il bambino. In un colpo ha eliminato il pericolo dell'adozione e mi ha tolto Tett. Dio, commissario... se  stato lui, vuol dire che il bambino  morto... per colpa mia! Solo per colpa mia!
Ricciardi rest a guardare la donna scossa da singhiozzi disperati, non sapendo come confortarla.
Fuori, la pioggia copriva tutto: uomini e cose.

50.

Domenica, 25 ottobre 1931. nono.

All'uscita dalla messa, Tett solleva il capo. Non piove, ma a terra  tutto bagnato e in cielo ci sono nuvole nere.
Che giornata sar?, si domanda. Vedr il mio angelo? Forse verr a prendermi, anche se non ha avvertito don Antonio; forse le verr voglia di vedermi, arriver e io star con lei per un'ora. Andremo in macchina, io mi sieder dietro come se lei fosse il mio autista. E mi porter a prendere qualcosa di buono, e io rider, e lei mi terr stretto.
Come una mamma e il suo bambino.
Mentre pensa a questo, trova il cane accucciato sotto le scale della chiesa, che appena lo vede balza in piedi e si mette a scodinzolare. Tett lo abbraccia, poi si avvia verso l'angolo per non farsi vedere. Tira fuori dalla tasca dei pantaloncini una mollica di pane e la d al cane. Il cane mastica e inghiotte quasi subito.
All'improvviso si mette a ringhiare, fissando un punto alle spalle di Tett. Il bambino si volta, e incontra lo sguardo inespressivo di Amedeo. Non c' niente dentro. Tett ha terrore, di quello sguardo. ,
Amedeo fa un segno con la testa, Tett si accorge che dietro di lui ci sono tutti gli altri, i gemelli, Saverio, Cristiano. I gemelli si fanno avanti e lo tengono, uno per braccio. Saverio fa passare attorno al muso e alla testa del cane un cappio di corda col nodo che scorre, e stringe. Il cane ringhia pi forte e d un morso alla mano di Saverio, un morso veloce: la mano sanguina, Saverio bestemmia e stringe la corda. Il cane strabuzza gli occhi e tossisce.
Amedeo fa segno di no e molla uno schiaffo a Saverio, che allenta il cappio.
Amedeo si volta e comincia a camminare; dietro di lui i gemelli con Tett. Il cane esita, poi segue il gruppo senza fare resistenza, la corda  lenta, non c' bisogno di trascinarlo.
Cristiano si gira verso Tett. Anche lui ha paura. Tett vorrebbe urlare, ma non pu: il serpente stringe, e lui a stento riesce a respirare.
Il piccolo corteo procede fino a una rientranza della strada, una minuscola piazza ai piedi di una scala a doppia rampa, nei paraggi del deposito di alimentari. Non passa nessuno. Angelo, angelo mio, dove sei?
Saverio porta il cane di fronte a Tett. Il cane guaisce, poi si accuccia. Aspetta. I gemelli allentano la stretta sulle braccia di Tett, senza lasciarlo andare.
Amedeo dice:  ora di colazione, cacaglio infame. Non ti ricordi che te l'ho promessa, una bella colazione? Che ti pensavi, che te la facevamo buona? Save', caccia la colazione.
Saverio tira fuori dalla tasca del vecchio cappotto che gli arriva quasi ai piedi i bocconi avvelenati. Ecco qua, dice. La colazione  servita.
Cominciano tutti a sghignazzare, tranne Cristiano. Amedeo si asciuga le lacrime e ridendo ancora dice: allora, cacaglio infame, hai deciso? Chi la deve fare, questa colazione, tu o il bastardo sacco di pulci? Parla, Mo non ci riesci, a parlare?
Cristiano dice: Amede', lasciamo perdere. Questa  una cosa che ci coster cara, a tutti quanti. Perdiamo pure quello che il cacaglio ci porta quando la signora se lo viene a prendere.
Amedeo risponde: Cristia', statti zitto. Mi hai scocciato pure tu, che ti metti paura dell'ombra tua. O ti piace anche a te, il cacaglio? Sei diventato ricchione come il sagrestano? Se vuoi, un boccone te lo puoi mangiare pure tu. Cos sembrer che i fessi che non sapevano che erano avvelenati erano due, non uno.
Cristiano tace, e fa un passo indietro. Guarda a terra. Tett invece guarda in cielo e pensa: angelo, angelo mio, perdonami: ma io non glielo faccio avvelenare, il cane;  mio amico, e non glielo faccio avvelenare.
Proprio mentre sta per dire: io, la colazione la voglio fare io, si sente un brusco richiamo: u, guagliu', ma che state facendo, qua? Perch lo mantenente fermo, al ragazzo?
Tutti si girano verso la voce, e vedono che all'ingresso del piazzale si presenta una figura alta, con l'espressione dura. L'uomo si mette in mezzo, zoppicando. Punta il bastone verso Saverio e gli dice: sciogli il cane. Sciogli subito quel cane e lascialo andare.
I ragazzi non sanno che fare. Sono tanti e lui  uno, e nella piazzetta non c' nessuno. Potrebbero farli mangiare pure a lui, i bocconi.
Ma ha il bastone, e una brutta faccia. Capiscono che non  il caso di fare resistenza. Amedeo fa un segno a Saverio, che toglie il cappio dal collo del cane; l'animale ringhia, arretra di qualche passo ma non scappa via. I gemelli lasciano le braccia di Tett e aspettano un segno da Amedeo. A un certo punto uno dei due si volta e scappa. L'altro si allontana camminando all'indietro.
Amedeo dice a Tett: cacaglio, mica abbiamo finito. Ci vediamo dopo. E se ne va altero, seguito da Cristiano e Saverio, che sputa a terra.
Lo zoppo si avvicina a Tett. Il gruppo dei ragazzi si ferma subito fuori la piazzetta e resta a guardare.

51.

Al riparo dalla pioggia in un portone, Ricciardi aspettava. Magari ci sarebbero volute ore; o forse solo pochi minuti. Il suo lavoro era fatto di pazienza e di attesa.
Gli veniva da ridere quando capitava di vedere al cinematografo, accompagnati dal frenetico suono di un pianoforte scordato, suoi immaginari omologhi americani saltare da finestre con la rivoltella spianata; o di leggere su libri da pochi centesimi di terribili conflitti a fuoco, di poliziotti che sbaragliavano a suon di cazzotti schiere di criminali. La massima parte del suo mestiere consisteva in quello, aspettare sotto la pioggia, magari inutilmente; e per il resto compilare verbali che nessuno avrebbe letto.
Starnut, accusando il contraccolpo con una fitta alle tempie. Forse avrebbe dovuto mantenere la promessa non fatta al brigadiere Maione, passando la domenica sotto le coperte a sorbire qualche terribile intruglio caldo di Rosa. Si sarebbe affacciato di tanto in tanto alla finestra, e forse sarebbe riuscito a vedere Enrica di sfuggita. Magari gli avrebbe anche sorriso, e lui avrebbe capito che l'ultima sua lettera l'aveva compiaciuta.
Invece i piedi di poliziotto l'avevano trascinato sotto l'acqua, a Santa Lucia, ad aspettare un uomo che non aveva mai visto e che, chiss, non era nemmeno coinvolto in quello che cercava.
Gi: ma che cosa cercava? Il fantasma di un bambino morto, che forse non esisteva. Anzi, certamente non esisteva, se non nella sua mente malata.
La mente malata, pens: e rivide il triste spettacolo dietro lo spioncino, a casa della povera Carmen: un uomo impazzito, un vegetale in perenne dialogo con un mondo di fantasmi. In che cosa, in fondo, il marito della Fago di San Marcello era diverso? In niente. Forse solo nel fatto che mentre quello ormai vedeva esclusivamente spettri, Ricciardi invece un minimo legame col mondo reale ce l'aveva ancora.
Che mi diresti tu, fantasma di Tett? Di dare una carezza al tuo cane, che cos magari smetterebbe di perseguitarmi? Che finalmente hai trovato da mangiare? Chiss che dicono i suoi fantasmi al signor Fago. Dovremmo scambiarci le impressioni.
Il portone che stava osservando si apr. Ne usc un uomo alto, pi o meno coetaneo di Ricciardi, forse un po' pi vecchio; portava un cappello e un elegante soprabito, e un bastone. Zoppicava. Quando vide che in strada non c'era nessuno, si chiuse il portone alle spalle.
Prima che il commissario avesse il tempo di muoversi, dal vicolo di fianco al palazzo dal quale era uscito l'uomo sbucarono tre figuri che lo circondarono. Due guardavano attorno, il terzo tir fuori dalla tasca qualcosa che luccic debolmente nella luce del giorno piovoso. Lo zoppo sbianc, terrorizzato, e alz il braccio per proteggersi il viso.
Ricciardi ag pi velocemente che pot e and verso il gruppetto, urlando:
- Fermi, polizia! Lasciate cadere le armi!
L'uomo che guardava dalla sua parte diede un grido di avvertimento e scapp a gambe levate, seguito dagli altri. Quello col coltello ne agit la punta verso lo zoppo, come per avvertirlo, prima di dileguarsi.
Ricciardi si avvicin all'uomo pallido come un cencio, appoggiato allo stipite del portone chiuso.
- Mi avete salvato. Grazie. Avete visto? Un coltello, avevano. Un coltello.
- Sono il commissario Ricciardi, della questura. Avete bisogno di qualcosa di forte. L all'angolo c' una taverna, accomodatevi.
Badando all'espressione dell'uomo, Ricciardi registr solo sollievo quando si era qualificato; evidentemente aveva da temere pi da altre parti che dalla polizia.
Raggiunsero la taverna; lo zoppo camminava svelto nonostante il selciato scivoloso, aiutandosi col bastone e gettando sguardi preoccupati in direzione del vicolo dove erano scomparsi i tre aggressori. Continuava a ripetere, a mezza voce: a questo punto, a questo punto sono arrivati...
Si sedettero a un tavolo; l'uomo era noto al proprietario, che lo salut affabilmente, mentre si mostr sospettoso verso Ricciardi; doveva essere abituato alle cattive compagnie di lui.
- Commissario, siete arrivato giusto in tempo. Mi avrebbero ferito, forse sfregiato. Grazie ancora.
Ricciardi mosse la mano, minimizzando.
- Questa zona  una mecca per i rapinatori. Sono tempi difficili.
L'uomo fece una risata amara.
- Quelli non erano rapinatori. Io so chi li ha mandati. Scusatemi, non mi sono presentato: sono Edoardo Sersale. E ringrazio il cielo che voi siate passato sotto casa mia proprio in quel momento, altrimenti me la sarei vista brutta.
- Non sono passato per caso. Aspettavo voi, signore. Proprio come quei tre, anche se ovviamente con diverse intenzioni.
Sersale era sorpreso ma non spaventato.
- Davvero? E perch mai? I poliziotti sono gli unici a cui non devo dei soldi. E non ho truffato mai nessuno.
- Avete detto che sapete chi ha mandato quei signori. Di chi si tratta, e perch credete di saperlo?
Edoardo aveva chiesto una brocca di vino, se n'era versato un bicchiere e l'aveva tracannato d'un fiato.
- Non ve lo dico, commissario. Se avessi voluto sporgere denuncia, sarei venuto in questura mesi fa, e probabilmente adesso sarei morto:  brutta gente, basti questo. Gente alla quale devo dei soldi. Soldi che non ho.
- Eppure qualche tempo fa avete confessato a una ragazza che presto li avrete. Come contate di procurarveli?
Sersale era sempre pi curioso.
- Incredibile! Come lo sapete? Mi sorvegliate? E da quanto tempo?

Ricciardi decise di mettere in chiaro la propria posizione.
- No, non vi sorvegliamo. Io mi sto occupando... sto seguendo una situazione nella quale pare voi siate implicato: la morte di Diotallevi Matteo, un orfanello della parrocchia di Santa Maria del Soccorso, a Santa Teresa. Vi dice niente?
L'uomo fece un balzo all'indietro, come se fosse stato colpito in piena faccia.
- E' morto? Tett  morto? Ma come... Non  possibile, io l'ho visto la settimana scorsa! E stava benissimo! Non pu essere, commissario: questo  uno scherzo di pessimo gusto.
- Purtroppo no. E' stato ritrovato luned mattina all'alba, sullo scalone del Tondo di Capodimonte.
Sersale si pass una mano sulla faccia:
- Povero bambino... ma come... com' morto?
- Sembrerebbe che abbia accidentalmente ingerito del veleno per topi. Ma ci sono alcune questioni oscure, sulle quali sto indagando.
Sersale era sconvolto.
- Devo raccontarvi le cose come stanno, a questo punto, commissario. Vi ho detto dei miei debiti. Dovete sapere che la mia famiglia...
Ricciardi lo interruppe.
- So gi della vostra famiglia. Ho visto... il vostro fratellastro; la moglie era affezionata al bambino, l'ho incontrata diverse volte. E' lei, che ha confermato la vostra identit.
Il viso di Sersale si indur per l'ira.
- Quell'arpia. Figuriamoci se perdeva l'occasione. Abbiate pazienza, per, commissario: ascoltate la mia versione dei fatti.
Ricciardi fece segno di andare avanti.
- Sono stato ferito nella Grande guerra, e sono rimasto... cos, come mi vedete. Devo usare il bastone, e in questi giorni umidi la ferita mi fa impazzire di dolore. Non ho potuto lavorare, darmi da fare come avrei dovuto; o forse ho approfittato di questa condizione per non lavorare, come diceva la mia povera madre. Mi piace la bella vita, d'accordo; e le belle donne. Ma questo non fa di me un malvivente, e la famiglia dovrebbe essere d'aiuto quando uno si trova in difficolt. Quella donna... Da quando mio fratello  in queste condizioni, e non escludo che sia stata lei a ridurlo cos con qualche fattura, dalla strega che , ha chiuso completamente i canali. Tutte le sostanze della famiglia, e quindi anche le mie, sono in mano a lei. Avevo perso tutte le ambizioni, e ho avuto un lungo momento difficile. Ma ora ho avuto un contatto con un mio vecchio soldato che ha messo su un commercio col Nord Italia che... insomma, posso di nuovo pensare al futuro, se solo riuscissi a dare un colpo di spugna ai debiti che ho. Avete visto, quei tre... non mi uccideranno, perch in quel caso non sarebbero pi pagati. Ma farmi del male, sfregiarmi, s: quelli sono i loro avvertimenti.
- Allora avete chiesto i soldi a vostra cognata.
- E da chi altri sarei potuto andare? Controlla tutto lei, la strega. E mi ha detto di no, che bastava, che dovevo assumermi le mie responsabilit eccetera. Ero disperato.
Ricciardi cerc di ricondurre la storia al bambino.
- E che c'entra Tett, in tutto questo?
- C'entra, commissario. Ve l'ha detto, che  sterile, vero? Che non pu avere bambini. Che la sua vita  stata un inferno. Qualche mese fa, per caso, rovistando in un baule alla ricerca di un libro, mi sono ritrovato in mano un pacco di lettere legate con un nastro. Il baule veniva da casa di mio fratello, erano indumenti di mia madre, di cui si  disfatta subito, la strega, non appena  morta. Chiss come queste lettere, evidentemente nascoste fin troppo bene, sono andate a finire l. Il mittente era il medico che ha avuto in cura mio fratello, risalgono a una decina d'anni fa, appena dopo la guerra. Insomma, lui e la strega hanno avuto una relazione. Durata anni, proprio mentre il mio povero fratello stava perdendo la ragione. Capito, commissario? Capita la vergogna?
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Cose che capitano. Non mi pare, d'altronde, che voi siate nella posizione di fare la morale a nessuno, no?
Sersale accus il colpo.
- Non si tratta di morale: ha avuto quella relazione, s o no? E' stata infedele, s o no? E allora, forse, non ha il diritto di appropriarsi delle sostanze della mia famiglia. Quelle lettere ne erano la prova. Allora ho cominciato a seguirla, per vedere se il rapporto col medico durava ancora, o se aveva un altro amante.
- E avete scoperto il bambino.
- L'ho scoperto, s. E mi  parso strano, tutto quell'attaccamento. Questo grande amore per un piccolo bastardo... scusate, commissario. Povera creatura. Insomma, mi sono convinto che il bambino potesse essere per lei qualcosa di pi, qualcosa di diverso. Magari il figlio, frutto della relazione. E se non lo fosse stato, avrei potuto ricattarla, usando le lettere: voi lo sapete, commissario, in questa citt la calunnia smuove le montagne. Avrei insinuato il sospetto, basato sulla certezza della relazione.
- Allora avete cominciato a indagare.
- Precisamente. Ho regalato qualcosa a quello schifoso del sagrestano, un essere immondo, per potermi trovare da solo col bambino. L'ho incontrato alcune volte, il sagrestano credeva che fossi un pervertito, c' mancato poco che non lo prendessi a bastonate su quella faccia ributtante. Devo ammettere che il bambino faceva pena: piccolo, magro come la fame, e balbuziente da fare piet. Per dire una cosa ci metteva mezz'ora.
Ricciardi cominciava a capire a che cosa mirasse Sersale.
- Voi volevate sapere se la donna aveva, nei confronti del bambino, un atteggiamento particolare,  cos? Da madre, insomma.
- S,  cos. L'ho preso con le buone e con le cattive, senza mai fargli del male, per, per sapere qualcosa dei comportamenti di lei; ma non  venuto fuori niente, commissario. Gli voleva bene, certo, ma non gli diceva n gli dava niente di particolare. Lui la chiamava signora, l'adorava, si era attaccato a lei enormemente: si sarebbe attaccato a chiunque, come il cane randagio che si portava dietro, che a me faceva pi pena di lui. Ma solo perch era l'unica a trattarlo bene.
- Quindi avete rinunciato.
- S. Speravo di poter usare le lettere e il bambino, ma mi sono reso conto che non avrei ottenuto altro che coprire di vergogna il nome di mio fratello. Ma non ho rinunciato. Ci parler ancora, con la strega, e la minaccer di rendere comunque pubbliche le lettere. Senza il bambino sar pi difficile, lo so: tanto pi che non aveva fatto nulla per adottarlo, o almeno per prenderlo in casa.
Ricciardi pens che era appunto il motivo per cui Carmen si era condannata a un eterno rimpianto.
- Una cosa ancora, Sersale: chi aveva, che voi sappiate, malanimo nei confronti di Tett? C'era qualcuno che poteva, per esempio, avere problemi se fosse stato rinvenuto il cadavere nei pressi di una casa o un negozio?
Sersale riflett.
- Gli altri ragazzi non gli volevano bene, questo  certo. Ce l'avevano con lui e col cane, l'ultima volta che l'ho visto ho avuto la sensazione che stessero per fargli del male. E anche il sagrestano, vi ripeto, mi sembra il tipo che per due lire venderebbe la sorella. Ma chi pu avere interesse a un bambino cos?
Ricciardi annu, tristemente. Chi pu avere interesse a un bambino cos?
- State attento, Sersale. La gente dei vicoli non scherza. Magari vi lasciano pi di un avvertimento, addosso. Se cambiate idea e vi decidete a dirci i nomi degli strozzini, sapete dove trovarmi. Nel frattempo, finch non chiariamo tutti gli aspetti della questione di Tett, vi consiglio di non lasciare la citt.

52.

Domenica, 25 ottobre 1931. nono.

Lo zoppo trascina Tett verso una macchina ferma, all'angolo della strada. Il gruppo dei ragazzi si  allontanato, in attesa di capire che cosa succeder.
Il cane, invece, si accuccia dall'altra parte, sul marciapiede. Tett pensa: scappa, cane. Scappa. Se quelli ti acchiappano ti avvelenano, come quel povero gatto che non aveva fatto niente di male.
Ma il cane non scappa. Aspetta.
Lo zoppo lo fa entrare in macchina, sul sedile davanti, e lui entra dall'altra parte. Tett non si sente come quando va in macchina col suo angelo, che lo fa salire dietro come si mette il padroncino con l'autista. E questa macchina non gli piace, puzza di fumo e di sporco.
Lo zoppo lo prende per il braccio e glielo torce, facendogli male. Minorato, hai pensato a quello che ti ho chiesto? Che ti dice, Carmen, quando ti vede? Di cosa parlate? Che cosa ti ha raccontato?
Tett parla contro il serpente. Capisce che se non parla  peggio. Parliamo di cose mie, della mia vita, della scuola, dice con difficolt. Ci mette un sacco di tempo, a dire questo. Comincia pure a piovere, con grosse gocce sul vetro della macchina.
E come la chiami? Come si fa chiamare, da te? Io la chiamo signora, dice Tett. La chiamo signora, come la dovrei chiamare? Pensa pure che la chiama angelo mio, ma solo dentro. Lo zoppo lo fissa, fa segno di s, ha capito. E che cosa ti d? Che cosa ti regala?
A Tett si riempiono gli occhi di lacrime. Dove sei, angelo mio?, pensa. Il gruppo dei ragazzi non si  spostato, con tutta la pioggia che cade. Il braccio gli fa male, sotto la stretta dell'uomo.
Non mi d niente, dice piano, col serpente che gli stringe la gola. Niente. Mi fa mangiare. Una volta, vorrebbe dire ma non ci riesce, mi ha regalato un'automobile di legno, piccola ma uguale alla sua, solo che Amedeo me l'ha vista e me l'ha schiacciata sotto i piedi; e allora io ho raccolto i pezzetti di legno e ho provato a riattaccarli, ma quelli non si riattaccavano pi.
E allora, vorrebbe dire Tett ma non ci riesce, una volta che ho rubato in una casa per Cosimo ne ho vista una per terra, forse il giocattolo del bambino della signora che rideva con Cosimo. E l'ho presa, ed  stata l'unica volta che ho rubato per me.
E la tengo nell'armadietto, l'ho colorata con le matite della scuola. Non  bella come quella che il mio angelo mi aveva regalato e Amedeo ha calpestato, ma me la fa ricordare, la macchina del mio angelo. E le ore felici che passiamo insieme.
Questo direbbe Tett, se il serpente non gli stringesse lago - la; e se i pensieri gli si formassero in parole, e non in confuse immagini che si mischiano e si sovrappongono nella mente.
Lo zoppo lo guarda disgustato, e dice: sei inutile. Un essere inutile. E mi stai pure inchiavicando la macchina, con la sozzura che hai addosso.
Vattene, dice. Sei inutile, e mi fai schifo.
Apre lo sportello, lo spinge a terra e riparte.
Tett solleva il capo e vede il gruppo dei ragazzi, con Amedeo in testa, che si avvicina di corsa.
Dietro di lui, il cane comincia a ringhiare.

53.

Di nuovo solo, e di nuovo sotto la pioggia, Ricciardi ripensava al colloquio che aveva avuto con Sersale.
Al di l dei problemi, della vita e delle sue frequentazioni, lo zoppo gli era sembrato sincero; l'esperienza gli aveva per insegnato quali straordinarie passioni il bisogno facesse emergere dal nero delle anime. Aveva visto il terrore dipinto negli occhi dell'uomo, quando era stato aggredito, e lui stesso gli aveva detto che l'unica fonte di risorse era il patrimonio del fratello, ben tenuto sotto chiave da Carmen.
Poteva darsi, e Ricciardi non si sentiva di escluderlo, che Sersale avesse minacciato la donna di fare del male al bambino e che, non avendo sortito effetti, avesse posto in essere il ricatto; anche la morte di Tett poteva essere stata un'abile messa in scena, per non far risalire nessuno a quello che il bambino significava per la sua protettrice e per chi la odiava.
Prov una stretta al cuore: magari il piccolo orfano era stato una pedina su una scacchiera, per arrivare a una posta meschina e materiale.
Si pass una mano sulla fronte bollente di febbre: magari non era vero niente, e al di l delle lotte interne alla famiglia Fago il bambino era morto accidentalmente, come tutti avevano detto dal primo momento: e una mano pietosa aveva raccolto il cadavere dalla fogna dov'era morto, e lo aveva messo in una posizione dignitosa dove sarebbe stato facilmente trovato. Anche questo era possibile: non poteva biasimare chi avesse avuto paura di dichiarare che aveva trovato un bambino morto sull'uscio di casa.
Le strade erano deserte, sotto la pioggia di nuovo intensa. Tutti vivevano la loro domenica fra le quattro mura calde e accoglienti della propria casa. Dai palazzi antichi e dai bassi arrivavano odori di legna bruciata e di pasti festivi consumati, aglio e cipolla, salse che avevano borbottato nelle pentole per un giorno intero prima di deliziare i palati di chi adesso riposava, ascoltando la radio e bevendo surrogato di caff.
Pass vicino a un vicolo dove una settimana prima era avvenuta una tragedia: un locale sotto il livello della strada, in cui dormiva una famiglia indigente, era stato allagato da una marea di acque nere; la forte pioggia aveva portato dalla collina un grosso ramo attorno al quale s'erano intrecciati foglie e rifiuti che avevano causato l'intasamento della fognatura. Per i genitori e i due figli, sorpresi nel sonno, non c'era stato scampo: erano stati ritrovati solo due giorni dopo, per il difficile lavoro di sgombero del liquame.
Ricciardi li vedeva, traslucidi nella pioggia sulla porta che era stata l'ingresso della loro casa: mormoravano sogni indistinti dalle labbra aperte sulle lingue nere, le bocche spalancate nel tentativo di trovare un ultimo sorso d'aria. Ricciardi vide che la bambina era l'unica a essersi svegliata, ma nessuno le aveva dato ascolto. Urlava: L'acqua, mamm, svegliatevi, sta trasenno l'acqua. Tutti erano fradici d'acqua sporca.
La strada  popolata pi dai morti che dai vivi, riflett Ricciardi mentre camminava con le mani affondate nelle tasche del trench, e rivoli freddi gli percorrevano la schiena facendosi largo attraverso i vestiti.
La solitudine, pens,  una malattia infettiva. Io sono infetto, la porto con me. O forse mi porta lei.
Percep un movimento, dietro di s; il cane di Tett lo seguiva a qualche metro. Come posso fermarmi, si chiese, e prendermi la mia domenica, se il mio committente  cos sollecito nel vedere che progressi faccio? Solo che progressi non ne faccio, cane. Sono ancora al punto di partenza.
Carmen, pens: devo chiedere a lei. Solo lei, che lo conosce, pu dirmi se Sersale l'aveva minacciata di fare del male al bambino; se crede che il cognato sarebbe capace di tanto.
Lo invest una forte vertigine, e barcoll. La febbre saliva e gli sembrava di camminare in un sogno. Individuata una panchina, vi si lasci cadere; la zona gli era vagamente familiare, ma non avrebbe saputo dire perch. Non c'era nessuno, attorno. Anche il cane sembrava essersi dileguato: ammesso che non me lo sia sognato, si disse.
Man mano che veniva meno, vide avvicendarsi intorno a s la madre, Rosa, Enrica, Livia, le loro solitudini, e consider che le aveva contagiate della sua malattia: gli sembr di vedersi ragazzino mentre giocava da solo, immaginando i compagni e gli amici che non aveva. Soltanto che quando si gir a guardarlo meglio, il bambino aveva la faccia smagrita e assorta di Tett.
Poi venne il buio.

Avvolta nella calda veste da camera, Livia fumava lasciando i propri pensieri liberi di vagare. Aveva sempre temuto la domenica, verso sera; era il momento in cui la solitudine allungava le dita, come il buio, e si espandeva nella vita delle persone, mettendo le anime di fronte senza possibilit di mentirsi ancora.
Negli anni del suo matrimonio era stata sola come non mai; il marito viaggiava molto, interminabili tourne nelle quali le faceva capire di non voler essere accompagnato per avere la comodit di starsene con le sue innumerevoli amanti. Non che fosse meno sola quando lui c'era, pens.
Anche ora sono sola, riflett; ma  diverso il colore della solitudine. Allora ero disperata, adesso invece sono piena di speranze.
Si avvicin alla finestra percossa dalla pioggia, e ricord la notte d'inverno in cui si era affacciata alla stanza dell'albergo sul lungomare e aveva visto Ricciardi, in strada, nella luce ondeggiante dei lampioni e nella spuma del mare in tempesta, come in tempesta era stata la sua anima quella notte. Sorrise di s, per aver immaginato di vederlo, seduto su una panchina sotto l'acqua, proprio davanti al suo portone.
E poi si rese conto che non si trattava di immaginazione. Era lui.

Enrica era inquieta. Non avrebbe saputo dire perch. La domenica era andata per la sua grigia strada, una messa bagnata sotto la pioggia, niente passeggiata in Villa Nazionale, il pranzo, la radio, la cena leggera. Tutto come al solito.
Ma avvertiva una vaga oppressione al petto, come una paura, un'ansia. Un'angoscia, per meglio dire.
Aveva completato la sua risposta alla lettera di Ricciardi. A dire il vero l'aveva completata almeno cinque volte, ogni volta riscrivendola per aver pensato a un'altra cosa da dire, un'altra da far capire, un'altra da lasciare in sospeso. Era certa che quella sarebbe stata la spinta definitiva agli sguardi dalla finestra, ai cenni di saluto e ai sorrisi da lontano per diventare una conoscenza piena; per trasformarsi nel suo sogno di passeggiate mano nella mano, di cinematografi e di caff in centro.
E allora, perch quell'angoscia?
Scacci dalla mente l'ipotesi di un presentimento. Non credeva a quelle cose, non le piaceva pensarci. And alla finestra; attraverso il vetro bagnato intravide il palazzo di fronte, le aperture della casa di Ricciardi.
A una di esse, quella del salotto che ora conosceva bene, c'era Rosa, che guardava fuori.

Livia asciugava Ricciardi, usando un grande telo di cotone.
La cameriera osservava la propria signora dalla porta, preoccupata e imbarazzata: l'aveva vista uscire di corsa dalla camera, abbrancare un soprabito e catapultarsi fuori; dalla finestra l'aveva vista avanzare nella pioggia, con le pantofole e la veste da camera sotto il cappotto, la testa scoperta; l'aveva vista avvicinarsi a un uomo che dormiva su una panchina, forse un mendicante; l'aveva vista abbracciare l'uomo, farlo alzare; l'aveva vista sostenerlo nella sua andatura barcollante. E portarlo nel palazzo e poi in casa.

Adesso gli aveva tolto il trench, la giacca, la cravatta, la camicia e addirittura la maglia. Gli indumenti giacevano a terra, fradici d'acqua; e lo asciugava, sfregandogli i capelli e la testa con un telo.
Livia, agitata, si volt verso la cameriera.
- Adelina, sbrigati: vai a chiamare l'autista. Digli che ho bisogno di lui. E portami un altro telo asciutto... anzi, riscaldalo prima sulla stufa. E metti questi vestiti ad asciugare, subito. E prepara anche una tisana.
Si rivolse a lui, mentre Adelina usciva dalla stanza.
- Ricciardi, rispondimi... che hai, perch stavi sotto l'acqua? Che cosa ti  successo, dimmi!
La guard, come se non la riconoscesse.
- Il bambino, il bambino. .. sono io, capisci? Lui  morto, ma io non lo vedo, non lo vedo. E non so che mi dice, e il cane, il cane che vuole, da me?
Livia non prov nemmeno a capire. Stava delirando per la febbre. Tremava e balbettava.
- No, non sforzarti. Stai calmo, hai la febbre, una febbre fortissima. Sdraiati. Ci penso io, a te.
Torn Adelina con la tisana, accompagnata dall'autista che si abbottonava frettolosamente la livrea.
- Arturo, andate a chiamare il dottor... come si chiama, il medico al piano di sotto? Mirante, s. Lo so che  domenica, non importa! Ditegli che ho subito bisogno di lui, qui. E tu, Adelina, dammi una mano, lo mettiamo a letto, nella camera degli ospiti.
Nella terribile preoccupazione per la febbre di Ricciardi, e pur non comprendendo le parole del suo delirio, Livia non pot fare a meno di pensare che adesso non era sola. Non pi.
Adesso aveva qualcuno di cui occuparsi.

54.

Il dottor Mirante arriv subito: era un ometto di mezza et con grandi baffi, un accurato riporto sulla sommit del cranio e un ventre prominente. Essere invitato a tarda sera in casa della bellissima e misteriosa vicina di cui tutti parlavano lo aveva lusingato e gli aveva fatto sperare in motivazioni differenti, per cui, trovandosi davanti al febbricitante Ricciardi, non mascher la delusione.
Visitato il malato e somministrata una generosa dose di chinino, il medico strinse la cintura della vestaglia damascata e disse:
- E' solo una robusta infreddatura, ha la laringe fortemente irritata. La febbre adesso dovrebbe calare e avrebbe bisogno di qualche giorno di assoluto riposo.
Livia si torceva le mani per la preoccupazione.
- Ma il chinino... temete abbia contratto la malaria?
Il medico la rassicur.
- No, assolutamente. Gliel'ho dato per la funzione antipiretica del medicinale. State tranquilla, signora: il vostro... amico star benissimo, se sar adeguatamente curato. Pensate di occuparvene voi stessa? Tenendolo qui?
La possibilit di fornire a quella megera della moglie nuovo materiale per i suoi pettegolezzi era troppo ghiotta per perderla salutando e andandosene. Livia se ne rese conto e la cosa la infastid. Come sempre reag contrattaccando.
- Lo spero, dottore. Se me lo consentir, lo spero proprio. Ma il commissario Ricciardi della questura di Napoli,  questo il suo nome, fa sempre di testa sua. Staremo a vedere. Io comunque vi ringrazio per la cortesia, e mi scuso ancora per avervi fatto chiamare di domenica sera. Mi saluterete la vostra simpatica signora.
Mirante cap l'antifona.
- Figuratevi, signora. Quella del medico, lo sapete,  una missione e non conosce festivit o vacanze. Se vorrete, domani in mattinata passer  dare un'altra occhiata a quella laringe. Presenter i vostri saluti. Buona serata.

Ricciardi croll in un sonno profondo, popolato di immagini incoerenti; la febbre andava e veniva, lasciandosi dietro pensieri sparsi che generavano incubi.
Il cane nei sogni c'era sempre, lo guardava da lontano e di tanto in tanto emetteva un lugubre ululato, come aveva fatto quando i becchini avevano portato via Tett. Il bambino non compariva mai di faccia, ma Ricciardi incontrava l'immagine della sua testa ciondoloni e dei rivoli d'acqua che da essa cadevano a terra, portando con s la tristezza che gli aveva ispirato da principio.
Nel sogno vedeva Enrica ricamare, dalla finestra, e la chiamava senza riuscire a farsi sentire; e allora andava da Rosa, ma nemmeno lei lo vedeva, come fosse lui stesso un fantasma. Rosa controllava l'orologio a pendolo attaccato al muro, sospirava e si asciugava una lacrima. Ricciardi sapeva che la tata era preoccupata per lui, ma non poteva rassicurarla.
Poi si ritrovava, sotto la pioggia, a via Toledo, e vedeva passare Maione: lo chiamava senza arrivare a farsi ascoltare, e allora lo seguiva cercando di attirare la sua attenzione, invano. Il brigadiere passava vicino a Sersale, non riconoscendolo perch non lo aveva mai visto, e Ricciardi tentava di avvertirlo, ma non aveva voce. Sono un fantasma, pensava; un fantasma, e nessuno mi vede.

Livia andava a controllargli la febbre ogni mezz'ora; attorno all'una le sembr che stesse risalendo, e non si volle pi allontanare dalla stanza degli ospiti. Tolse la veste da camera e si distese affianco a lui.
Dalle imposte aperte della finestra filtrava la luce dei lampioni, che le permetteva di seguire il profilo di Ricciardi; la sua espressione contratta le raccontava degli incubi che stava vivendo. Avrebbe voluto entrare in quei sogni per mettere riparo, per dargli pace: quella pace che non si concedeva da sveglio, che almeno gli rasserenasse la notte.
Nella penombra i tratti di Ricciardi le parvero ancora pi belli: sembrava un ragazzo, coi pensieri perduti dietro qualcosa di pi grande di lui.
- Il bambino, - le sembr che mormorasse. - Di' al cane che non lo vedo, - delirava ancora.
Gli tampon la fronte con un tovagliolo bagnato, e lui tacque, forse sollevato. Poi gli percorse con le dita le labbra, e il collo. Gli accarezz il torace e le parve che respirasse meglio. Prov un languore, una contrazione alla bocca dello stomaco. Si ritrov a chiedersi quando era stata l'ultima volta che aveva fatto l'amore, e a non ricordarlo.
Scost il lenzuolo e lasci correre la punta delle dita, scivolando lungo l'addome. L'orologio, nel corridoio, emise un rintocco.
Fuori, la pioggia infuriava contro la finestra.

Ricciardi sogn di ritrovarsi nel proprio ufficio, con Livia. Ne avvertiva il profumo di spezie, ne intravedeva il volto, le labbra piene, anche se non c'era luce. Era bellissima, e lui provava la solita mescolanza di attrazione e timore.
Lei si alzava dalla poltrona, toglieva il cappellino e camminava verso di lui, girando attorno alla scrivania. L'andatura felina, i tacchi che risuonavano sul pavimento, gli occhi fissi nei suoi. Ricciardi avrebbe voluto alzarsi e allontanarsi, ma nel sogno non ne aveva la forza: rimaneva immobile, le dita affondate nei braccioli della poltrona, il cuore che gli batteva furioso in gola.
Giunta di fronte a lui, gli fece una lunga carezza. La vedeva desiderabile quanto mai era stata, e ne era anche terrorizzato. Non riusciva a muoversi, come ipnotizzato dallo sguardo di lei.
Il suo pensiero tent di correre a Enrica, ma invano.

Livia pos le labbra sulla bocca di Ricciardi. Sdraiata di fianco a lui, la mano sul suo ventre. Ne sentiva il calore del corpo, il battito accelerato dalla febbre.
Era consapevole che non era giusto, che avrebbe dovuto rispettare la sua volont, che era malato e che forse stava sognando di un'altra, dell'altra che diceva di avere nel cuore. Ma era una donna, ed era sola da tanto, troppo tempo. Anche lei aveva i suoi sogni, e quell'uomo era al centro di essi.
Lo baci, a lungo, con tenerezza e crescente passione. Lo cerc nelle tenebre, lo prese per mano e lo port via dalla tempesta, in acque tranquille.
Lo sent reagire a lei in un lungo brivido. E alla fine, lui pronunci il suo nome.

Nelle nebbie della febbre e del sogno, Ricciardi vide Livia sedersi su di lui, le lunghe, splendide gambe avvolte nelle calze velate. Si sent immerso in quel profumo e in quegli occhi che stordivano, che toglievano il fiato.
La chiam, per fermarla, per dirle di non fermarsi. Voleva essere forte e voleva dire a s stesso di essere debole.
Poi fu seta e fu velluto caldo, sotto la pelle tremante della sua mano; fu il cristallo della neve e il vento, e fu il salire lentamente su un altopiano, e guardare il precipizio senza fondo nella consapevolezza assurda di poter volare.
Attorno a lui tutti i dolori delle morti infinite che gli ammorbavano l'esistenza fecero un passo indietro, in silenzio, per non disturbare; e per una volta la vita, coi suoi rumori assordanti, se ne stette zitta.
Tra il sogno e la veglia, col profumo di spezie e i sospiri di lei che gli invadevano l'anima, ne conobbe i sapori aspri e dolci e li ritrov stranieri e familiari.
Si arrese alla sua pelle, augurandosi, in una parte di s che si ostinava a vegliare, che fosse solo un nuovo sogno, meno doloroso degli altri; ma sapendo in ogni singolo istante che non era cos.
Udire il suo nome sulle labbra di lui, mentre lo baciava, la rassicur e la rese felice: pensava a lei, forse nel delirio della febbre, forse dall'abisso di un'anima finalmente nuda. Pensava a lei.
E ricord tutto del suo essere donna, indugi nella piena consapevolezza di tenere in pugno un sottilissimo filo, e di poterlo spezzare da un momento all'altro. Non voleva fargli paura, non voleva che ritornasse pienamente in s e si allontanasse di nuovo, ritrovando i principi e i pensieri che lo tenevano sempre cos distante; non ebbe fretta. Con tutte le forze si augur che Ricciardi non stesse solo sognando, ma che non fosse abbastanza sveglio da ritrarsi nel suo mondo lontano, ora che lo sentiva uomo e che lei si sentiva donna, come mai da tanto tempo; da troppo tempo.
Dimentic di essere stata egoista e superficiale, per scoprire di poter essere generosa e materna. Ne guid le mani, la bocca, il corpo: con calma, con dolcezza. Fu nuovo per lei, che aveva avuto amanti, ancora pi che per lui, che si era sempre negato tutto.
Si prese il piacere che sognava, il piacere che le mancava, il piacere che riteneva un suo diritto. Si prese il momento di paradiso che voleva, affondando alla fine la bocca nel cuscino in un sordo, lungo lamento.
E finalmente sorrise nel buio, addolcita come una tigre sazia.

55.

Luned, 2 novembre 1931. nono. Il giorno dei morti.

All'alba la pioggia si prese una pausa, trasformandosi in una miriade di gocce sospese nell'aria fredda: come se fosse consapevole della giornata triste, colorava tutto di grigia malinconia.
Ricciardi usc dal portone di Livia nella via deserta. Era debolissimo ma pensava di non avere febbre.
Aveva trovato i vestiti ripiegati ordinatamente sulla poltrona vicino al letto, nel quale non ricordava di essersi coricato la sera prima; erano forse ancora un po' umidi ma caldi, perch c'era una stufa vicino. La depressione che aveva trovato nel materasso, al suo fianco, e un capello nero sul cuscino avevano subito chiarito alla sua mente analitica e finalmente lucida che quello che ricordava fin troppo bene non era stato un sogno, frutto della febbre.
Si era vestito ed era uscito senza far rumore. Passando davanti alla camera da letto di Livia ne aveva visto la sagoma sdraiata nella penombra, e aveva provato un senso di vertigine.
Era confuso; avvertiva una profonda colpa nei confronti di Enrica, che dentro di s credeva di aver tradito, e anche nei confronti di Livia, per averla avuta senza provare per lei un sentimento di amore vero.
E che ne sai, tu, dell'amore vero?, pens. Lo hai mai provato? Hai mai condiviso tutti i pensieri, i desideri e le speranze con qualcuno? Quel sentimento che anima le bocche morte di chi si  ucciso o  stato ucciso per l'amore, quell'emozione che tante volte hai detto assurda; lo hai mai provato, l'amore?
Incoerente. Mentre camminava in quella strana sospensione di acqua, come nuotando sotto la superficie di un mare aereo, si sentiva incoerente. Non aveva avuto la forza di allontanare Livia, quando si era reso conto di non stare sognando le sue mani su di lui, e la propria bocca su di lei.
Se possibile, Livia era ancora pi bella di come sembrava quando entrava in un ambiente calamitando tutti gli occhi dei presenti. Ora che, pur cercando di allontanarne il ricordo, conosceva le sensazioni che poteva dare, era ancora pi consapevole che racchiudeva in s tutto quello che un uomo possa desiderare in una donna: colta, affascinante, ricca, appassionata.
E allora, perch era certo di essere stato soltanto un debole e di avere, per debolezza, lasciato che accadesse qualcosa di sbagliato?
Con un brivido pens a Enrica, alle lettere che si erano scambiati, al rapporto che faticosamente, tra mille ripensamenti e paure soprattutto di lui, stava nascendo fra loro. A quanto quel giovane, fragile amore stava crescendo a dispetto di ci che aveva sempre ritenuto, di non poter cio condividere con nessuna donna la sua condanna.
Come avrebbe fatto, adesso? Come avrebbe potuto parlarne con lei, se non si erano finora scambiati che qualche incerto saluto? E con la stessa Livia, come avrebbe dovuto comportarsi? Come avrebbe potuto fingere di non ricordare quello che era accaduto?
All'angolo di via Toledo, nella strada deserta dell'alba, vide il cane di Tett. Stava seduto, vigile, un orecchio alzato come ad ascoltare il suo passo. Lo aspettava.
Con un tuffo al cuore, Ricciardi ritorn con la mente al bambino, alla sua morte e al fatto che la sera prima aveva parlato con Sersale, lo zoppo; era l'ultima cosa che riusciva a ricordare, prima di Livia. Percep l'odio dell'uomo per la cognata, che gli impediva l'accesso alla fortuna del fratellastro.
Si era convinto, ormai, che la morte del bambino era dovuta alla disattenzione e alla fame, vecchia, ottusa nemica; ma forse la stessa Carmen era in pericolo, e lui voleva avvertirla prima possibile. E ramment che stava proprio per andare da lei, per raccontarle di Sersale e del suo maldestro tentativo di ricatto, e per capire se la donna riteneva il cognato capace di gesti estremi di vendetta; gli era parso consapevole dell'amore della donna per Tett, un amore pari a quello di una madre.
Come una madre. Il pensiero and a Rosa; non mancava mai di avvertirla, quando faceva molto tardi, e stavolta non l'aveva fatto. Sper che fosse andata a dormire e che dormisse ancora, per poterle raccontare di essere rientrato tardi e uscito molto presto: una piccola bugia a fin di bene, per non farle credere di non essere pi capace di preoccuparsi per lui e in grado di sorvegliarlo. Decise che le avrebbe detto cos, al suo ritorno a casa.
Prima per voleva incontrare Carmen; pens che sapeva dove trovarla, in quello che era il giorno della commemorazione dei defunti. L'avrebbe aspettata l, vicino alla tomba di Tett.
Si avvi verso il cimitero di Poggioreale, col cuore gonfio di nuove inquietudini.

Rosa si svegli di soprassalto, al suono lugubre della prima campana della chiesa vicina. Si guard attorno, senza capire. Poi ricord: si era addormentata sulla poltrona del salotto, rivolta verso la porta d'ingresso, in attesa di Ricciardi che non era rientrato, la sera prima.
Si rendeva conto del fatto che ormai era grande, era un uomo e aveva il diritto di prendersi il tempo che gli serviva per le cose da uomini, e certo, il lavoro che faceva poteva comportare nottate fuori, e qualche volta era successo: ma non era mai accaduto che non fosse rientrato senza avvertirla o mandarglielo a dire.
Il comportamento che aveva visto negli ultimi giorni era stato preoccupante; anche la visita di Maione e le frasi che aveva colto non la rasserenavano. C'era pure una donna di mezzo, una che sfacciatamente l'andava a trovare in questura. Signora, perfino: nemmeno signorina.
Si alz a fatica dalla poltrona, cercando di non ascoltare i lancinanti lamenti delle ossa anchilosate. Non poteva fare nulla, se non aspettare notizie. Si impose di tenere a freno la preoccupazione: il signorino era una persona rispettata e responsabile, un commissario della squadra mobile. Non correva sicuramente pericoli.
And in camera, pensando di stendersi per qualche minuto; si avvicin alla finestra e vide, avvolta in una coperta, qualcuno che la guardava dalla sua stanza, a casa Colombo, nell'incerta luce nebbiosa dell'alba del giorno dei morti.

Enrica non era riuscita a liberarsi dell'opprimente sensazione di angoscia che l'aveva accompagnata per tutta la sera precedente: il suo sonno era stato agitato, intervallato da lunghi momenti di veglia ad ascoltare il picchiettare della pioggia sulle imposte.
Era una ragazza razionale, concreta, ed essere preoccupata senza motivo le dava un senso di disordine che le riusciva difficile sopportare. Quando poi la luce della finestra di Ricciardi non si era accesa per il loro piccolo appuntamento serale, aveva capito che l'ansia era forse una forma di premonizione inspiegabile.
All'alba era andata in cucina a prendere un bicchiere d'acqua, aveva la gola riarsa; attraverso le imposte socchiuse aveva guardato il palazzo di fronte e aveva visto che le tende della camera di Ricciardi non si erano mosse dalla sera prima: non accadeva mai, lui le chiudeva sempre prima di addormentarsi. E anche la fioca luce della camera di Rosa, che rimaneva accesa per tutta la notte, era spenta. Che stava succedendo?
La crescente preoccupazione le avrebbe impedito di riaddormentarsi; per cui, avvolta nella coperta, si sedette alla finestra della sua stanza ad aspettare qualsiasi segno di vita nell'appartamento di fronte.
La pioggia si era trasformata in una strana luce grigia.

A Livia nessuna giornata era mai sembrata cos splendente come quella della grigia mattina del giorno dei morti.
In un primo momento era rimasta delusa, certo: non lo aveva trovato nel letto, dove lo aveva lasciato per farlo riposare comodo subito prima dell'alba. Era andata a stendersi per qualche minuto in camera ed era caduta in un sonno sereno, fatto di quella dolce stanchezza che le pareva di aver dimenticato. Quando si era svegliata aveva scoperto che lui era andato via, e conoscendolo un po' la cosa non l'aveva sorpresa: aveva bisogno certo di pensare, di capire, di scavare in fondo a s stesso per scoprire il vero significato di ci che era successo quella notte.
Stiracchiandosi come una gatta, sorrise felice: se glielo avesse chiesto, sarebbe stata capace lei di dirgli quello che era accaduto.
L'amore, gli avrebbe detto,  una strana, oscura cosa: si fanno cento, mille pensieri e si immaginano tante situazioni, per poi scoprire che uno solo  l'elemento da comprendere, da considerare: lo stare insieme. Di fronte alla naturalezza di toccarsi e baciarsi ed essere uno nell'altra, tutte le strutture che la mente e la societ mettono faticosamente in piedi crollano come un castello di carte.
Quello che doveva accadere era accaduto. Lei lo sapeva, l'aveva sempre saputo, e cos era stato. Ed era stato meraviglioso, come un sogno: lo era stato per lei, doveva per forza esserlo stato anche per lui.
Era andato via, ma sarebbe ritornato. Non era pi il tempo della solitudine.
La mente and al ricevimento che avrebbe dato di li a due giorni, alle persone che sarebbero state presenti: quella era una magnifica occasione perch, al di l di inutili forme e vane parole, tutti vedessero quanto radiosa era la sua felicit. Lo avrebbe voluto vicino, perch non ci fossero dubbi sulle ragioni della sua contentezza.
Si adombr al pensiero della ritrosia e della timidezza di lui che ormai aveva imparato a conoscere: probabilmente non avrebbe voluto rendere pubblica la loro relazione, prima che si consolidasse. Avrebbe provato a convincerlo. Altrimenti non importava, ne avrebbe fatto a meno; l'unica cosa che contava era rivederlo, prima possibile.
Pens che era il momento di darsi da fare per organizzare la festa; e chiam la cameriera.


56.

Il tram che portava al cimitero era il numero 32, e partiva da Porta Capuana.
Ricciardi cammin per mezz'ora fino al capolinea, ma non gli dispiacque: serviva a liberare la mente dalle contraddizioni e dalle incoerenze degli avvenimenti degli ultimi giorni. Non si sentiva ancora bene, la gola infiammata gli doleva molto e ogni tanto una vertigine gli dava la nausea e doveva fermarsi, ma la mente era lucida.
Non che fosse un bene, pens. Una mente lucida non serve a rendere comprensibili certi eventi. Livia, per esempio: le conclusioni alle quali sarebbe arrivata, dopo quello che era successo. Enrica, con la quale non aveva ancora la necessaria confidenza per toccare certi argomenti: di fatto non avevano mai parlato, ma lei era per lui cos importante da voler essere sincero fin dall'inizio. Come avrebbe fatto, dunque, a dirle che l'aveva tradita prima ancora di averle dichiarato il sentimento che provava per lei?
Con uno sforzo cerc di riportare i pensieri alla storia del bambino, di Carmen, dello zoppo; triste distrazione, ma pur sempre una distrazione, si disse.
La disperazione, lo sapeva, rende possibili gesti alieni dalla natura delle persone. Sersale non gli era parso di indole violenta, la paura che gli aveva letto in volto durante l'aggressione parlava chiaro; ma la stessa paura poteva diventare il motore di un gesto inconsulto, di una reazione al rifiuto di poter accedere al denaro di famiglia; questo costituiva per Carmen un pericolo reale.
Quanto a lei, Ricciardi provava per la donna una grande compassione: era stata sfortunata, a dispetto delle grandi ricchezze; niente figli, un marito pazzo, una famiglia con la quale non condivideva che gli interessi in conflitto. Una solitudine maligna e metastatica, un destino beffardo che le aveva tolto l'unico affetto che si era procurata.
Il pensiero and a Tett: una solitudine ancora pi profonda, una piccola, breve vita finita chiss dove e cos tragicamente. E il corpo sballottato, spostato, come aveva visto fare ai becchini sullo scalino del Tondo di Capodimonte, affinch qualcuno lo trovasse.
Sul tram c'era tanta gente, anche se era ancora presto. Molti portavano fiori; le donne vestite di scuro, i capelli raccolti sotto fazzoletti annodati, gli uomini con la fascia nera al braccio e la cravatta dello stesso colore, un bottone all'occhiello: tutti segni di lutto. Molti sguardi erano segnati dal pianto.
La carrozza viaggiava sferragliando sugli scambi, nell'aria umida di quel mattino che prometteva pioggia come i precedenti. All'interno un silenzio insolito per tanta folla, in quella citt. La morte era un passeggero del tram: quello era il suo giorno. Dal finestrino osservava i quartieri, le vie attraversate da gruppi in cammino silenzioso verso la sua stessa meta; il Vasto, via Foria, piazza Carlo terzo. Un popolo accomunato per una volta dalla mancanza, dal desiderio di ricordare.
All'ingresso del cimitero, Ricciardi si inform di dove fosse stato tumulato Diotallevi Matteo, recente ospite acquisito il venerd precedente; un annoiato custode consult un registro e disse al commissario che il bambino era ospite della cappella della famiglia Fago di San Marcello, indicandogli anche dove era ubicata. Lui rimase intenerito dal gesto di Carmen: non aveva fatto in tempo ad accogliere Tett in casa da vivo, aveva almeno voluto farlo da morto.
Percorse il viale alberato che l'avrebbe portato a destinazione, superando veloce le cappelle e le tombe che si andavano popolando di visitatori. Ogni tanto doveva girarsi altrove, perch insieme ai vivi e alle statue intravedeva i morti. Era il motivo per il quale evitava, quando possibile, di andare al cimitero. Erano molti quelli che ritenevano la vita insopportabile, dopo la perdita di una persona cara, e decidevano di farla finita proprio nel luogo che ospitava i resti di chi avevano amato; e l'autunno, il periodo pi triste dell'anno, era la loro stagione.
Ricciardi vide una donna anziana, inginocchiata in preghiera sulla tomba del figlio, dai cui polsi tagliati sgorgava un lento flusso di sangue; ripeteva: Un poco, figlio mio, un poco e ti bacer ancora. A breve distanza, quasi invisibile ormai per il tempo trascorso, un uomo in piedi, la pistola nella mano destra e la fronte quasi cancellata dallo stesso lato, ricordava l'amore perduto: Ti amer, ti ho amata e ti amo. Agli occhi di Ricciardi trasudava disperazione e malinconia.
Il Fatto gli regalava anche questo: il senso preciso che avevano alcuni dell'impossibilit di sopravvivere a certi eventi. Il contrario dell'istinto che portava alla maggior parte dei delitti: la sopravvivenza. Entrambi gli sembrarono futili motivi per morire.
Giunse alla cappella, riconoscendola per i molti fiori freschi ben disposti all'esterno. La porta era aperta; e intravide, seduta all'interno, Carmen. Gi li, nonostante l'ora.
La donna gli and incontro, asciugando in fretta le lacrime che le rigavano le guance.
- Commissario, grazie di essere venuto. Prego, entrate. Vedete, Tett  qui, dove sar io quando me ne andr. Non potevo pensarlo chiss con chi, in quale fossa comune. E non ho chiesto il permesso a nessuno: ce l'ho portato, e basta.
- Buongiorno, signora. Non credevo di trovarvi cos presto. Ma volevo parlarvi, ed ero certo che sareste venuta, oggi.
- E dove avrei potuto essere, in una giornata come questa? Vedete, commissario, io non sono vecchia, ho poco pi di trent'anni. Ma i miei affetti, tolto mio marito che avete visto in che condizioni sia, sono tutti qui. Sono passata dalla tomba dei miei genitori che, pace all'anima loro, sono mancati tanto tempo fa, e ora da Tett. Ho anche portato i fiori, come ogni settimana, ai miei suoceri; non che mi abbiano mai molto amata, a dire il vero, ma lo faccio volentieri per mio marito. Volevate parlarmi? Ci sono novit?
Ricciardi era rimasto in piedi, le mani affondate nelle tasche.
- Ieri ho incontrato vostro cognato, il signor Sersale. Volevo capire che uomo fosse, in che condizioni si trovasse. L'ho raggiunto proprio mentre... insomma,  stato aggredito da tre personaggi, dei poco di buono, che si sono dileguati quando io sono arrivato. Poi gli ho parlato. E' veramente in una situazione difficile, come sicuramente sapete gi.
Carmen fissava Ricciardi, accigliata.
- Ve l'ho detto, commissario. Gioco, prostitute, affari loschi. Pensate a qualcosa di illegale o immorale, e lui lo ha fatto.
Ricciardi annu.
- S, signora, mi rendo conto; e lui non lo nega, per la verit. Anzi, mi  parso pienamente consapevole della sua situazione, e del fatto che le uniche risorse che potrebbero tirarlo fuori dai debiti sono in mano vostra. Mi ha detto che ve ne ha parlato, senza esito, e che quindi ha cercato una maniera... un modo per ricattarvi, insomma. E ha trovato alcune lettere.
- Lettere? Quali lettere?
- Non sono affari che mi riguardano, questi, sia ben chiaro, signora: ma credo che possa esservi utile sapere cosa abbia in mano vostro cognato, quali armi  intenzionato a usare contro di voi.
Carmen sembrava di pietra.
- E perch, commissario? Perch mi volete aiutare?
Ricciardi sospir:
- Siete stata buona col bambino, signora. L'unica cosa buona della sua vita. Mi sembra di doverlo fare da parte sua, ecco. Questa mia indagine non  proprio un'indagine, lo sapete: infatti me ne sto occupando nel tempo libero, non  per lavoro. Ma il percorso che ho fatto nelle giornate di Tett me lo ha fatto un po' conoscere, sapete: e non ha avuto un'esistenza semplice. Prendetelo come un suo regalo, insomma.
La donna assent, pensosa.
- Le lettere. Ecco perch non le trovavo: ce le ha lui, dunque. E allora? Cosa ci vuole fare, con le mie lettere?
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Vi ha seguita, ecco come  giunto a Tett. Sperava di avere qualche prova che la vostra... amicizia con il mittente delle lettere durasse ancora. Voleva sapere da Tett se gli avevate detto qualcosa, se gli avevate parlato di quest'uomo, per potersene servire. Per ricattarvi.
La donna tratteneva a stento la rabbia; le nocche della mano che stringeva il fazzoletto erano sbiancate dallo sforzo.
- Maledetto. Maledetto. Il nero che ha nel cuore, pensa che sia nell'anima di tutti. Voleva servirsi del bambino per colpire me. Che cosa poteva dirgli mai, quest'anima santa? Che poteva saperne, lui?
Ricciardi aspettava, in silenzio. Lei riprese.
- Ho avuto un amore, s. L'ho avuto, e non me ne pento. Mio marito... lo avete visto. E' cos da anni, molti, troppi. E io sono sterile, non ho potuto dedicarmi a un figlio. C'era quest'uomo, un medico... per un lungo momento abbiamo sperato che fosse in grado di guarire mio marito, di trovare la causa, di impedire che se ne andasse in quel suo mondo popolato di mostri, lentamente, inesorabilmente. Ci siamo avvicinati senza accorgercene. Ci siamo innamorati. Sposata io, sposato lui; infelice io, infelice lui. Ho avuto un amore, s. Un grande amore. E sarei stata disposta a rinunciare a tutto, ricchezza, benessere, per lui: ma non ha voluto. Non se l' sentita di lasciare la moglie, i figli, il lavoro. Tutto qui.
Ricciardi era in difficolt:
- Signora, non  mio diritto sapere queste cose. Io volevo soltanto che voi sapeste, per difendervi.
Carmen si pass una mano sulla fronte.
- Io non mi devo difendere, commissario: non pi. E una cosa di molto tempo fa, finita; morta e sepolta, come il mio povero, dolce Tett. E come Tett, che per paura non ho adottato e portato in casa mia quando avrei potuto e dovuto farlo, peser per sempre solo sulla mia coscienza. Tutto questo Edoardo, preso dalle sue miserie, non lo ha capito. Ma vi sentite bene, commissario? Siete pallidissimo.
Ricciardi agit una mano con noncuranza.
- Solo un po' di febbre, signora. Niente di grave. Sono state giornate faticose, con questo tempaccio ho preso un brutto raffreddore.
La donna lo fissava preoccupata:
- Al posto vostro non lo sottovaluterei, invece. Avete proprio una brutta cera. Adesso vi accompagno, ho la macchina giusto qui fuori, all'ingresso del cimitero. Tanto poi torno; purtroppo qui non cambier niente.
Ricciardi cerc di resistere, ma la signora fu irremovibile; e in fondo non gli dispiaceva evitare un altro tram, affollato di gente di ritorno dal dolore e dal rimpianto. Una volta richiusa la cappella, si avvi con Carmen verso l'uscita.


58.

Percorrendo il viale, Ricciardi si chiese cosa c'era di diverso tra la donna che gli camminava al fianco e quella coi polsi tagliati che vedeva morente sulla tomba del figlio, a pochi metri di distanza.
Entrambe sole, entrambe disperate. Entrambe non legate alla vita se non da incombenze che nel corso del tempo sembravano sempre pi inutili. L'amore, pens, lega alla vita o scaccia da essa. Senza amore, vivere o morire  la stessa cosa.
Carmen gli era sembrata svuotata, priva di forza; la morte di Tett, il ricordo dell'amore perduto, il marito e la sua condizione. Nessuna fortuna, nessuna somma in denaro pu compensare quelle mancanze.
Arrivarono alla macchina, in attesa nel parcheggio del cimitero. La donna and allo sportello del guidatore.
- Preferisco non servirmi dell'autista, commissario. Mi piace non dipendere che da me stessa. Anche a Tett piaceva, sapete? Era un nostro gioco, uscire in macchina insieme, come se io fossi il suo autista personale.
Come ogni volta che parlava del bambino, gli occhi le si riempirono di lacrime. Ricciardi pens che quell'assenza poteva diventare un'eredit troppo pesante da sopportare, e che la povera Carmen aveva da temere pi da s stessa che da qualsiasi ricatto il cognato potesse immaginare. Entr in macchina al fianco di lei.
Mentre la donna metteva in moto e il rombo del motore invadeva l'abitacolo, Ricciardi percep un movimento sul sedile posteriore, proprio dietro di lui. Si gir, e rimase a bocca aperta, sconvolto da quello che vide.

Maione scese dal tram, sostenendo Lucia e seguito dai cinque figli. Il secondo giorno di novembre era un doloroso appuntamento: l'unico in cui la famiglia si trovava riunita in tutti i suoi componenti, vivi e morti.
Si erano vestiti in silenzio, quella mattina; poca voglia di parlare, molta di ricordare.
Luca, il primogenito di Lucia e Raffaele, era uno di quei ragazzi che riempivano la vita di chi gli stava vicino; biondo e con gli occhi azzurri della madre, col carattere estroverso e solare del padre, non smetteva di fare scherzi e di prendere in giro i famigliari, compresi i fratellini per i quali era un vero idolo. Era molto amato da tutti, nel quartiere: il suo funerale era rimasto memorabile, per la gente che ci era andata. E piangevano in tanti.
Il brigadiere panzone: cos Luca chiamava il padre. E lui a inseguirlo per la casa, con uno zoccolo in mano: se ti acchiappo ti spacco la testa e ci metto dentro la buona educazione; e Luca rideva, poi diventava serio e gli diceva: diventer grande, sapete, pap. Diventer pi alto e grosso di voi, e far il poliziotto.
Maione ricordava il suo orgoglio, ogni volta che il figlio gli diceva quella frase; e quante volte aveva maledetto s stesso, per avergli dato quel modello.
Era per quel modello che aveva trovato la morte, con una coltellata vigliacca nella schiena, data in un sottoscala da un ladro del quale aveva scoperto il nascondiglio. Il dolore che provava adesso, che per il terzo anno andava a trovarlo il giorno dei morti al cimitero, era intatto e luccicante come un pezzo d'argenteria.
Guard la moglie, che gli sorrise. Quanto sei bella, Luci', pens. E quanto sono stato vicino a perdere pure te. Nei lunghi mesi di silenzio, il dolore si era appropriato della loro vita, creando un arcipelago di isole che non potevano raggiungersi. Era stato a un passo da scappare dalla sua casa, nella quale non riusciva pi nemmeno a respirare. Ma siccome l'amore esiste, e alla lunga pu vincere la perenne gara col dolore, si erano ritrovati, quella primavera; e ora. erano legati pi di prima, anche dal ri
cordo di Luca e dalla costante, acuta mancanza del figlio che entrambi avvertivano.
Come sempre, il pensiero di Luca port Maione a Ricciardi, che era stato l'unico a comprendere che poteva aiutare il brigadiere solo trovando l'assassino del figlio; e a quanto si fossero uniti in quell'occasione, per rimanere legati profondamente.
Si chiese come stesse il suo commissario, se avesse mantenuto la promessa di non continuare quella strana indagine senza di lui; una ricerca di qualcosa che era niente, nella vita di un bambino povero e orfano e nelle sue disperazioni. Non aveva capito e non capiva cosa Ricciardi stesse cercando, ma temeva pi di tutto che corresse dei rischi inutili, quelli dai quali lui era abituato a preservarlo.
Proprio mentre stava pensando a questo, una macchina affront a velocit un po' troppo elevata la curva della strada che usciva dal cimitero. Alla guida c'era una donna: Maione ebbe la sensazione di averla gi vista, ma non ricord dove; al fianco di lei, incredibilmente, vide proprio Ricciardi. Alz la mano per un saluto, ma il commissario guardava dietro di s, verso il sedile posteriore, dove per non c'era nessuno.
Il gesto di saluto gli rimase a met, quando vide l'espressione di assoluto orrore che aveva Ricciardi. Fu un attimo: la macchina si allontan in una nuvola di fango e gas.
Maione sentiva il cuore battergli furioso in petto, e rispose a un impulso immediato. Strinse il braccio a Lucia, mormorandole che l'avrebbe raggiunta dopo alla tomba di Luca, e si mise a correre verso il parcheggio dei tass.

Eccoti qua, pensava Ricciardi. Finalmente eccoti qua.
Per la prima volta da quando era consapevole del Fatto, invece di scappare lo aveva cercato.
Aveva provato a spiegarsi l'assenza di Tett da tutti i luoghi in cui avrebbe dovuto o potuto trovarsi; aveva percorso le sue stesse strade, gli stessi vicoli oscuri. E ora, quando aveva ormai rinunciato, quando aveva deciso di rasserenarsi e riposare, se lo ritrovava davanti, in tutto l'orrore di una morte terribile.

Il bambino si contorceva in atroci convulsioni, che lo facevano raddrizzare e ripiegare sul ventre continuamente; le palpebre erano sollevate e gli occhi mostravano il bianco delle cornee, digrignava i denti per la tremenda sofferenza che il veleno gli aveva provocato. Eppure dalle sue labbra veniva fuori una frase dolcissima: Grazie per i biscotti. Ti voglio bene, sai, mamma? Tu sei il mio angelo.
L'orrore maggiore, come spesso accadeva, era nel contrasto fra i contorcimenti del corpo nel momento dell'estremo dolore e l'ultimo, delicato pensiero del bambino morto. Ricciardi non riusciva a distogliere lo sguardo dal fantasma di Tett, dalle terribili implicazioni del vederlo proprio l, e dalla frase che continuava a ripetere.
Si volt verso la donna.
Si volt verso l'assassina.


58.

Aveva ricominciato a piovere: un tuono aveva scosso l'aria e uno scroscio violentissimo si abbatt sulla strada.
Carmen aveva una guida nervosa, a scatti, e non si curava della scivolosit del terreno. Pareva persa dietro ad altri pensieri, che la portavano lontano.
Ricciardi si chiese cosa l'avesse spinta a tanto: perch l'avesse fatto. All'improvviso avvertiva una terribile stanchezza, e la febbre dopo la breve tregua che gli aveva dato era ritornata pi forte che mai. L'anima del commissario era piena del dolore del bambino morto, della sua ultima speranza, di tutto l'amore che aveva avuto per chi l'aveva ucciso.
Senza pensarci, mormor:
- Grazie per i biscotti. Ti voglio bene, sai, mamma? Tu sei il mio angelo.
Non sapeva se l'aveva detto realmente, o se l'aveva soltanto immaginato. Carmen sussult, come se fosse stata morsa all'improvviso da un serpente, e si gir terrorizzata verso il sedile posteriore per poi fissare, sconvolta, il commissario. L'automobile sband paurosamente, rovesciando un carretto fermo sul ciglio della strada, ma si rimise miracolosamente in carreggiata. La donna non accenn a rallentare, anzi acceler ancora.
E, piangendo e urlando, cominci a parlare.

Lo sapevi, dunque. Tu lo sapevi. Me ne sono accorta subito, quando ti ho visto al funerale: lo avevi capito, che non era morto cos, per caso. E ora sei qui, con me, per sentirmelo dire, per portarmi all'inferno.

Perch io lo so, chi sei tu: sei il diavolo. Con quegli occhi che non battono, con quella faccia pallida, con la morte attorno. Io lo so, chi sei tu.
Ma all'inferno io non ci andr, e sai perch? Perch io l'inferno gi lo conosco. Ci ho vissuto e ci vivo, all'inferno. Lo sai tu, diavolo, che significa vivere vicino a un folle? Lo sai che prima di rinchiuderlo, per la vergogna che si sapesse, fingevamo che fosse normale? Mi spegneva le sigarette sulle braccia; mi svegliava di notte, picchiandomi; mi aspettava dietro gli angoli, nel buio, e mi balzava addosso. Diceva che io ero la sua nemica, un mostro. E invece il mostro era lui.
Cinque anni cos, ho vissuto. Quanto inferno mi puoi dare tu, diavolo, che sia peggio di quello? Ma io sopportavo, sopportavo tutto.
Perch io sono stata povera, sai, diavolo. Io ho sopportato le privazioni, perch mio padre si era giocato tutto, perch mia madre sapeva solo piangere. E adesso che possedevo quello che avevo sempre voluto, la ricchezza, il benessere, non me lo facevo togliere pi.
Il bambino era mio figlio, s.
Il figlio di un incontro, il figlio di un amore senza uscita, vissuto al buio. Facevamo l'amore mentre il pazzo urlava e batteva alla porta della sua prigione. Facevamo l'amore mentre tutto il resto del mondo pensava che stessimo cercando una cura, come se esistesse una cura per la follia di quel mostro.
Pensavo veramente di essere sterile. Ci avevo provato, con ogni cura possibile, quando il mostro sembrava ancora normale. Niente. E poi invece con lui, col medico, rimasi incinta. Ebbe paura, anche lui non aveva soldi, era tutto della moglie. Una bella coppia di disperati, pieni di soldi degli altri.
Ci inventammo una cura termale per il pazzo, lontano, in Toscana: gliela prescrisse lui, Matteo. Lo sai, diavolo, che il suo nome era Matteo? Lo capisci, adesso, perch il mio bambino si chiamava cos?
Partorii l, da sola, aiutata dalla cameriera di un albergo. Come un animale. Come una cagna randagia.
E dopo, che avrei dovuto fare? Sono tornata nella mia vita, nella mia prigione d'oro. Il bambino lo affidai a una famiglia in campagna, gente alla quale davo soldi, ma che non sapeva nemmeno il mio nome. Poi la donna mor di tifo e l'uomo cominci a bere; non lo potevo lasciare l.
Cercai e trovai don Antonio, quel viscido prete affamato di denaro. Lo pagavo ogni mese, fior di quattrini; ma lo potevo vedere, quasi crescerlo io. Mi adattavo a fare scuola a quegli altri bastardi, pur di stare vicino a lui: a mio figlio.
Non potevo prenderlo con me, lo capisci, diavolo?
Sarebbe stato facile fare due pi due, alla famiglia del mostro: a quel debosciato del fratello, quel vigliacco che vuole mettere le mani sui miei soldi, proprio ora che il mostro sta morendo, proprio ora che finalmente potr vivere la mia vita.
E proprio ora ha trovato le lettere.
Credevo di averle distrutte, non ricordavo di averle ancora. E' venuto da me, mi ha minacciato. Gli ho dato qualcosa, ma non volevo dargli altro. Allora mi ha seguito, e ha trovato Tett.
Sapevo tutto, sai, diavolo? Con me non balbettava. Solo con me. Con la sua mamma. E quello che non mi diceva lo capivo. Sapevo di quei piccoli bastardi, di come lo angariavano, di quello che gli facevano subire. Sapevo del prete, del sagrestano, dello stanzino buio delle punizioni. E del cane.
Mi aveva raccontato delle pagnotte avvelenate del deposito di alimentari, di come temesse che il suo cane le mangiasse. E alla fine mi raccont delle visite del debosciato, di Edoardo.
L'idea di perdere tutto mi ossessionava. Se si fosse saputo che quello era mio figlio, un piccolo orfano lasciato a marcire in una parrocchia nella fame e nel fango, avrei perso tutto. Mi avrebbero estromessa, forse mi avrebbero perfino mandato in galera. Che potevo fare? Il bambino mi riferiva delle domande sempre pi pressanti, degli interrogatori che lo zoppo maledetto gli faceva. Era questione di tempo: tutto sarebbe finito.

Io aspettavo. Aspettavo che la morte del pazzo mi rendesse finalmente padrona di tutto. Lo avrei preso con me, gli avrei dato quello che non aveva avuto; ma ora, che ero stata scoperta, non potevo pi aspettare.
Per giorni e giorni sono stata disperata, non mi decidevo. Dovevo scegliere tra rimanere ricca e sola o ridiventare povera e disperata, con un bambino minorato da allevare, senza saper fare niente di niente.
Non riuscivo a decidere. E allora ho provato con la sorte.
Gli ho preparato quattro biscotti, due avvelenati e due no. Ho fatto un cartoccio e gliel'ho portato, adorava quando gli facevo le cose con le mie mani. Pensavo: se non sceglier quelli avvelenati, vorr dire che andremo avanti e combatteremo, a costo di rimanere senza niente. Combatteremo contro lo zoppo, contro il pazzo, contro il mondo.
Invece ne scelse senza dubbi uno avvelenato.
Lo vidi mangiare con gusto, mi sorrideva, proprio qui, in questa macchina. E mi disse quella frase. Quella che conosciamo solo tu, che sei il diavolo, e io, che sono sua madre.
Ha detto questo, solo questo. Prima di morire.


59.


Ricciardi ascoltava le parole di Carmen come in un incubo. La testa gli pulsava dolorosamente, la febbre lo divorava.
E, come se non fosse bastato, l'incessante martellamento della voce di Tett gli risuonava dentro, attraverso l'anima, senza passare per le orecchie. Grazie per i biscotti. Ti voglio bene, sai, mamma? Tu sei il mio angelo.
Ne aveva viste tante; figli che uccidevano le madri, fratelli che si ammazzavano tra loro, mogli che assassinavano nel sonno i mariti. Ma una madre che abbandona il figlio al proprio destino e poi lo avvelena, costringendolo a una morte atroce fra mille tormenti, non avrebbe mai potuto immaginarla.
Senza guardare dietro, mentre l'automobile correva sulla salita sterrata che conduceva a Posillipo e le ruote slittavano nel fango, percepiva ugualmente le contrazioni del corpo di Tett, nelle convulsioni indotte dalla stricnina. E ne percepiva insieme le parole d'amore. Ti voglio bene, sai, mamma? Tu sei il mio angelo.
Si rese conto che la donna lo chiamava diavolo. Quasi rise dell'ironia, poi pens che forse aveva ragione: la sua percezione, il Fatto, magari veniva direttamente dal demonio, ed era il segno della sua dannazione. Pens a don Pierino, alla sua semplice fede fatta di verit e menzogne. Ecco a voi, padre: un angelo e un diavolo, nella stessa automobile lanciata nella pioggia a velocit folle. Indovinate voi chi  l'uno e chi l'altro.
Mentre la donna piangeva e biascicava le proprie farneticazioni, Ricciardi cap che il loro destino era segnato: Carmen non guardava pi la strada, girava lo sterzo a caso e schiacciava il pedale dell'acceleratore a tavoletta. Come attraverso il vapore, il commissario pens che almeno erano arrivati in una zona nella quale non c'era nessuno, la strada che saliva a picco sul mare era deserta: se non altro, nessun innocente da coinvolgere ancora.
Dietro di lui Tett, con la sua voce dolce e senza impedimenti, ringrazi ancora una volta il suo angelo.
L'ultimo pensiero, riflett Ricciardi. Il mio ultimo pensiero, affinch magari uno come me, passando, lo senta. Il mio ultimo pensiero, da lasciare, da ricordare. L'ultimo pensiero di un morto, il suo saluto alla vita che non ha vissuto. Questo  il mio peccato.
La macchina affront una curva stretta. La pioggia era fortissima, la visibilit sarebbe stata limitata anche se Carmen non fosse stata accecata dal pianto. Disse: bambino, mio dolce bambino; perdonami, perdona la tua mamma.
Dietro la curva, al centro della strada, un cane se ne stava accucciato sulle zampe posteriori, immobile come una statua; i suoi occhi erano fissi sull'automobile che, slittando sulle ruote che non facevano presa sul fango, spunt come una belva ruggente. Il cane non si mosse. Carmen url il nome di Tett e per evitarlo gir lo sterzo verso il parapetto, verso il mare, verso lo strapiombo.
Mentre volava, insieme alla donna che piangeva il nome del figlio che aveva ucciso e al fantasma del bambino che chiamava angelo la madre, Ricciardi pens a Enrica, con tutta la forza che aveva, perch qualcuno ascoltasse, perch qualcuno glielo dicesse: amore, amore mio; che peccato.


60.

La pioggia accompagnava il silenzio della sera del giorno dei morti, cadendo fitta sul cortile dell'ospedale dei Pellegrini.
L'aria, normalmente squarciata dalle urla dei venditori del vicino mercato, era ferma, come in attesa. Maione rabbrivid, sotto la tettoia dell'ingresso. Avrebbe voluto sapere, ma aveva paura.
Estrasse per la centesima volta l'orologio dalla tasca, lo guard e lo ripose: erano quasi sei ore. Sei ore che il commissario Ricciardi combatteva contro la morte, nella sala operatoria del dottor Modo.
E' colpa mia, pens. Lo sapevo che avrebbe continuato, che sarebbe andato avanti; che aveva in mente di non fermarsi. Lo sapevo, e l'ho lasciato solo. Se ci fossi stato io, con lui, non sarebbe successo: non si sarebbe trovato in macchina con quella donna in quella fuga assurda e disperata a Posillipo, non sarebbe caduto nel vuoto.
Rivide s stesso arrivare col tass quando ormai era tardi; rivide le ruote all'aria che giravano ancora nella pioggia furiosa, la macchina precipitata, trattenuta nel baratro solo da alcuni arbusti; si rivide tirar fuori il corpo di Ricciardi con l'aiuto dell'autista del tass e del cocchiere di una carrozza che passava di l; rivide la donna morta, il corpo per met fuori dal vetro spaccato della sua automobile, sangue e cervello che colavano nella pioggia dal cranio spaccato in due.
Si pass una mano sul volto. La corsa all'ospedale, l'espressione sorpresa e addolorata del dottore. L'inizio di quell'incubo, di quell'attesa infinita.

Aveva mandato un ragazzo a chiamare il figlio maggiore, ormai rientrato dal cimitero senza notizie del padre, e tramite lui aveva avvertito Lucia e la questura; poi aveva ordinato a una guardia di andare a prendere Rosa e portarla in ospedale.
Rientr nella sala dove la donna aspettava. Era arrivata accompagnata da una ragazza: Maione ricord essere una vicina di casa del commissario, che avevano interrogato una volta. Colombo, Enrica Colombo. Si era presentata cos.
Era cerea, sconvolta; sosteneva Rosa, che sembrava intagliata nel marmo. Seduta, immobile, le labbra sussurranti una preghiera, il rosario nelle mani.

Baronessa, io lo so che voi mi sentite. Vi ricordate, mi sentivate sempre, pure quando mi credevo che stavate dormendo; con gli occhi chiusi, sorridevate e mi dicevate le cose in risposta a quello che stavo pensando io, chi lo sa come facevate.
Se mi sentite, baronessa, allora sapete pure dove stiamo e a fare che. Stiamo in ospedale, perch dicono che il signorino figlio vostro sta morendo. Io non lo so, se sta morendo veramente. Non sono cose che posso capire io, che sono ignorante e non so manco leggere, perch so vedere solo i numeri. E non so nemmeno se state arrabbiata con me, baronessa, perch mi avete affidato il figlio vostro e io non l'ho saputo guardare. Per vi voglio dire che  la vita mia, e se muore lui, muoio pure io.
All'inizio me l'avevate data voi, la responsabilit, e io me l'ero presa. Un bambino difficile, era, e cos  rimasto. Tiene la capa tosta, tutto si deve fare come dice lui; a trentun anni compiuti  ancora solo, senza pensare che io sono vecchia e me ne vado e lo lascio senza nessuno. Perfino adesso, che ha incontrato questa povera ragazza che sta qua con me, che mi ha voluto accompagnare sotto alla pioggia in ospedale, che si  buttata per strada quando ha visto le guardie che mi sono venute a prendere, perfino adesso non si decide a uscire e a dire che sta bene, che  vivo e camper cent'anni.
Baronessa, voi che state nel mondo della verit e che potete parlare coi vivi e coi morti, raggiungetelo nel posto dove sta e diteglielo di tornare, che non pu morire, che non  vero che  solo; che ci stanno persone che lo amano, che senza di lui non ci riuscirebbero, a vivere.
Diteglielo, baronessa. Che non si permettesse di fare questo brutto scherzo a me, una povera vecchia. Che in tanti anni di collera che mi ha fatto prendere, non gli ho mai alzato una mano addosso. Ditegli da parte mia che stavolta, se si azzarda a farmi questo, gli faccio un mazziatone che se lo ricorda per sempre, in questo mondo e nell'altro.
Diteglielo, baronessa.
Diteglielo, di tornare da me.

Enrica si era seduta in disparte, nella penombra. La sala d'aspetto dell'ospedale era fredda e sulla lastra di vetro dell'ingresso la pioggia si abbatteva, decisa a entrare e avvolgere in un velo d'acqua tutte le emozioni e le sofferenze che erano in attesa.
Quando aveva visto le due guardie avvicinarsi al palazzo di Ricciardi, aveva dato nome e colore all'angoscia che l'accompagnava dalla sera precedente. Era accaduto qualcosa. Lo sapeva. Vide Rosa uscire, stretta in un soprabito, un fazzoletto sulla testa; anche da lontano e attraverso la pioggia, cap dal pallore che era terrorizzata.
Non ci pens due volte: non era il momento delle forme e degli imbarazzi. Spost la madre, che le chiedeva dove andasse da sola e con quel tempaccio, e scese le scale a rotta di collo infilandosi il cappotto. Rosa l'accolse con serena semplicit, mettendosi al suo braccio;  in ospedale, le disse.
Pregava, Enrica, ascoltando la pioggia battere sui vetri e aspettando di sapere se avrebbe dovuto abbandonare per sempre il suo sogno.
Si chiese se stava pregando per la vita di Ricciardi o per s stessa, per la sua vita.
Si rispose che era esattamente la stessa cosa.

Il silenzio fu interrotto dal motore di un'automobile che irruppe nel cortile, con un brusco stridio di freni. Dopo un attimo la porta si spalanc facendo entrare la pioggia e Livia, seguite da un Garzo bagnato e insolitamente in disordine.
- Maione, siete qui; sono venuto appena ho saputo, passando prima a prendere la signora Vezzi. Ma si pu sapere che diavolo  successo? Che ci faceva Ricciardi in macchina con la Fago di San Marcello, dama di carit di Santa Maria del Soccorso? Non avevo detto che quella maledetta indagine andava interrotta, anzi, che non andava mai cominciata?
Maione si era levato in piedi, e fissava Garzo con un'espressione che non prometteva niente di buono.
- Dotto', io non lo so quello che ci faceva, il commissario; ma vi posso dire che se era con quella donna aveva i suoi ottimi motivi, come dimostra il modo in cui  avvenuto l'incidente.
- E voi che ne sapete, di com' avvenuto l'incidente?
Maione apriva e chiudeva le mani a pugno.
- Lo so perch li ho visti passare e li ho seguiti con un tass. Guidava la donna, e sembrava sconvolta. Il perch non lo so.
Garzo agit la mano, intuendo che non conveniva sollecitare ancora il brigadiere sull'argomento.
- Va bene, ci riferir lo stesso Ricciardi. Ci si pu parlare?
Maione fece un passo verso Garzo: sembrava deciso a prenderlo per il collo.
- Allora non avete capito niente, dotto': il commissario, in questo momento,  in sala operatoria. Il dottor Modo lo sta operando alla testa,  gravissimo. L'ultimo problema suo, e di tutti noi qui che gli vogliamo bene,  sapere che cosa stava facendo nella macchina della signora comesichiamava. Mi sono spiegato? Mo', se volete stare qua, abbiate pazienza, sedetevi su una sedia e statevi zitto. Per una volta, dotto', accettate il consiglio mio: statevi zitto.
Aveva parlato piano, quasi in un sussurro: ma la sua voce era esplosa nella sala, come un tuono. Garzo si afflosci su s stesso; poi arretr fino a una sedia e vi si lasci cadere, senza parlare pi.
Si fece avanti Livia, gli occhi pieni di lacrime.
- Brigadiere, ma che ha detto il dottore? Si sa qualcosa, quali danni... come sta, insomma, Ricciardi?
Maione allarg le braccia, in un gesto sfiduciato.
- Non sappiamo niente, signo'. Io l'ho portato qua in un tass, sembrava morto, usciva sangue dalla testa, assai. Non parlava. Il polso era debolissimo, quasi non si sentiva. Per fortuna il dottore Modo era di turno, appena l'ha visto l'ha fatto mettere su una lettiga, l'ha fatto portare in sala operatoria e gli  corso appresso. Stiamo nelle mani di Dio, e in quelle del dottore.
Livia si torceva le mani; sembrava disperata. Le lacrime cominciarono a scorrerle sulla faccia.
- Ma il dottore... siamo sicuri che non convenga portarlo da un'altra parte? Io posso disporre un trasporto immediato a Roma, magari in aeroplano. Posso chiamare qualcuno, ho amicizie... Si metterebbero subito tutti a disposizione, insomma. I migliori medici della nazione, quelli personali del Duce. Non sarebbe meglio, brigadiere?
- No, signo', credetemi: un medico meglio del dottor Modo non ci sta. Il commissario non avrebbe scelto nessun altro, al posto suo. E poi  tardi adesso, non vi pare? Lo stanno gi operando. Dobbiamo aspettare, e pregare, per chi ci crede.
Livia chin il capo e si mise le mani sulla faccia. Rosa ed Enrica fissavano il vuoto, senza espressione.
Maione cominci a camminare avanti e indietro, come un leone in gabbia. Pass un'ora. Ne pass un'altra. Garzo si alz, si avvicin a Livia e, detta qualche parola di circostanza che la donna a stento ud, usc e se ne and.

Enrica guard i vetri scossi dalla pioggia. Fallo vivere, pens; mi basta questo. Fa' che viva, che respiri e cammini e pianga e rida. Se lo farai, se lo lascerai vivere, io ti regaler il mio sogno di felicit.

E non lo vedr mai pi.
Un tuono lontano avvert che la tempesta si avviava alla conclusione. Si fece sera, e si accesero le fredde luci dell'ospedale. Nel cortile, un cane col manto pezzato aspettava accucciato.
A un tratto la porta si apr e la figura stanca del dottor Modo avanz sulla soglia. Balzarono tutti in piedi, scrutandone l'espressione esausta. Modo fece un sorriso, guard Maione e disse:
- Andate. Dorme, ma potete vederlo.
Livia fu la prima a correre, leggera come il vento, seguita da Maione che sosteneva per il braccio Rosa, in lacrime.
Enrica mormor un ringraziamento e se ne and via, felice e disperata.
Sulla lastra di vetro scorse l'ultima pioggia dell'autunno. Come una lacrima. Come una goccia di sangue.

E l'inverno ricominci.
Incontro col dottor Modo di Maurizio de Giovanni

Finalmente ha smesso di piovere; alla fine il vento  riuscito a sgombrare il cielo, e l'aria porta la promessa dell'inverno.
Percorro via Chiaia da piazza Trieste e Trento di primo pomeriggio, incrociando signore che si tengono il cappellino e uomini col bavero rialzato fino al mento, e anche qualche scugnizzo che resiste a piedi nudi, le piante dure come il cuoio e la voglia di correre, intatta nel freddo come nella pioggia o nel caldo.
Controllo l'indirizzo che ho trascritto su un pezzo di carta, e sento di nuovo una punta d'ansia: non sono mai stato in un posto simile, e d'altra parte  logico, nella mia epoca non avrei potuto. Ma non aveva senso incontrarlo in ospedale, dove non avrebbe nemmeno potuto sedersi a fare due chiacchiere, visti la perenne carenza di organico e il gran numero di malati e feriti che ogni giorno affluiscono in quel luogo di sofferenza. A questo indirizzo di via Chiaia invece verr di sicuro, a quanto mi hanno detto; e avr certamente una maggiore disponibilit di tempo e spero anche di spirito.
Lo aspetto fuori, non ho il coraggio di entrare da solo; e lo vedo arrivare, il cappello spostato all'indietro, un ciuffo di capelli bianchi sulla fronte, il bastone da passeggio roteante nella mano destra. Un paio di uomini che lo incrociano lo salutano con un lieve inchino, lui risponde con un sorriso.
Al suo fianco, un paio di metri pi in l, trotterella il cane; un orecchio dritto, il muso marrone affilato, le macchie dello stesso colore sul mantello bianco, lucido. Ha l'aria pulita e ben nutrita, non sembra pi un randagio, ma non ha guinzaglio n collare.
Modo si ferma davanti a me; mi scruta, il sorriso a fior di labbra, il pollice nel taschino del panciotto. E' un bel tipo, piuttosto alto, ben sbarbato, il nodo della cravatta sottile diritto al centro del colletto dalle punte arrotondate.
- Eccoci qui. Ero proprio curioso, di questo incontro. Lo saluto anch'io, reggendone lo sguardo; so che non gli piacciono quelli con gli occhi sfuggenti.
- Salve, dottore. E' un piacere conoscervi. Scrolla le spalle, fingendo un brivido.
- Mamma mia, e che freddezza. Io penso che ci dobbiamo dare del tu, non ti pare? In fondo abbiamo... una stretta relazione. Vogliamo andare?
Lo seguo all'interno di un portone, e poi per una rampa di scale. Al primo piano, sul pianerottolo che d in un cortile, un'insegna discreta in ottone annuncia: " Il Paradiso ". Gira l'interruttore del campanello, dall'interno arriva il suono di un carillon. Apre una donna anziana molto brutta, curva e dallo sguardo diffidente.
- U, Marietta: sei sempre la pi bella di tutte, non ci sta niente da fare. Che si dice, oggi? Ci sta movimento? La vecchia fa una smorfia sdentata e arrossisce.
- Dotto', voi volete sempre scherzare. Prego, accomodatevi, ci sta gi un po' di gente. Il signore sta con voi? Modo lascia cappello, soprabito e bastone a una servetta in camice nero e crestina, invitandomi a fare lo stesso. - S, Marie',  un amico di fuori. E io me lo sono portato nel bordello pi famoso della citt, cos, per fargli vedere le nostre meraviglie. Ci vediamo pi tardi.
Lo seguo per un corridoio, sulle ali di un valzer suonato al pianoforte. Il posto ha un suo lusso pacchiano: carta da parati in raso rosso scuro, mobili in legno dorato, stucchi e arazzi con scene tratte dalle mitologie greche e latine purch abbiano almeno una donna nuda in primo piano. Arriviamo in un salone ampio, con divani e sedie addossati alle pareti occupati da uomini che fumano e chiacchierano; sui tavolini bassi, tazze di caff,
bicchieri di vino, vassoi di paste. Un pianoforte a coda, dal quale viene il valzer che ho sentito gi lungo le scale, e uno stretto corridoio in alto, come un balcone, sul quale camminano alcune ragazze discinte che lanciano baci e sorrisi.
Una signora enorme di mezza et dai capelli tinti e con pesanti gioielli ci viene incontro, sfoggiando almeno due denti d'oro.
- Dottore bello, finalmente siete arrivato! Io questo stavo dicendo al marchese Pignatelli: ma il dottor Modo non si vede pi? Mi avete fatto preoccupare!
Modo le sfiora la mano con le labbra.
- Madame Wanda, buon pomeriggio, sempre pi affascinante. E che vi devo dire, ultimamente si sono scatenate tutte le malattie del mondo, in ospedale, con la pioggia che c' stata. Ma adesso per fortuna sono qui, e ho pure portato un amico, come vedete.
Madame ride sguaiata.
- E questo  il piacere nostro, prego, accomodatevi pure. C' juliette libera, so che la preferite, ve la faccio chiamare?
- No, grazie, magari pi tardi. Ci accomodiamo l, col mio amico, su quel divano, se non vi dispiace. Dobbiamo fare quattro chiacchiere.
- E questa  casa vostra, dotto', lo sapete: quando dite voi, faccio chiamare Juliette e chi vorrete per l'amico vostro, qua.
La donna si allontana, maestosa come una nave da crociera e pi o meno delle stesse dimensioni. Ci sediamo su un divano in disparte, e quasi subito una cameriera porta una cuccuma e due tazze.
- Ah, il caff del " Paradiso ". Perci lo hanno chiamato cos questo posto. Io ci verrei anche solo per il caff. Ma naturalmente c' altro, no?
Accenna alle ragazze, che lo salutano affettuose dal balconcino. Uno di casa, decisamente.
- Per  strano, lo devi ammettere. Un uomo piacente, non ancora anziano, intelligente e benestante. Un medico, affermato professionista; e nessun rapporto stabile, mai sposato, non fidanzato. Eppure direi che le donne ti piacciono, e che tu piaci alle donne.
Lancia un bacio in punta di dita a una formosa bruna in sottoveste.
- Che ti devo dire, non sono stato fortunato. Forse semplicemente non ho incontrato la persona giusta; o nemmeno questo  vero, magari l'ho incontrata e non ho voluto vederla: c'era una ragazza, quando avevo trent'anni, che... ma pi probabilmente non ci credo, nell'amore eterno. Penso che ci sia un'epoca della vita, in cui ci si debba incontrare per mettere in piedi una famiglia; se quel momento passa, poi ci si consolida nelle proprie abitudini, si diventa gelosi dello spazio, del tempo. E si preferisce stare da soli.
- E i figli? Tu hai tenerezza, per i bambini. Sei sempre attento alle loro esigenze, alla loro salute. Non avresti voluto averne di tuoi?
Si rabbuia, guarda nel vuoto. Poi per risponde con tono leggero.
- E che ci vuoi fare, se non hai figli tuoi, poi diventi un po' pap di tanti bambini che stanno per strada, abbandonati al loro destino; c' stato uno, proprio un mesetto fa... ne muoiono tanti, sai. La fame, le malattie, il freddo e il caldo. E poi, chi l'ha detto che non ho figli? Magari ne ho una decina, e non lo so nemmeno io. Bisognerebbe chiedere a qualche collega delle signorine lass; ne ho incontrata qualcuna, nel corso degli anni.
Conosco la sua sensibilit verso l'infanzia, e so a quale bambino si riferisce.
- Forse  per la professione che hai scelto, che in quest'epoca pretende una dedizione assoluta. Hai sempre voluto fare il medico?
- Mio padre faceva il falegname, era molto bravo; si  ammazzato di lavoro per farmi studiare, e io non potevo certo deluderlo. Ero bravo a scuola, mi piaceva la letteratura. Ma direi che nella mia mente c' sempre stata la voglia di diventare medico, s. Il fatto  che la sofferenza mi fa rabbia. Il pi delle volte, vedi,  evitabile, inutile. C' la malattia, quella arriva e non c' niente da fare: ma la violenza, la fame, la disperazione uccidono anche di pi, e di quelle si potrebbe fare a meno, se chi  in alto si preoccupasse di questo, invece che delle buffonate, marce e marcette, cannoni e stivali. Tutte fesserie. E i bambini muoiono in strada.
Il pianoforte attacca un tango. In mancanza di offerte, due ragazze si mettono a danzare sul balconcino.
- Il potere. Ce l'hai col fascismo, eh? I tuoi amici si preoccupano per te, per come ti esprimi anche in pubblico. Non pensi di correre rischi eccessivi, in tempi come questi?
Si volta a guardarmi, col fuoco negli occhi.
- E secondo te, uno dovrebbe starsene zitto? Questa  gente che non si ferma davanti a niente e a nessuno, sai. Per loro il popolo  carne da macello, da dare in pasto ai cannoni e al colera, pur di alimentare la propria pretesa di grandezza. Io vedo morire gente dalla mattina alla sera: sono le vittime di una guerra che  gi in corso, e che si fa pi dura e violenta ogni giorno che passa. Questi buffoni, che fanno ridere per come vanno in giro, parlano solo di guerra, di impero, di Roma e di vittoria inevitabile; se leggi i loro giornali capisci che addirittura si apprestano a invadere paesi africani, per la loro sete di potere. Si stanno facendo il vuoto attorno, la fame aumenter, e per chi? Perch? Dobbiamo parlare, certo. Tacere  gravissimo, una colpa peggiore delle altre. Se riusciremo ad aprire gli occhi alla gente, eviteremo l'abisso nel quale ci stanno conducendo. Te lo dico io.
Ha parlato a bassa voce, ma due uomini si sono subito voltati a guardarci. Un soldato, in attesa col berretto in mano, ha abbassato gli occhi fingendo di non aver sentito.
Decido di cambiare argomento.
- Tu hai un rapporto particolare con Ricciardi; si potrebbe dire, in un certo senso, che sei il suo unico amico, perch con Maione ha un affetto enorme ma non parla da pari a pari come con te. Che ne pensi, di lui?
Ora sorride apertamente. E affascinante la sua velocit nel cambiare umore.
- Ah, Ricciardi, Ricciardi. Un uomo stranissimo, unico direi. Anche lui preferisce tacere, mostra disinteresse nei confronti della politica; ma soffre per la povera gente, per questo mondo schifoso, quanto il sottoscritto. Mi piace prenderlo in giro, ma mi ispira un sentimento curioso: da un lato mi fa tenerezza, perch intuisco che prova dolore, nel silenzio della sua anima; dall'altro vorrei che si aprisse, perch  intelligente, ironico, colto. Si dice che sia ricchissimo, e non capisco proprio perch voglia fare un lavoro infame come quello del poliziotto; per esempio non trovo un motivo per cui voglia aver a che fare con quel Garzo, il vicequestore, che  veramente un fesso.
- Insomma, gli vuoi bene ma non lo capisci.
Si stringe nelle spalle.
- E' un uomo strano, te l'ho detto. Mi piace averci a che fare. Io soffro molto gli idioti, imprevedibili nella loro idiozia. A loro preferisco i cattivi, perch invece sono prevedibili; ma incontrare un uomo veramente intelligente, di questi tempi  raro. Ricciardi  molto intelligente. Pensa troppo al lavoro, per; non lo incontrerai mai in un posto come questo, dove ci si diverte. Le donne gli piacciono, ne sono sicuro; ma si comporta come se ne avesse paura. Il nostro rapporto  fondato sul fatto che entrambi non sopportiamo l'ingiustizia e l'indifferenza di chi sta bene nei confronti di chi sta male. Io all'ospedale, lui per strada, cerchiamo di mettere riparo agli stessi torti. Ma amici in senso stretto no, non direi. Gli amici si confidano tutto, e ho idea che Ricciardi sia come uno di quei pezzi di ghiaccio che fecero affondare quel transatlantico, una quindicina d'anni fa, Titanic si chiamava: il grosso  sotto la superficie. E non si vede.
Si alza, si avvicina a una finestra, scosta la tenda e lancia un'occhiata di sotto; poi, soddisfatto, torna a sedersi.
- Il cane, eh? - gli chiedo. -. Come mai questa scelta, di prenderlo con te? Non mi pare tu sia il tipo da tenere un animale.
- E infatti, io non sono il suo proprietario. E il cane che stava con quel bambino che ti dicevo prima, quello che  morto qualche tempo fa. Si mise nel cortile dell'ospedale, come se aspettasse il suo ritorno, e io gli davo qualcosa da mangiare, mi stringeva il cuore. Poi, una sera mi  venuto dietro e la mattina dopo l'ho trovato sotto il mio portone, che scodinzolava. Allora gli ho aperto la porta, e ha cominciato a fare come se fosse nato in casa mia. Ma non  il mio cane,  mio amico. Camminer con me finch ne avr voglia, e io non lo tratterr in nessuna maniera, hai visto, non ha collare n guinzaglio. Gli amici, sai, non si legano.
Ha ragione. Gli amici non si legano.
Mi alzo per andarmene.
- Aspetta, dove vai? Guarda che qui c' una ragazza che  famosa in tutta la citt, la chiamano Vipera, non so se mi spiego. Ti assicuro che  un'esperienza da ricordare.
Gli sorrido e gli stringo la mano; di ricordi credo di averne a sufficienza. Mentre attraverso la sala lo sento mormorare:
- Certo che li incontro tutti io, quelli strani...
...
.
...
FINE.